Durante la messa di queste domeniche di Avvento, i fedeli che frequentano la parrocchia salesiana del quartiere Libertà, a Bari, vengono invitati a portare ai piedi dell’altare le buste piene di alimenti. Lo stesso accade con i missionari del Preziosissimo Sangue, che invitano a consegnare presso il centro d’ascolto parrocchiale alimenti specifici per i bambini delle famiglie assistite. Il 14 dicembre la Caritas Bari-Bitonto ha promosso la Domenica della Fraternità, una raccolta di fondi per il sostegno delle opere-segno diocesane.
Sono giorni, questi, in cui c’è solo l’imbarazzo della scelta tra le numerose iniziative di beneficenza o le attività di volontariato. Parrocchie, associazioni, realtà del sociale moltiplicano i propri sforzi per regalare un periodo di serenità a tutte le famiglie, i bambini, i senza fissa dimora, le persone sole.

Di persone sole che incontriamo ogni giorno, ma di cui non ci accorgiamo, ce ne sono davvero tante. Ognuno di noi, con piccoli gesti e tempo da dedicare, può rendersi utile agli altri rivolgendosi alle realtà parrocchiali, informandosi sulle iniziative messe in campo dalle associazioni che, non solo durante le festività, ma per tutto l’anno chiedono il contributo di volontari e sostegno concreto.
È ormai evidente che non esiste un’unica forma di povertà, ma molteplici volti della povertà che costringono migliaia di persone a vivere in un equilibrio molto precario. Tra queste anche chi, pur lavorando, non riesce a garantire a se stesso e alle proprie famiglie condizioni di vita dignitose.
Il perimetro del disagio continua ad allargarsi e gli aiuti alimentari garantiti da tanti rappresentano soltanto la punta di un iceberg ben più profondo. I centri di ascolto parrocchiali adempiono ad un ruolo chiave, non limitandosi a consegnare generi alimentari, ma accogliendo bisogni, incontrando famiglie e persone preoccupate, talvolta arrabbiate, che chiedono un aiuto, anzi un accompagnamento per uscire dal disagio.

La Caritas, con il suo lavoro quotidiano, diventa uno specchio capace di restituire l’immagine dei molteplici volti della fragilità sociale, offrendo spunti di riflessione sui diversi contesti di povertà e marginalità. Come testimonia il report Vite sospese, realizzato dalla Caritas dell’arcidiocesi Bari-Bitonto, che rivolge uno sguardo analitico sulle povertà nel territorio. Oltre l’elenco di dati e percentuali, il report rivolge l’invito a cambiare prospettiva, a guardare il povero non come oggetto, bensì come soggetto del proprio cambiamento, supportato e accompagnato in questo percorso di rinascita dalla rete sociale.
I dati confermano che la sacca di povertà, in cui sprofonda tanta parte della popolazione, non è un fenomeno episodico ma sistemico che schiaccia legami, mina i diritti e toglie dignità. Nelle vite sospese, tra attesa e rassegnazione, fluttuano tantissime persone. Attraverso l’immagine evangelica della piscina di Betsata, attorno a cui si raduna “un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici”, aspettando un miracolo che cambi la loro sorte, don Lino Modesto, direttore dalla Caritas Bari-Bitonto, spiega il senso più profondo del report: “Una lente di ingrandimento sul territorio diocesano, che conta 750mila abitanti. Il racconto evangelico comunica proprio quel senso di sospensione che spesso toglie a tanti la forza per vivere, bloccati tra attesa e perdita di possibilità. Così vivono molte persone perché non messe nelle condizioni di vivere degnamente.”
Il miracolo di Cristo nei confronti di un cieco, descritto nel Vangelo di Giovanni, è introdotto dalla domanda “Vuoi guarire?”. Un quesito nella cui risposta è contenuta, in fondo, la possibilità stessa di cambiare il punto di vista: dall’assistenzialismo ad una presa di coscienza che consenta al povero di essere protagonista della propria svolta. “Vuoi guarire?” è l’invito ad uscire da una situazione di passività, spiega don Lino: “Sebbene non tolga il disagio, la domanda restituisce la possibilità di partecipare al proprio cambiamento come atto di responsabilizzazione. Bisogna superare la logica dell’immobilismo e offrire dignità con processi condivisi. La singola persona è soggetto che costruisce progetti di uscita da quegli spazi sospesi che sono gli ospedali, i centri d’ascolto, i servizi sociali, le file per un colloquio di lavoro… le piscine di oggi”.
Il report della Caritas diocesana, a cui hanno offerto il proprio contributo anche l’arcivescovo mons. Giuseppe Satriano e l’assessora al welfare del Comune di Bari, Elisabetta Vaccarella, è stato realizzato – grazie al supporto della piattaforma messa a disposizione dalla Caritas italiana – analizzando un campione di 15 parrocchie su 125 del barese, con 642 persone assistite e 355 nuclei seguiti dai centri di ascolto parrocchiali nel 2024. Oltre 6000 sono gli interventi attraverso cui si è provato a rispondere ai bisogni delle persone che si sono rivolte a questi centri. Sebbene i dati presentati non possano essere considerati esaustivi né pienamente rappresentativi della complessità dell’intera diocesi, come afferma la dott.ssa Elena Carletti, docente dell’Università di Bari che ha spiegato alcuni elementi del rapporto, “resta il fatto che tali centri d’ascolto delle comunità parrocchiali costituiscono uno strumento di restituzione di dignità alle persone accolte, e soprattutto sono osservatori privilegiati dei fenomeni di povertà sul territorio”.

