Pupi Avati sceglie il Bif&st per la prima assoluta del suo film

"Nel tepore del ballo" è un racconto intriso di malinconia, dove la realtà travolge il protagonista e la fantasia smette di essere un rifugio dalle ferite della vita

«È nella spudoratezza del sogno che si riesce a sopravvivere alle ingiustizie, ai dolori della vita». Così Pupi Avati, nel 2017, sul palco del Petruzzelli, durante la sua affollatissima lezione di cinema. A nove anni di distanza, il regista torna nel capoluogo pugliese e al Bif&st per presentare in anteprima assoluta il suo nuovo lavoro: Nel tepore del ballo (qui il triailer). Un film in cui, stavolta, la realtà – con il suo cinismo, il suo grigiore – sembra però avere la meglio sul sogno, sulla fantasia, sulla possibilità di evadere dal reale per trovare uno spazio di rinnovata felicità.

Il protagonista, Gianni Riccio – interpretato da Massimo Ghini –  è un celebre conduttore televisivo che viene travolto da uno scandalo finanziario mentre è all’apice della carriera. Svolgendosi tra Roma e Jesolo, il film racconta la caduta pubblica e il confronto privato con un passato segnato dalla perdita precoce dei genitori ma anche dal suo primo grande amore sacrificato alla carriera, mettendo al centro il tema delle grandi scelte della vita, della reputazione e della possibilità di rinascita. È un Avati molto più malinconico, cadaverico (le tante scene di trucco assomigliano più a sessioni di tanatoprassi), che recupera una sua distintiva dolcezza solo nel momento in cui la storia si allontana progressivamente dalla “cronaca” per parlare invece di innamoramento senile, di quel misterioso sentimento che nel tramonto della propria esistenza può manifestarsi in maniere sorprendenti e inaspettate. 

Pupi e Antonio Avati al Bif&st
Pupi e Antonio Avati al Bif&st

Se l’inizio, ambientato nel passato, è tipicamente “avatiano” (nei suoni, nelle musiche, nei vestiti, nella pasta dell’immagine), il film man mano si scolorisce, si fa più tetro, prende la palette del carcere dove il protagonista viene condotto a seguito di un arresto di cui non capiamo granché (come del resto anche lui). Le prime scene sembrano suggerire una vicenda simile a quella di Enzo Tortora, ma invece capiamo subito che stavolta il conduttore non è innocente e che il punto del film di Avati non è quello dell’errore giudiziario, e che l’arresto è solo un pretesto (un macguffin hitchcockiano, potremmo dire) per permettere al personaggio di Ghini di tornare nella sua città natale e confrontarsi direttamente con tutte le questioni irrisolte del proprio passato.

Pur non essendo un horror o un film del mistero, c’è comunque un’atmosfera simile a quella del precedente L’Orto Americano. In quel caso c’era un giovane investigatore che si ritrovava a indagare su di un caso – la sparizione misteriosa di una donna – così aleatorio, data la scarsezza di prove e indizi tangibili, che non si poteva far altro che colmare le lacune con supposizioni, congetture, ipotesi. E così, anche in questo Nel tepore del ballo, non ci vengono date tutte le informazioni necessarie, ma lo spettatore viene invece lasciato in un persistente stato di confusione, impossibilitato davvero a comprendere fino in fondo i vari accadimenti e le relazioni che legano i diversi personaggi.

Chi era davvero il padre di Riccio (Raoul Bova in un ruolo insolito per l’attore, come spesso avviene nel cinema di Avati) e quali segreti nascondeva? Che cosa ha fatto di preciso Riccio per essere arrestato e indagato? Chi è questo misterioso personaggio che gestiva i suoi investimenti finanziari e lo ha messo nei guai con la giustizia? Che cosa è successo davvero con la sua prima moglie (Isabella Ferrari)? Che trasmissione conduceva in tv che lo ha reso così popolare e amato dal pubblico? 

Il regista sulla scena del film

Tutti interrogativi che un altro film (e un altro regista) spiegherebbe nel dettaglio e che invece Avati sceglie di lasciare all’immaginazione del pubblico, capace così di “riempire” tutti i buchi nella narrazione con le proprie supposizioni. È tutto un macguffin, dicevamo. Non c’è la necessità di scoprire il perché delle cose, ma tutto è invece funzionale a delineare un contesto (quello della televisione commerciale e della “tv del dolore”) piuttosto che una trama fitta, un “carattere” piuttosto che un “personaggio”, uno stato d’animo piuttosto che una sequenza coerente di avvenimenti.

Nel tepore del ballo dialoga con la realtà al punto che ritroviamo Bruno Vespa, Jerry Calà e Pascal Vicedomini nel ruolo di loro stessi, in una luce anche non necessariamente benevola: il conduttore stanco e disinteressato (Vespa), l’attore che ha bisogno della comparsata in tv per promuovere il suo film in uscita (Calà), il cronista sempre accomodante e prono rispetto alla celebrità che si sta intervistando. È evidentemente un ambiente che Avati conosce bene e che tratteggia con ferocia, assistito soprattutto da una eccezionale Giuliana De Sio nelle vesti di un alter ego di Barbara D’Urso (o Silvia Toffanin, che dir si voglia, o Mara Venier). Insomma, nelle vesti di un “animale televisivo” che il pubblico italiano ben conosce, interessato solo agli ascolti e disposto a sfruttare la sofferenza altrui per fare audience. 

Un altro elemento che insospettabilmente lega Nel tepore del ballo a L’Orto Americano è inoltre la necessità – per i protagonisti – di dialogare con i defunti, il non aver accettato fino in fondo la loro condizione di orfani, trovando invece nell’aldilà uno spazio di consolazione, da raggiungere attraverso delle vecchie fotografie (come avveniva ne L’Orto Americano) o delle vecchie registrazioni (come invece accede in Nel tepore del ballo). Attraverso “l’audiovisivo”, in ogni caso. Non è in bianco e nero questo film, a differenza del precedente, eppure sembra in alcuni casi che i colori siano superflui, tanto sono spenti e desaturati. Degli “attimi” di bianco e nero ci sono, in realtà. Nelle sequenze velocissime “riprese” dalle telecamere di videosorveglianza del carcere, contrappunto teorico alle telecamere – non meno invadenti – degli studi televisivi.

La proiezione del film al Petruzzelli è stata anticipata dalla consegna del premio “Nico Cirasola” per il cinema indipendente a Sophie Chiarello e dalla performance “Native Paths. Poesia e musiche dei nativi d’America”, che ha visto esibirsi sul palco il pianista Emanuele Arciuli e il premio Oscar Wes Studi, nel coronamento di una collaborazione iniziata quindici anni fa proprio a Bari e favorita dal direttore artistico del Bif&st Oscar Iarussi (all’epoca direttore artistico della rassegna multidisciplinare “Frontiere”). Sorvoliamo magnanimamente, in tal senso, sui commenti decisamente poco benevoli ed educati espressi sul palco da Pupi Avati nei confronti dei due artisti. Il regista, evidentemente, non ha gradito la scaletta della serata. Nel tepore del ballo arriverà nelle sale il 30 aprile per 01 Distribution.

Nella foto in alto, Massimo Ghini e Isabella Ferrari in una scena di “Nel tepore del ballo”