Il Bif&st è un modo per rivedere volti noti, che hanno più volte varcato l’ingresso del Petruzzelli nelle numerose edizioni del festival. Tra gli ospiti più presenti e invitati non possiamo non includere il produttore Domenico Procacci e l’attrice Margherita Buy. L’occasione, quest’anno, è la proiezione di un film, a 35 anni dall’uscita in sala: La stazione, debutto di Sergio Rubini alla regia, prodotto da Fandango con protagonisti lo stesso Rubini e Margherita Buy. Il lungometraggio ha vinto numerosi premi, tra cui il Nastro d’Argento, il David di Donatello, il Globo d’Oro, la Grolla d’Oro, Ciak d’Oro e nel 1990, alla 47° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il Kodak-Cinecritica e il Premio FIPRESCI (Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica) per il Miglior Film alla Settimana Internazionale della Critica.

Tratto dall’omonimo testo teatrale di Umberto Marino, il film racconta la vita di Domenico, un timido capostazione alle prese con la madre malata e un lavoro che lo costringe a trascorrere le sue giornate nella solitaria campagna pugliese. In quello che sembra un racconto pirandelliano, il pover’uomo trascorre le sue giornate tra orologi, campanelle e treni che sfrecciano sotto i suoi occhi, finché la sua comoda routine non viene sconvolta dall’arrivo di una giovane donna, fuggita da una villa poco lontana, durante una festa.
L’arrivo di questa donna schioderà l’uomo dalla sua timidezza e lo farà diventare altro da quello che è. Peccato che questo piccolo sconvolgimento della sua vita non si rivelerà che un sogno fugace, dal quale sarà costretto a risvegliarsi. Il film si discosta molto dall’opera teatrale, incentrata sul rapimento da parte del protagonista di una donna che, proprio come accade in Legami! di Almodóvar, finirà con innamorarsi del suo rapitore, abbattendo quelle differenze sociali che, invece, nel film sono il vero e reale motivo per cui Domenico dovrà dire addio a questo amore appena nato.

Un film poetico, nella sua durezza. “Non lascia speranze e lo fa proprio quando ci siamo immersi nella fiaba che racconta. Questa stazione, così lontana dal tempo, quasi ci fa illudere che qui le convenzioni sociali non siano arrivate. E, invece, hanno fatto il loro ingresso e si sono insinuate nel meccanismo a molla dell’orologio che Domenico guarda continuamente“, commenta Margherita Buy con Angela Prudenzi, per poi raccontare l’atmosfera che si respirava durante le riprese.
“È stato un set mostruoso, perché giravamo sempre di notte e faceva freddissimo; non ho mai sentito un freddo così nella mia vita, mi scongelavano i piedi con il phon. Ma il progetto aveva un cuore fortissimo che batteva in tutte le persone che erano lì e volevano realizzare questo film con grandissima passione e una dedizione enorme. Io poi ero anche la fidanzata del regista e, quindi, mi cuccavo anche tutte le riunioni. Per la regia Sergio aveva programmato tutto, realizzando anche gli storyboard. Secondo me sia lui che gli altri sentivano una grande responsabilità nei confronti di Domenico, che rischiava più di tutti”, confessa Buy. “E per fortuna è andato tutto bene”, conferma ridendo il produttore.

