Quando gli hanno consegnato il prestigioso premio del Bif&st, Giuseppe Tornatore ha confessato che l’opera con cui ha avuto, in assoluto, più problemi è proprio Nuovo cinema paradiso, e un giorno dedicherà un libro alle infinite vicissitudini che portarono alla realizzazione del film vincitore dell’Oscar. E pensavo ieri mattina, mentre sedevo tra le poltrone del Petruzzelli, che se c’è un attore che merita un libro è proprio Wes Studi, attore statunitense di origine cherokee.
Premiato nel 2019 con un Oscar ad honorem “in riconoscimento della potenza e della maestria che infonde nelle sue indelebili interpretazioni cinematografiche e per il suo costante sostegno alla comunità dei nativi americani”, è stato ospite al Bif&st e vincitore del Premio Arte del cinema. Studi era già salito sul palco del Petruzzelli in occasione del Festival Frontiere, durante il quale nacque un’amicizia con il celebre musicista e maestro barese Emanuele Arciuli; proprio con lui si è esibito, sul palco del politeama prima della consegna del premio e della proiezione di Nel tepore del ballo di Pupi Avati.

L’attore, che ha recitato in Balla coi lupi, L’ultimo dei Mohicani e Geronimo: An American Legend, ha dialogato ieri mattina con il giornalista e critico cinematografico Silvio Danese a conclusione della proiezione di Hostiles (2017) di Scott Cooper, in cui veste i panni di Falco Giallo. Un film crudo, che non intende fare sconti allo spettatore, ma che presenta un punto di vista viziato. Non a caso è stato accusato di non dare abbastanza voce ai personaggi nativi (critica più che fondata).
Wes Studi, infatti, pronuncia pochissime battute e la prospettiva con cui viene raccontata questa terribile storia di violenze e soprusi è quella del “colonizzatore bianco”, di chi occupa un territorio e poi si stupisce che la popolazione del posto non sia disposta a cedere la propria terra. È il limite più evidente di Hostiles. Nonostante questo, la comunità nativa americana ha risposto al film in modo generalmente positivo, anche perché Cooper aveva avuto l’accortezza di affidarsi a consulenti culturali nativi, che si recavano ogni giorno sul set.

Certamente non un film perfetto. Troppo lungo, con qualche cedimento melodrammatico e una scrittura dei personaggi secondari a tratti sbrigativa, ma un film onesto, che guarda in faccia la brutalità della storia americana senza cercare di assolvere nessuno. Anzi, mostra un altro lato nella medaglia e dialoga con i film western degli anni ’40, che avevano tanto successo in America e nel mondo occidentale. E non è facile “dissacrare” un genere che ha ideato e costruito pezzo dopo pezzo mitologia nazionale americana.
“La storia del film – racconta Studi – è un promemoria del fatto che sì, sono possibili tragedie come quelle causate dalla violenza tra Falco Giallo e Blocker; credo sia un modo per ricordare che questo è, ed è sempre stato, un mondo intriso di ostilità. E sapete perché? Principalmente perché competiamo per le stesse risorse. Nel corso degli anni abbiamo trovato un modo per condividere le risorse, raggiungendo la pace e traendo profitto da una prosperità comune che porta stabilità. Ma la paura di perdere queste cose viene sfruttata da chi trae vantaggio dal dire alla gente “posso tenervi al sicuro”: è una falsità, e gioca sulla paura” parole che vengono accolte da un forte applauso.

Prima di diventare un attore, Studi di è arruolato nell’esercito, combattendo per 18 mesi la guerra del Vietnam: “Mi offrii volontario per andare in Vietnam semplicemente per scoprire se fossi capace di agire, se fossi in grado di imparare, resistere e mettere alla prova il mio coraggio; volevo testare me stesso per vedere cosa avrei fatto in una situazione di combattimento. Così andai e scoprii quello che avevo bisogno di scoprire: ovvero che il combattimento è caotico, casuale e confuso, al punto che non è davvero una questione di coraggio, eroismo o di tante di quelle sciocchezze che ci hanno raccontato negli anni. La guerra è solo vuoto, solo oblio di sé e della propria umanità” asserisce.
Mentre raccontava della guerra, una signora seduta accanto a me mi si avvicina e dice: “Vedi? Gli tremano le mani. Ci pensa ancora. E ci credo. Come si fa a smettere di pensare a una cosa così?” e mi ha raccontato che il padre aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale e mandava sempre delle lettere così disperate. Voleva solo tornare a casa. Lo ricordava bene. Lei e sua madre piangevano ogni volta e pregavano affinché tornasse. “Signorina – mi dice – ci sono cose veramente tristi a questo mondo e la cosa peggiore è quando sei una bambina e non puoi farci niente“.

E quasi concordando con quella signora, seduta così tanto lontana da lui, così diversa per esperienze di vita, Studi dichiara che nulla è peggiore della guerra. “In realtà è una cosa brutta e maleodorante in cui ci si uccide a vicenda e si distruggono proprietà e vita domestica. Non so perché l’umanità non sia arrivata a capirlo. Nel 2026 abbiamo ancora guerre in corso in tutto il mondo e viene da chiedersi cosa ci sia di sbagliato nel genere umano per continuare a fare questo. Non ci sono vincitori, ci sono solo vinti” dice, mostrando uno sguardo commosso al pubblico.
L’esperienza del Vietnam ha condizionato irreversibilmente la carriera dell’attore: “Quando sono tornato dal Vietnam, avevo bisogno di qualcosa che mi facesse venire voglia di vivere. Non riuscivo a trovare un senso nelle mie giornate, non riuscivo a capire per quale motivo sarei dovuto andare avanti. Ogni giorno era grigio, sempre più grigio. Ho davvero temuto di non farcela”, racconta, finché poi non ha iniziato a recitare. “Non dimenticherò mai quei giorni, quelli che trascorsero dopo la guerra in Vietnam. Il dolore è qualcosa di sinistro, che ti entra nelle ossa. Non è qualcosa che si può controllare, ti invade da ogni parte”.

“Quello che ho trovato nella recitazione – spiega – è stata, ugualmente, una paura a volte più rinvigorente, più spaventosa dell’essere in una situazione di combattimento. Principalmente perché ciò che temi è il rifiuto del pubblico. Credo sia questo. Quando sono salito sul palco per la prima volta per una produzione, la mia paura di comparire davanti a un pubblico, dire la mia battuta e iniziare la mia parte della storia… quella febbre mi ha spinto a dire: oddio, è fantastico!. Una volta salito sul palco, preso il mio posto e detta la battuta, le cose hanno iniziato a funzionare una dopo l’altra. È stato quello che chiamiamo il punto magico, l’inizio di tutto. Sono grato a ogni momento della mia vita perché mi ha portato proprio qui”, conclude, con il pubblico in visibilio, che si alza per far risuonare l’applauso in tutto il teatro.