Descrivendo il rapporto diocesano, la relatrice pone l’attenzione su diversi fattori della cornice della marginalità entro cui è inserita la vita di molta gente: segnala che si rivolgono ai centri d’ascolto parrocchiali molti lavoratori, i cosiddetti working poor, che chiedono un supporto percependo solo basse retribuzioni e non potendo affrontare le spese per una vita più dignitosa. Oltre al 33% di disoccupati, ben il 10% è da considerarsi lavoratore precario. Questo dato è correlato alla richiesta, rivolta agli operatori della Caritas, di sostegno, grazie a cui fronteggiare il problema dell’inadeguatezza delle case dove vivono molte persone, spesso in condizioni fatiscenti, ma soprattutto poter accedere al mercato degli affitti. La “precarietà di questa fascia grigia”, come la definisce la dott.ssa Carletti – in un contesto in cui un numero sempre più crescente di abitazioni viene adibito a b&b, sullo sfondo di un turismo sempre più vorace che crea l’immagine di una realtà sin troppo patinata e di un benessere fittizio nel capoluogo – costituisce un problema complicato da risolvere a causa del rincaro dei prezzi. In realtà, il divario sociale diventa sempre più evidente, anche nelle zone di Bari vicine alle strade più centrali.
I dati del rapporto della Caritas (clicca qui) mettono in evidenza come, d’altra parte, l’ignoranza e lo stigma siano causa di pregiudizi escludenti. Tralasciando l’80% degli italiani che ha chiesto supporto alla Caritas, vi è un 17% di stranieri, soprattutto di origine georgiana, rumena, marocchina, pakistana che si rivolge all’organismo pastorale della Chiesa Cattolica Italiana. Ciò che, tuttavia, non viene opportunamente evidenziato è che a Bari vive la comunità georgiana più numerosa d’Italia e che gli stranieri giunti in Italia in possesso di un titolo di studio che si rivolgono alla Caritas sono in numero maggiore rispetto agli italiani. Eppure, non sussistono condizioni tali da consentire ad una persona straniera qualificata di utilizzare le proprie competenze per svolgere una professione adeguata. Così, in genere, ci si deve accontentare di quei lavori, neanche retribuiti in modo adeguato, che molti italiani rifiutano. “Queste persone vivono in una cornice imposta soprattutto dal pregiudizio”, ricorda Carletti.

