Gli sguardi di tutto il mondo per non chiudere gli occhi

Le immagini del World Press Photo, in mostra al Palazzo della Città Metropolitana, sono un affresco potente del nostro tempo, tra conflitti e crisi, ma anche dignità, resistenza e umanità

C’è un racconto di Lev Tolstoj, uno dei primi che ha scritto, in cui c’è un personaggio, Olenin, che parte alla volta del Caucaso. Lascia tutto: i suoi amici, la gente che vede ogni giorno, tutto quello che ha imparato a conoscere, perfino una ragazza che lo amava molto, ma che lui non ricambiava. Abbandona tutto ciò che sa, per ricominciare una nuova vita. Non sa se tornerà più a casa o se vi farà ritorno con una medaglia, una donna al suo fianco e una serie di gloriosi ricordi. E, quindi, nel momento in cui attraversa Mosca in carrozza, in quel ventitreenne convivono emozioni diverse e, tra queste, per la prima volta si affaccia nella sua mente un primigenio sentore di nostalgia. Avverte quel pizzico al cuore, quel dolore sottile, quel disagio alla bocca dello stomaco e, nonostante tutto, gli dispiace andar via.

Foto di Gabriela Oraa (South America)

Non so perché ma ogni anno, ogni volta in cui mi ritrovo a vedere la World Press Photo a Bari, provo, andando via, quella nostalgia che sente Olenin. Una nostalgia profonda, per tutto quello che lascio e che non riesco a portare con me. Storie di vita, di persone come tante, che si ritrovano in qualche angolo sperduto di mondo o qui, a pochi chilometri da noi. Uomini, donne, bambini. Anziani, che tengono in mano quel po’ che resta della loro casa. Una foto, un giocattolo, un ricordo. Qualcosa che, forse, sotto i bombardamenti non aveva importanza, ma che probabilmente era un oggetto prezioso per un bambino o per sua madre. E provi un dolore, lì, tra le foto esposte, mentre cammini e ritorni sui tuoi passi.

Un dolore che non sai descrivere per quello che accade nel mondo, che non sempre la stampa racconta. Un dolore per quello che accade, che sia lontano o vicino non importa. Un dolore universale, che c’è e sopravvive in noi anche quando distogliamo lo sguardo. Perché in una mostra del genere, oggi quanto mai necessaria, le immagini ti inseguono e non ti lasciano neppure il tempo di distrarti, che subito sono diventate indelebili. Com’è giusto che sia.

Foto di Musuk Nolte (South America)

Al centro dell’attenzione c’è lo scatto vincitore del Photo of the Year, opera della fotografa palestinese Samar Abu Elouf per il New York Times. L’immagine ritrae un bambino di nove anni a Gaza, gravemente mutilato dopo un attacco israeliano, nel marzo 2024. Non vi sono macerie sullo sfondo. La guerra è impressa sul volto del ragazzo. La sua brutalità è visibile sul corpo martoriato. Sembra quasi una risposta alla bambina afgana fotografata da Steve McCurry. Solo che il dolore di quel bambino, uno dei tanti a Gaza, non è uno spettacolo da ammirare. Non c’è nulla di poetico negli occhi di un sopravvissuto.

Photo of the Year della fotografa palestinese Samar Abu Elouf

Mentre si passeggia tra le foto, è bello ascoltare i commenti degli altri visitatori, che si spostano tra uno scatto e l’altro come delle onde. E vanno avanti e tornano indietro, come rapiti. Un signore di mezza età stringeva un cappello di lana nero tra le mani e sussurrava alla donna accanto a lui: “In televisione è diverso. Tutto passa, provi pietà, ti dispiace, ma non puoi fare niente. Qui è diverso. Queste foto ti fanno venire voglia di fare qualcosa. Di cambiare le cose”. E la donna accanto a lui annuiva e si vedeva che ogni sua forza era concentrata nel tentativo di non piangere, lì, davanti a tutti.

C’è un ragazzo, poi, di vent’anni o poco più, che era entrato probabilmente perché costretto da un insegnante. Era con un suo amico, alto, con i capelli arancioni. Un casco che teneva con la mano destra dalla cinghia. Sono entrati dopo di me e, quando sono uscita, erano ancora nella sala del colonnato del Palazzo della Città Metropolitana. E chissà per quanto tempo ci sono rimasti. Non facevano altro che passare e ripassare davanti a una foto in bianco e nero, che ritraeva una madre e sua figlia, forse, mentre si abbracciavano. In questa bellissima esposizione, che fa il giro del mondo, c’è sempre la foto di un abbraccio. E ogni volta, per quanto le foto siano terribili, quell’abbraccio ti alleggerisce il cuore. Ti stringe e ti fa sentire meglio. Meno impotente.

