Dalla finzione alla dura realtà, ecco a voi “The Italian Job”

Come conferma il report di Libera, il sistema delle mazzette resta una "specialità" del Bel Paese, con la Puglia che figura al terzo posto per numero di persone indagate

The Italian Job: è con questo nome, preso in prestito da un thriller dei primi anni Duemila (remake della celebre pellicola del 1969, con protagonista Michael Caine) che i magistrati del Belgio hanno cominciato a riferirsi alle recenti indagini che a Bruxelles hanno scosso i palazzi del potere. C’è un elemento che ha subito colpito giornalisti e investigatori della Procura europea: le persone fermate (e poi rilasciate) sono tutte italiane. Una caratteristica che in Belgio sta diventando una costante, quando si parla di mazzette.

I protagonisti del film erano rapinatori americani in trasferta in Italia. In questo caso, invece, parliamo di italiani che finiscono sotto inchiesta all’estero per questioni di tangenti. Non un film, ma la dura realtà.

Anche nel corso del 2025 nel Bel Paese è risuonato incessante l’allarme “mazzette”, con il coinvolgimento, in una vasta gamma di reati di corruzione, di un migliaio di amministratori, politici, funzionari, manager, imprenditori, professionisti e mafiosi. Come certifica l’ultimo report di Libera, che dal 1° gennaio al 1° dicembre 2025 ha censito 96 inchieste (erano 48 nel 2024) su corruzione e concussione: circa otto inchieste al mese. Ad indagare su questo fronte, sempre caldo, si sono attivate 49 procure in 16 diverse regioni.

Complessivamente 1028 (lo scorso anno erano 588) le persone indagate per reati che spaziano dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Dall’analisi delle inchieste, ancora in corso e dunque senza un accertamento definitivo di responsabilità individuali, emerge una corruzione “solidamente” regolata, spesso ancora sistemica e organizzata, dove, a seconda dei contesti, il ruolo di garante del rispetto delle “regole del gioco” è ricoperto da attori diversi: l’alto dirigente oppure il faccendiere ben introdotto, il “boss dell’ente pubblico” o l’imprenditore dai contatti trasversali, il boss mafioso o il “politico d’affari”.

Se guardiamo al numero di persone indagate, la prima regione risulta essere la Campania (219), seguita dalla Calabria (141), terza la Puglia (110) e ancora la Sicilia (98). Prima regione del Nord Italia la Liguria (82), seguita dal Piemonte (80).

La mappa delle inchieste e il numero degli indagati, per i quali naturalmente vale una presunzione di non colpevolezza, è frutto di una ricerca avente come fonte lanci di agenzie, articoli su quotidiani nazionali e locali, rassegne stampe istituzionali, comunicati delle Procure della Repubblica e delle forze dell’ordine. Sono ben 53 i politici indagati (sindaci, consiglieri regionali, comunale, assessori) pari al 5,5% del totale delle persone indagate. Di questi 24 sono sindaci, quasi la metà. Il maggior numero di politici indagati riguarda proprio la Puglia – a “pari merito” con la Campania – con 13 politici sotto inchiesta, seguita da Sicilia con 8 e Lombardia con 6.

“I dati che presentiamo – ha commentato Francesca Rispoli, copresidente nazionale di Libera – ci parlano con chiarezza: la corruzione in Italia non è affatto un’anomalia, bensì un sistema che si manifesta in mille forme diverse, adattandosi ai contesti, riflettendo l’impiego di tecniche sempre più sofisticate. Non basta invocare pene più severe o attendere l’ennesima inchiesta giudiziaria, spesso destinata ad arenarsi in un nulla di fatto: occorre rinnovare un patto forte e lungimirante tra istituzioni responsabili e cittadinanza attiva. Le istituzioni pubbliche consolidino i presidi di prevenzione e si dotino di strumenti efficaci di contrasto della corruzione, anziché delegittimarli e indebolirli come si è fatto negli ultimi anni”.

Proprio per contrastare il progressivo depotenziamento dei principali presidi anticorruzione – repressivi e preventivi – faticosamente edificati nel tempo, la piattaforma nazionale Fame di verità e giustizia da maggio sta attraversando il Paese, da Nord a Sud, per animare il dibattito pubblico con l’obiettivo di riscrivere l’agenda in tema di lotta alle mafie e corruzione. Ed è impossibile, in questo contesto, non tenere conto del disegno di riforma della magistratura che prevede la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (pm), lo sdoppiamento del Csm (uno per i giudici e uno per i pm) e l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare.

Secondo Libera, la riforma della giustizia (ma sarebbe meglio dire la riforma della magistratura) voluta dal governo – e che sarà sottoposta al voto dei cittadini con il referendum del 2026 – rappresenta “un rischio per la democrazia perché rischia inevitabilmente di compromettere l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato”. Secondo l’associazione, infatti, la separazione delle carriere porterebbe a una maggiore vicinanza del pubblico ministero al potere politico, con il rischio di condizionamenti nelle indagini e alla possibilità che il pm diventi una sorta di “avvocato dell’accusa” più che un garante della legalità, perdendo il suo ruolo di soggetto imparziale che cerca la verità.

Non sono in pochi a esprimere la preoccupazione che una tale riforma aprirebbe la porta a un possibile controllo politico sulla magistratura requirente, indebolendo la sua autonomia proprio nelle indagini su corruzione, criminalità organizzata e abusi di potere. “La storia d’Italia ci insegna che la magistratura ha raggiunto risultati importanti contro mafie e corruzione anche in considerazione della libertà di indagare contro i poteri forti, siano questi politici, economici, finanziari. La forza delle mafie sta nel saper connettere questi mondi e fruire delle protezioni che ne derivano, quindi il contrasto alle mafie passa anche dalla possibilità di una magistratura forte e libera da condizionamenti, capace di indagare senza confini o censure politiche”, sostiene Libera.

Tutto, invece, sembra andare in direzione esattamente contraria. Tra i provvedimenti più controversi, si possono infatti citare l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, che rende di fatto impuniti abusi di potere e favoritismi compiuti in conflitto di interessi, cancellando dal casellario le migliaia di condanne già comminate. La riforma del reato di traffico di influenze illecite, contro i mediatori della corruzione (che ne ha fortemente ristretto l’ambito di applicazione); la limitazione delle intercettazioni e dell’utilizzo dei captatori elettronici (i cosiddetti trojan) nelle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione.

E ancora la prospettata cancellazione dell’obbligo di decadenza degli amministratori locali condannati in via non definitiva; l’indebolimento del ruolo della Corte dei Conti con il ruolo di supervisione in itinere sugli appalti del PNRR; il restringimento dei controlli istituzionali, tramite la limitazione delle funzioni di vigilanza sugli appalti dell’Autorità anticorruzione (ANAC) prevista dal nuovo codice.

Insomma, quello delle mazzette è ancora – scandalosamente – un vero e proprio “Italian Job”, come sostengono forse un po’ razzisticamente i magistrati belgi. E la politica italiana non sembra avere come priorità il contrasto alla corruzione. Piuttosto il contrasto a chi sulla corruzione è chiamato a indagare.

Nelle foto alcune immagini di The Italian Job, il film del 2003 interpretato da Mark Wahlberg, Charlize Theron e, tra gli altri, Donald Sutherland