Una sola, grande fiammata nella serenissima mostra

In un festival mainstream, nonostante la qualità complessiva delle proposte, l'intensità struggente di "Saint Omer", primo lungometraggio di Alice Diop

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Non c’è dubbio che la 79esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia sia stata la consacrazione di un festival sempre più mainstream e forse anche più quieto, prevedibile, ma non per questo meno godibile. In un concorso dove la metà dei film parlava inglese (10 su 23, addirittura due di questi italiani: Monica di Pallaoro e Bones And All di Guadagino), era facile immaginare un palmarès principalmente anglofono, ma forse non fino a questo punto. Sei premi sugli otto totali sono stati assegnati a film con produzione inglese o americana, tutti con attori e nomi molto noti, a consolidare una tendenza degli ultimi anni che vede il festival della Serenissima come trampolino di lancio per i titoli che poi andranno agli Oscar (anche se mai come quest’anno è agguerrita la concorrenza di Toronto, che ha ospitato la première del nuovo film di Steven Spielberg).

All The Beauty And The Bloodshed vincitore del Leone d’Oro

Il premio forse più imprevedibile è stato proprio il Leone d’Oro a All The Beauty And The Bloodshed di Laura Poitras, che diventa così la terza donna consecutiva a vincere il principale trofeo della mostra, dopo Chloé Zhao e il suo film Nomadland nel 2020 e Audrey Diwan per L’Événement nel 2021. All The Beauty And The Bloodshed è, inoltre, il secondo film documentario ad aver ricevuto questo riconoscimento nella storia del festival, dopo Sacro GRA di Gianfranco Rosi nel 2013. Vincitrice del Premio Oscar per il miglior documentario con Citizenfour nel 2015 (e nominata per My Country, My Country nel 2017), Laura Poitras è da sempre una regista interessata a scovare nella società le battaglie di individui che, spesso da soli e contando esclusivamente sulle proprie forze, decidono di scagliarsi contro un potere molto più grande di loro. Poitras non solo documenta queste sfide con grande accuratezza, ma si lascia coinvolgere da esse, fino ad esporsi in prima persona e raccogliere così materiali che nessun altro potrebbe ottenere rimanendo al di fuori delle storie raccontate.

Dopo Snowden e Assange, stavolta la sua attenzione è stata catturata da Nan Goldin, fotografa di fama mondiale che nel 2017 ha reso pubblico il suo percorso di riabilitazione dalla dipendenza dal farmaco OxyContin, assunto come antidolorifico per una tendinite di cui soffriva. Dopo essersi disintossicata, Goldin è venuta a conoscenza delle responsabilità della famiglia Sackler, proprietaria della società Purdue Pharma, nell’epidemia di oppioidi che aveva colpito gli Stati Uniti dalla metà degli anni Novanta, causando migliaia di decessi per overdose da farmaco. Da quel momento è diventata una delle attiviste più note nella campagna di sabotaggio contro la filantropia tossica dei Sackler, che ha contribuito a smascherare le istituzioni che per anni sono state complici nell’accettare le loro donazioni e, attraverso l’azione diretta, a convincere molti musei e università in tutti il mondo a rifiutare i finanziamenti dei Sackler e a tagliare i legami con la famiglia.

Collin Farrel (premio Coppa Volpi) con Brendan Gleeson in una scena di The banshees of inisherin

È chiaro fin da subito che stavolta, a differenza che nei lavori precedenti, in All The Beauty And The Bloodshed c’è un livello di immedesimazione che in passato non c’era, che Laura Poitras rivede in Nan Goldin la stessa sua voglia di fare attivismo attraverso il proprio medium di riferimento. Detto ciò, il film è uno dei più fiacchi della sua filmografia, ma si dice anche che sia stato un colpo di fulmine per Julianne Moore, che pare si sia commossa al termine della proiezione riservata ai membri della giuria. D’altronde, la storia è piena di premi dati sull’onda dell’emotività e va bene così. La speranza, per lo meno, è che questo Leone possa aiutare Laura Poitras nel proseguire la sua opera incredibile di documentazione, tutta incentrata su persone che si battono contro stato e istituzioni per finire quasi sempre schiacciate, ma non per questo vinte nell’animo.

A sorprendere in un festival dalla qualità media abbastanza alta ma con pochissime fiammate, è stato però Saint Omer di Alice Diop, film sul processo (realmente avvenuto) ad una donna accusata di aver ucciso la figlia di quindici mesi, abbandonata all’arrivo dell’alta marea su una spiaggia nel nord della Francia. Lei ammette di aver commesso il fatto, ma non se ne assume pienamente la responsabilità. Si tratta del primo lungometraggio di finzione della regista francese, che in precedenza si era fatta un nome grazie a splendidi documentari come Noi, uscito nel 2021, vincitore nella selezione Encounters alla Berlinale. Il film ha ottenuto il Gran Premio della Giuria, secondo riconoscimento in ordine di importanza, ma avrebbe potuto aspirare al premio più importante, anche come segnale di incoraggiamento per una giovane cineasta dal talento già cristallino.

Cate Blanchett vincitrice della Coppa Volpi

Per il resto, la cerimonia di premiazione ha di fatto ribadito quello che già sapevamo e celebrato talenti su cui non c’erano già più dubbi. È stato così per Luca Guadagnino, che si riconferma ancora una volta autore capace di entrare perfettamente in sintonia con la sensibilità americana, ed è stato così per gli attori premiati con le Coppe Volpi, due colonne di Hollywood come Colin Farrell e Cate Blanchett. Logiche identiche ha seguito anche il premio per la sceneggiatura andato a Martin McDonagh, già vincitore di un Oscar e quindi autore europeo familiare e già sdoganato oltreoceano.

Unico non anglofono a farsi strada insieme alla Diop è stato Jafar Panahi, regista iraniano con una storia personale impossibile da ignorare in un festival con questa rilevanza mediatica. Eppure, va detto, il premio a Panahi non è stato assegnato come “risarcimento” per essere stato condannato lo scorso luglio a sei anni di carcere dal regime oscurantista iraniano dopo aver firmato una lettera pubblica contro l’arresto arbitrario del collega Mohammad Rasoulof. O perché da anni è obbligato a rimanere nel paese, a non prendere la parola pubblicamente, a non girare film. Ma perché il suo Gli orsi non esistono, che in Italia uscirà con Academy 2 il 6 ottobre, è un’opera strepitosa, uno dei punti più alti di un cinema in cui c’è qualcosa di unico, che commuove e sorprende ogni volta nella sua passione per l’atto di riprendere, nell’ostinazione come cifra morale e nel suo gesto incessante di resistenza con cui scomporre e ricomporre la realtà. La sua sedia vuota al tavolo dei vincitori durante la conferenza stampa finale è una delle immagini che rimarranno più impresse di questo 79esimo festival di Venezia.

Nella foto in alto, un frame di Saint Omer di Alice Diop, vincitore del Gran Premio della Giuria. Le foto sono tratte dal sito della Mostra del cinema di Venezia