“Mai mi sarei aspettato di vedere, ventisei anni dopo, il Petruzzelli così pieno di gente. Peraltro, La stazione è stato il primo film della Fandango. Nasceva come una pièce teatrale di Umberto Marino con la regia di Ennio Botto e lo stesso cast. Inizialmente non era previsto che fosse Sergio Rubini a curare la regia. Una sera gli dico: ‘Perché non la fai tu? Nessuno conosce quel mondo così bene’. Ci sono tante proposte che ho fatto di cui poi mi sono pentita negli anni. Questa non è tra quelle. Sergio ha fatto un bellissimo lavoro su ‘La stazione’ e questo gli ha dato l’opportunità di portare avanti parallelamente alla carriera d’attore anche quella da regista”, racconta Procacci.
E sulla scia di questa riflessione, il produttore spiega quanto difficile sia in questo momento scovare nuovi talenti: “È indispensabile o si finisce per lavorare solo con un numero ristretto di autori o registi. Sì, è un momento di grande difficoltà per il nostro cinema. Suona male ma credo sia più difficile adesso di quando ho iniziato… e quando ho iniziato non era facile. Soprattutto, è più complicato lavorare sulle opere prime e seconde, sui giovani registi. I talenti ci sono ma è più difficile far sì che si esprimano al meglio. Immaginate che in questo momento non sappiamo quali sono le regole di gioco di questo stesso anno. È come iniziare un campionato e non sapere di quanti giocatori sarà composta la squadra. È un momento difficile a vari livelli”, e di certo non aiutano tutti i tagli che il governo sta facendo al settore cinematografico.
Il Fondo Cinema e Audiovisivo è stato ridotto dai 696 milioni di euro del 2025 ai 600 milioni del 2026 e la cifra definitiva è frutto di un balletto estenuante di promesse, smentite, decreti interministeriali e revisioni dell’ultimo minuto che ha lasciato il settore in uno stato di paralisi prolungata. Il problema è che questi tagli colpiscono in modo chirurgico proprio chi avrebbe più bisogno di essere protetto. I contributi selettivi (strumento fondamentale per sostenere film di alto valore artistico, opere sperimentali, i futuri Sorrentino e Garrone) vengono dimezzati del 54%, passando dai 91,5 milioni del 2025 ai 41,7 milioni per il 2026.

È in questo scenario che bisogna ragionare sulla condizione dei giovani registi. Non è mai stato semplice esordire nel cinema italiano senza una rete di relazioni, senza un produttore che credesse in un giovane, senza qualcuno che mettesse la faccia (e i soldi) su un progetto che non aveva ancora dimostrato nulla. Ma almeno, fino a qualche anno fa, esistevano strumenti selettivi che, in teoria, premiavano la qualità indipendentemente dai nomi. Oggi quei fondi si assottigliano fino a quasi sparire, e il risultato è che sopravvive chi ha già un nome, chi ha già una casa di produzione alle spalle e chi può permettersi di aspettare. Gli altri, semplicemente, non fanno film.
“Noto che si sta tornando alla vecchia politica di fare film – riflette Buy – sempre con le stesse persone, ovvero quelle che ti danno una sicurezza in più. Che poi sicurezza non è, perché in un film devono esserci le persone giuste nel ruolo giusto; se incastri qualcuno fuori posto, si sente. Nonostante la difficoltà di questo periodo stanno emergendo tanti talenti e c’è molta attenzione nel fare dei bei film; per questo spero ci sia sempre la libertà di far lavorare chi lo merita. Oggi spesso ci sono pressioni anche sulla storia, su chi deve scrivere e come deve scrivere, e le piattaforme hanno appiattito molto lo scenario, spingendo tante persone in progetti che non li vedono davvero coinvolti. Io direi invece di lasciar stare certe luci, che non sono così brillanti come sembrano, e tornare a illuminare il nostro cinema, lavorando sui talenti e la bellezza di questa arte”, conclude.
Al Bif&st in questi giorni sfilano grandi nomi: Tornatore, Pupi Avati, Luisa Ranieri. È giusto celebrarli, così com’è giusto ricordare cosa il cinema italiano ha saputo essere. Ma sarebbe disonesto non chiedersi, mentre si applaude in platea, quanti futuri Tornatore stiano rinunciando in questo momento a un’idea, in un appartamento qualunque di una città qualunque, perché i soldi non ci sono, perché nessuno risponde alle email, perché il sistema ha deciso (nei fatti, se non nelle parole) che certe storie non vale la pena raccontarle.





