Il cinema è un desiderio cieco che cresce all’ombra dell’impossibile

Da "Malèna" a "La migliore offerta", il Bif&st rende omaggio alla profondità degli sguardi e alla bellezza delle immagini del cinema di Giuseppe Tornatore che continuano a vivere dentro di noi

Ho realizzato un mio sogno al termine della terza giornata del Bif&st e, poi, durante la quarta ne ho realizzato un altro, anche se meno grande del precedente. Ci sono film che, per ragioni non sempre comprensibili, entrano nel cuore degli spettatori, senza neppure prendersi la briga di bussare alle porte. Amori immediati, che sono destinati a permanere in noi, a farsi granitici, vulcanici addirittura. Malèna, film del 2000 di Tornatore, è per me uno di questi.

Lo vidi per la prima volta mentre frequentavo l’università e me ne innamorai di colpo, subitamente; senza neppure rendermene conto e senza dare il tempo allo spirito critico di agire da filtro. Perché lo so che Malèna ha tanti difetti ed è caratterizzato da una visione naif della storia e delle vicende di un paesino della Sicilia. E so bene che manca del tutto di realismo e verosimiglianza; ma è vero anche che è il risultato della mente del protagonista, un ragazzo appena tredicenne che, come tutti nel suo paese, è innamorato alla follia della donna più bella del mondo, almeno secondo lui. 

Un’immagine di “Malèna”

Monica Bellucci, che interpreta proprio Malèna, è (il lettore vorrà scusare il mio giudizio caustico) tra le peggiori attrici della sua generazione. Talmente incapace da non saper neppure doppiare se stessa (sfido il lettore a non notare questo problema in qualunque film straniero). Eppure, Giuseppe Tornatore è così bravo da sfruttare la sua estrema sensualità per raccontare tutta una storia che è cucita addosso ai suoi movimenti, ai suoi vestiti, al suo cambio di pettinatura. Fascismo, comunismo, tutto passa attraverso di lei e su di lei, divenendo ancora più reale grazie a lei.

Attraverso l’indomabile attrazione nei suoi confronti, Renato Amoroso (Giuseppe Sulfaro) scopre il mondo per la prima volta. E la bellezza di Malèna Scordia provoca una fascinazione collettiva, cui non riesce a scampare nessuno. Ogni maschio di Castelcuto la desidera con ogni fibra del proprio essere, ma non la può avere, perché è sposata e perché è troppo schiva e bella per essere accessibile. E più i mariti, i fidanzati e i figli la desiderano e più si arrabbiano le donne del paese. Malèna è totalmente sola. L’unico che la guarda e che prova dolore per lei è proprio quel ragazzino di tredici anni, testimone perfetto della distruzione sistematica della donna da parte di una comunità che l’ha già condannata prima ancora che facesse alcunché. 

Monica Bellucci protagonsita del film di Tornatore

Tredici anni dopo, Tornatore porta in scena un altro uomo prigioniero del proprio desiderio, ma stavolta in un registro radicalmente diverso, quasi da thriller psicologico. Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è il più celebre battitore d’asta d’Europa, un uomo di gusti infallibili e dall’intelligenza acutissima. Vive circondato da ritratti di donne che nessun altro può vedere, custoditi in una stanza segreta. Proprio come Renato, Virgil è un collezionista di sguardi femminili, ma dipinti, perché quelli reali lo spaventano. A un certo punto, tuttavia, incontra Claire (Sylvia Hoeks), una giovane donna affetta da agorafobia che lo contatta per valutare il contenuto della villa in cui vive segregata. Virgil si innamora lentamente, dolorosamente, di lei. Se in Malèna era la bellezza della donna a renderla intoccabile, qui è la fragilità (o l’apparente fragilità) a creare la distanza. E il desiderio si nutre dell’impossibilità.

Sylvia Hoeks nel film “La migliore offerta”

Tornatore, accolto dal pubblico barese con il consueto affetto, nella giornata di ieri non ha potuto non mettere in relazione questi due film. Su La migliore offerta spiega che “il film è volutamente costruito come un meccanismo a orologeria (non per caso i pezzi di automa che Virgil colleziona e riassembla diventano la metafora esplicita della trama) in cui ogni pezzo e ingranaggio va a collocarsi all’interno di una quadro più ampio. Una visione più fredda, di certo, ma anche per rendere la solitudine del protagonista e della donna di cui è innamorato, che non verrà mai davvero vista e capita, o semplicemente scoperta“. Eppure, i due film hanno tanto in comune, perché mettono al centro il punto di vista del protagonista e non lasciano spazio all’oggetto di quello sguardo.

Geoffrey Rush protagonista di “La migliore offerta”

Il loro desiderio, per quanto all’apparenza sincero, non riguarda davvero Malèna o Claire. Le due donne sono invisibili. Sono i due personaggi a proiettare su di loro se stessi e ad accecare il loro stesso sguardo. Non vedendole, però, le rendono due divinità. Soprattutto Malèna. Non è detto che davvero un intero villaggio fosse ai suoi piedi, ma possiamo fidarci solo del punto di vista di un ragazzo che, tra esagerazioni e esacerbazioni, ci racconta comunque l’ingiustizia, la solitudine, il desiderio” spiega Tornatore al critico Paolo Mereghetti. 

Il cinema, l’ho scoperto con il tempo, è tutta una questione di sguardi, che possono anche essere ciechi. Questo è il punto. Ma in ogni caso catturano un’immagine, che resta sempre con chi l’ha scattata e, proprio perché così vivida, si fa vera” e Tornatore a raccontato di quando era ragazzo e andava in giro con la macchina fotografica. “Raccoglievo i volti di chiunque incontrassi ovunque andassi, un modo bizzarro di tenere un diario. In quelle foto ci sono tutti i miei amici, i miei avversari, le persone che amo e ho amato e quelle che non ho saputo e non ho voluto amare. La mia prima attività creativa è stata la fotografia” racconta il regista.

Tornatore con Oscar Iarussi, direttore del Bif&st

“Sin da piccolo avevo attrazione per il cinema ma non gli strumenti per fare delle riprese. La macchina fotografica era più accessibile – riprende – e quando scoprii la fotografia di Ferdinando Scianna e del mio maestro Mimmo Pintacuda ebbi come una folgorazione: si poteva fotografare la vita a sua insaputa. Quindi iniziai a portare una macchina fotografica sempre con me, dai 10 ai 25 anni. È stata una palestra formativa straordinaria: dovendo essere sempre attento a quello che mi accadeva intorno, osservavo per ore, giorni, settimane, mesi le figure umane, come si muovono, come agiscono” e ha scoperto, così, un modo di registrare la realtà.

“Andare in giro e fotografare di nascosto o riprendere in Super8 ai miei occhi rimane l’esperienza più libera della mia vita professionale. Non dovevi convincere nessuno, andare da un produttore a dire guarda, vorrei raccontare i vecchi che fanno la fila per prendere la pensione, convincere un distributore, gli agenti, gli avvocati, gli intermediari, i capi di una piattaforma, i co-produttori, l’ufficio stampa, i legali… Lungi da me proiettare un’ombra su quest’altra parte del mio mestiere ma ricordo quegli anni di libertà anche un po’ irresponsabile come i più belli”, afferma Tornatore.

Anche Renato “fotografa” Malèna in giro per il villaggio, da mattina a sera, e quel suo volto, e quel suo amore non riuscirà mai a dimenticarlo. E così, quel Petruzzelli gremito, quelle emozioni tangibili, saranno un ricordo che questo regista tanto amato, vincitore del premio Bi&st Arte e Cinema, saprà portare con sé per sempre.