Anche quest’anno, tra gli appuntamenti più interessanti del Bif&st va menzionata la sezione Meridiana, ispirata – nella selezione delle opere che la compongono – alla figura di Albert Camus e al saggio Il pensiero meridiano del sociologo barese Franco Cassano. Un concorso internazionale dedicato a film in anteprima italiana provenienti dai paesi del Mediterraneo, nato con lo scopo di valorizzare il Meridione, il Mare e – appunto – il Mediterraneo come spazi di identità e dialogo, promuovendo, attraverso il cinema, relazioni e cooperazione tra le comunità. Le proiezioni, in corso al Kursaal Santalucia, saranno valutate da una giuria composta da cineasti e studiosi provenienti dal bacino del Mediterraneo e presieduta da Roberto Andò, che assegnerà cinque riconoscimenti.
Due sono i titoli, fino a questo momento, che ci hanno colpito maggiormente: Sorda (Deaf) dell’esordiente Eva Libertad (dalla Spagna), già candidato agli imminenti LUX Audience Award promossi dal Parlamento Europeo, e La Petite Dernière (La Più Piccola), di Hafsia Herzi, attrice e regista francese conosciuta in Italia soprattutto per il suo ruolo in Cous cous di Abdellatif Kechiche (a cui quest’anno il Bif&st dedica una retrospettiva completa). Il film di Libertad comincia con dei titoli di testa in cui non si sente alcun suono. Siamo colpiti dalla persistente assenza di una componente sensoriale del nostro mondo che diamo per scontata, ma è l’unica concessione didascalica che la regista spagnola si concede, mettendo in chiaro che a interessarla non è l’esperienza uditiva della sordità, offerta al pubblico attraverso scelte più o meno intelligenti di sound design (come avveniva, ad esempio, in The Sound of Metal).

La coppia inter-abile Ángela (Miriam Garlo) e Héctor (Álvaro Cervantes) – la prima sorda, il secondo udente – aspetta con ansia un bambino, ma nella mente della neomamma iniziano a insinuarsi dubbi sulla capacità di entrare in contatto con la bambina e con il mondo che la circonda, mentre la coppia deve imparare insieme a gestire la propria relazione alla luce di questa nuova e complessa dimensione genitoriale. È chiaro, quindi, che il conflitto della coppia potrebbe, per molti versi, dipendere da altre e diverse esperienze di disconnessione cruciale tra i partner. Ci sono momenti specifici, tuttavia, in cui aderiamo visceralmente alla prospettiva di Ángela, come il quello in cui, in piena fase di travaglio, strappa la mascherina chirurgica alla ginecologa per leggerle le labbra e capire quello che le sta dicendo. È soprattutto in questi casi che la direttrice della fotografia Gina Ferrer García sceglie di seguire la protagonista da vicino con la sua camera a mano. Mai in modo interrogativo, ma facendo entrare gentilmente lo spettatore nel suo mondo senza per questo metterlo direttamente nei suoi panni.
Vicinissima ai personaggi del film è anche la macchina da presa di Hafsia Herzi ne La Petite Dernière: adattamento cinematografico del folgorante romanzo di esordio di Fatima Daas. Il monologo di una giovane francese di famiglia algerina, banlieusarde, asmatica, mascolina, lesbica, poliamorosa, musulmana, che attraversa Parigi sulla RER, tra il quartiere latino e la banlieue di Clichy-sous-Bois, fino ai locali queer del decimo arrondissement. Herzi trasforma quel soliloquio sincopato che si srotolava in appena cento pagine in un film corale, in cui a essere filmato è il mondo intero e non soltanto la protagonista che lo racconta. Senza sottrarsi dall’affrontare il conflitto tra Islam e omosessualità, né il doloroso percorso di emancipazione che il suo personaggio deve intraprendere, la regista cattura la tensione elettrica tra i corpi e infonde in ogni scena un senso di imprevisto.

Se l’opera di Herzi ha un soggetto, lo ha nel senso lacaniano: cogliere l’individuo nella sua dimensione inconscia, quella zona in cui il linguaggio si ritorce contro se stesso prima di reinventarsi. La giovane ragazza si sente intrappolata tra due mondi proprio quando non può più tornare indietro ed è costretta a imparare a vivere. E la prima virtù del film, la sua sensibilità, la sua profonda politica, sta nel non presentare mai questi due aspetti, preghiera e desiderio, come forze nemiche inconciliabili. La protagonista soffre per la loro opposizione, ma il film non decide per lei. È una questione, né più né meno, di imparare a respirare. Fatima è molto asmatica e il film stesso diventa lo strumento per misurare il suo respiro.
Il film mantiene così un equilibrio unico: adotta un approccio educativo senza mai essere didattico, concentrandosi sul mistero della scoperta. Riprendendo, a suo modo, la struttura del romanzo di formazione di Daas, Herzi fa dell’insegnamento la forza motrice della sua messa in scena. Lo spettatore cresce e impara insieme a Fatima, entrambi allievi di una scuola di vita non convenzionale, in cui si impara a provare piacere e ad amare (innanzitutto se stessi). E quando Fatima esce di scena, troppo presto, e lo schermo diventa nero, rimaniamo con il fiato sospeso. Avremmo voluto seguirla più a lungo, continuare a osservarla mente costantemente si reinventa. Con grande eleganza, Herzi lascia la sua eroina in uno stato incompiuto, aperto, come se questa storia fosse solo un preludio a qualcosa che verrà dopo.
La Petite Dernière arriverà nelle sale italiane il prossimo 23 aprile per Fandango. Sarà invece Lucky Red a distribuire Sorda (Deaf), ma la data non è stata ancora resa nota.