Un altro fattore che emerge dal report è l’alta percentuale di donne che chiede aiuto di diverso genere (60%), perché strutturalmente escluse dal mercato del lavoro e impegnate a gestire il carico di cura familiare. Un aiuto che dovrebbe essere garantito da servizi pubblici in grado di sostenere la genitorialità e conciliare vita e lavoro. Occorre, inoltre aggiungere il 27% di nuclei familiari con bambini che vivono in condizioni di disagio: un disagio che, in questo caso, riguarda la povertà educativa. E, infine, non si può dimenticare la povertà legata alla solitudine che colpisce gli anziani e molti uomini.
Ciò che desta preoccupazione e che implica una più incisiva integrazione tra enti e servizi, è l’aspetto della multiproblematicità della povertà. Ogni accesso agli sportelli della Caritas ha la fisionomia di una persona che in media è bisognosa almeno in quattro ambiti della povertà, a conferma degli intrecci preoccupanti tra le diverse vulnerabilità. Inoltre, una persona su cinque si rivolge ai volontari e ai centri per chiedere aiuto principalmente in tema di lavoro e salute, ossia due dei pilastri su cui si basa la qualità della vita di ogni persona e che risultano gli aspetti più marginalizzanti. Quanta gente è rassegnata a non trovare soluzioni nella ricerca di un lavoro e quanta rinuncia alle cure mediche, a causa delle attese e dei costi?

Non a caso proprio la Fondazione Caritas già dalla primavera ha stipulato un protocollo con l’Asl per la realizzazione di uno sportello di orientamento psico-socio-sanitario per persone che hanno difficoltà di accesso ai servizi. Sportello del quale hanno fruito 117 persone con 149 accompagnamenti sanitari. A tal proposito Luigi Fruscio, direttore generale dell’Asl-Bari, spiega: “C’è bisogno di mettere in campo ogni sinergia e c’è bisogno della presa in carico totale di una persona o della famiglia seguita. Il problema sociale in fondo è proprio lo stigma dell’isolamento: la persona si vergogna del proprio stato e questo limita le possibilità di offrire un aiuto. C’è bisogno di ricreare fiducia nei cittadini”.
La Caritas diocesana in un’ottica di formazione e accompagnamento, per fronteggiare la questione lavorativa, ha avviato il progetto “Le ali di Bartimeo” attraverso cui sono state prese in carico oltre 100 persone per accompagnamento nel mondo del lavoro a partire dalla redazione del curriculum o il disbrigo di pratiche burocratiche. “La difficoltà di accesso al mondo del lavoro è ancor peggio della ricerca del lavoro”, spiega Carletti.
Per sostenere le diverse situazioni di marginalità in cui versa molta parte della popolazione occorre una sinergia tra tutti gli attori del sociale in collaborazione con le istituzioni. A tal proposito la Caritas, il Comune di Bari e le realtà del sociale hanno avviato il Tavolo per le periferie col fine di mettere a sistema le questioni legate alla marginalità e ai processi di riqualificazione urbana e sociale. Su tale prospettiva si è soffermato Pasquale Ferrante, vicepresidente di Legacoop Puglia: “Il tavolo sulle periferie e sulle povertà è un’opportunità che unisce competenze e assessorati con l’idea di formare la prospettiva di un welfare più ampio”. Spesso chi vive ai margini è quasi etichettato a causa del proprio stato e i contesti, privi di adeguati servizi e supporti d’ogni genere, anziché creare alleanze sono causa delle cosiddette “guerre tra poveri”. Anche Ferrante ricorda che i contesti sociali sono pregni di disuguaglianze, talvolta ereditate, che determinano quella somma di disagi che porta alla multiproblematicità della povertà.

In questo quadro complesso è necessario non solo l’impegno della Caritas, delle amministrazioni e dei vari enti, ma anche un dialogo con tutti i soggetti terzi che si prendono carico delle persone bisognose di aiuto, ricordando di dover interagire con “materiale umano”. In questa visione la carità non può essere “passiva”, ma deve coinvolgere i destinatari ponendosi accanto. In fondo, la postura, che al di là di ogni numero o disagio, deve essere applicata per un accompagnamento sia morale che fisico, è proprio stare al fianco del prossimo.
Né in basso, né in alto, ma accanto per intermediare, per aprire varchi, per ricreare relazioni, per dire “io credo in te”, per trasformare il proprio passato in occasione di riscatto.