Africa Long-Term Projects di Cinzia Canneri

La foto fa parte di un progetto della fotoreporter italiana Cinzia Canneri, premiata nella categoria Long Term Project, per un reportage sulle violenze sessuali subite da donne eritree durante la guerra. Una storia spesso taciuta, ma che la fotografa ha fatto sì che girasse e venisse conosciuta. Le sue foto, le uniche in bianco e nero, non sono però tetre. Sono le più luminose della mostra, perché in esse echeggia la forza di queste donne, che si fanno coraggio, si stringono le mani, non restano mai sole. Si raccontano una storia che è, a conti fatti, la storia di tutte loro. Trovano, nonostante la sofferenza, un motivo per vivere, per lottare, per essere di nuovo felici.

La fase finale del progetto – ha spiegato l’autrice – si è concentrata sulla costruzione di significati che considerano il corpo non più solo come simbolo di ferite inflitte, ma anche come emblema della forza che nasce dalla cura, dalla resilienza e, quando necessario, dalla resistenza e dalla lotta. Il concetto di resilienza come risoluzione positiva è stato rifiutato, per lasciare spazio ad un processo complesso, che affronta in modo costruttivo le sfide attraverso un ampio spettro emotivo. Il coinvolgimento collaborativo tra culture diverse ha permesso lo sviluppo di uno sguardo pluralistico che diventa uno spazio capace di offrirci la condizione di una prospettiva radicale da cui guardare, creare e immaginare alternative e nuovi mondi”.

Africa Long-Term Projects di Cinzia Canneri

E ancora scatti, che non si limitano a documentare, ma che scuotono, interrogano lo spettatore. Gli autori sono freelance e professionisti che collaborano con alcune delle maggiori redazioni internazionali, da agenzie come Reuters e AP, fino a testate come il New York Times, Der Spiegel e il Time. E a facilitare questo viaggio è stato lo splendido palazzo, sul Lungomare di Bari. “Questa decisione di spostare qui una mostra tanto importante rappresenta un’apertura della città a un racconto collettivo del mondo. Un atto urbanistico e culturale: una decisione che rende lo spazio pubblico teatro di memoria, riflessione e consapevolezza globale” ha spiegato il sindaco, durante l’inaugurazione.

Foto di Jerome Brouillet (Asia Pacific and Oceania)

Vedere questa edizione di World Press Photo a Bari  – ha proseguito Vito Leccese – non è solo una visita a una mostra: è un’esperienza che mette alla prova lo sguardo, scuote le convinzioni, attiva il senso critico. È un invito – sottile e urgente – a non dimenticare, a non banalizzare, a non chiudere gli occhi. Perché ciascuna fotografia è una storia, e ogni storia è un mondo. Un mondo fatto di sofferenza e speranza, di ingiustizie ma anche di resistenze, di disperazione ma anche di dignità. Guardare queste immagini significa prendersi la responsabilità emotiva e civile di testimoniare, condividere, ricordare” conclude.

Ed è qui, sul lungomare Nazario Sauro, fino all’8 dicembre, che la mostra racconta il mondo. Questa edizione, precisamente la 68ª, si distingue per ampiezza, cura e profondità. In mostra, 144 fotografie selezionate da una giuria internazionale su un archivio di 59.320 scatti realizzati da 3.778 fotografi provenienti da 141 paesi. Il risultato è un affresco potente e composito del nostro tempo: conflitti geopolitici, crisi umanitarie, migrazioni, cambiamenti climatici, ingiustizie sociali, ma anche piccoli istanti di umanità, dignità, resistenza. Storie che chiedono di essere viste, ascoltate, comprese. Che chiedono di essere raccontate.

Foto di John Moore Getty (North and Central America)

E credo che la sfida più grande sia di non lasciare che quelle fotografie restino solo polaroid di dolore o meraviglia, ma semi di consapevolezza. Perché il mondo raccontato in queste immagini, un mondo così lontano eppure così vicino, ci riguarda tutti. E chissà se tanti, che si troveranno a guardare questa splendida esposizione, non proveranno la nostalgia di Olenin e non vorranno ripetere il viaggio ancora una volta.

In copertina una foto di Cinzia Canneri ambientata in Africa