Nelle strade di Roma, sui tetti delle case, nei vicoli, nelle piazze, finanche negli appartamenti, infuria una tempesta titanica. Da un cielo grigio, quasi sulfureo, piovono litri e litri d’acqua e quello che sorprende è la violenza di quest’acqua. Sembra di assistere all’apocalisse, alla furia degli elementi, al diluvio che inghiottì il mondo nella Bibbia. Questo perché una donna, una madre (Jasmine Trinca) ha stretto un patto con il diavolo.
Eppure, questo Mefistofele, l’estranea (Valeria Bruni Tedeschi), non ha un aspetto demoniaco. Non ha corna, non ha il forcone o la coda e non è neppure circondato da un mantello rosso e nulla intorno a lui, o meglio a lei, lascia pensare allo zolfo. Anzi, stranamente si palesa nella cappella di un ospedale, e propone a quella madre un patto per salvare la gamba di sua figlia. È una presenza seducente, capricciosa, che intreccia con la sua vittima, o presunta tale, un rapporto quasi carnale. Ha qualcosa di Goethe o di Bulgakov, questa femminea contraente.

Tale creatura metafisica comparirà più volte e offrirà sempre un’alternativa alla madre, un’occasione per cambiare la sua sorte. In cambio, però, chiede un’offerta, un prezzo sempre maggiore e lo spettatore viene posto di fronte alle estreme conseguenze di queste scelte, senza che possa fare nulla per opporsi alla loro imprevedibilità.
Che bellissimo film che è L’estranea, questa quarta fatica di Paolo Strippoli, presentata in anteprima all’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e attualmente al cinema. Comincia come una tragedia greca. Abbiamo una famiglia agiata di Bari, i Colonna, borghesi arricchiti che hanno fatto del cattivo gusto e dell’esasperazione la loro cifra distintiva, e che sembra vengano baciati dalla fortuna qualunque cosa facciano. Sono all’apice del successo, hanno tutto quello che desiderano: una casa grande, domestici al loro servizio, un negozio in via Sparano, l’invidia dei loro amici, l’odio dei loro nemici, due figli che stanno per imboccare la strada del successo e che, se tutto va bene, diventeranno come i genitori. Ed esattamente come in una tragedia greca, la moira, il destino di morte, il momento del pegno, si affaccia nelle loro vite.

A quel punto, la madre, Anna, stringe il fatidico patto e le implicazioni di quel patto trascinano pian piano ogni singolo membro della famiglia in una spirale di problemi, morti, sensi di colpa. In una serie di eventi che per Anna, questa Faust al femminile, sono inevitabili. Non è un caso che la figura che governa L’estranea è la spirale. Compare ovunque, perfino in cielo, e la scrittura, così come la regia, la segue fedelmente.
La Biennale ha presentato il film di questo regista coratino, classe ‘93, come la storia di una madre che cerca di dominare il destino dei figli e, non potendolo fare, lo affida a una sconosciuta. Chi ha familiarità con il teatro greco sente subito l’eco di Agamennone e Ifigenia, Medea e i suoi bambini, così come anche di Abramo e Isacco, ma Strippoli immette l’antico e le sue oscure dinamiche in un presente dove i sacrifici non si fanno per vincere una guerra o per sedare la rabbia di un dio, ma per un contratto pubblicitario, per un posto in una squadra di calcio, per una casa, per l’opinione dei vicini, per un futuro che soddisfa i genitori e il loro ego, più che i figli. Figli che chiedono solo considerazione, che domandano di essere amati e di essere visti, ma che non ottengono mai quello che vogliono. E che per salvarsi sono costretti a fuggire via, a cambiare aspetto, a contravvenire alla volontà dei genitori e, forse, proprio come nel dramma antico, sono obbligati a uccidere i loro genitori, privandoli così della forza che hanno.

Quello che davvero non si riesce ad accettare è che L’estranea venga considerata dalla critica un thriller familiare o un dramma psicologico. Perfino chi ne ha annunciato la candidatura agli Oscar lo definisce un thriller familiare con venature horror, nonostante il film sia stato presentato dal regista come un horror e nonostante Strippoli sia dichiaratamente un regista horror.
Se lo si legge come thriller psicologico, la catena di eventi, a questo punto di coincidenze, che incalza Anna, si spezza, diventa implausibile; se lo si accetta per quello che è, cioè un racconto in cui il soprannaturale esiste e investe la vita dei personaggi, ogni cosa trova il suo posto. La pioggia biblica, la spirale, la donna senza nome, la progressione quasi liturgica del patto. Tutti codici usati con grande consapevolezza e naturalezza. Perché è così problematico chiamare un genere con il suo nome? Perché ancora adesso l’horror è considerato di serie b, nonostante il grande successo in sala e la vitalità, l’originalità che continua a garantire (il 2026 sarà ricordato per Obsession e Backrooms)?
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La cosa incredibile è che l’Italia dovrebbe essere fiera di questo regista e di quel cinema di genere che porta avanti e che nello stivale ha una tradizione gloriosa. Mario Bava ha inventato mezzo vocabolario visivo del brivido con La maschera del demonio e Sei donne per l’assassino, e quel gusto per il colore, la luce e l’inquadratura come atto magico ha attraversato il mondo. Dario Argento ci ha dato Profondo rosso e Suspiria, due film che ancora oggi vengono citati, rifatti, studiati nelle scuole di cinema di mezzo pianeta. Pupi Avati ha messo su un gotico padano, e Lucio Fulci ha fatto della carne un linguaggio. Era una nostra specialità, e l’abbiamo lasciata incustodita per decenni, mentre altrove l’horror vinceva festival, conquistava gli Oscar, riempiva le sale.
Strippoli ha 33 anni ed è uno dei pochi autori italiani a fare film horror. È un autore con una cifra già riconoscibile, che dai tempi di A Classic Horror Story a Piove fino a La valle dei sorrisi ha lavorato sempre sullo stesso nodo: il potere dei genitori, le colpe che si ereditano, il soprannaturale che affiora dentro un corpo sociale che finge di non vederlo. In questo film quella ricerca si fa più matura, e la direzione degli attori compie un salto evidente rispetto alle opere precedenti.

Il fatto che la commissione del Ministero della Cultura lo abbia scelto, tra 21 titoli, per rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar per il miglior film internazionale, descrive bene il momento. Non so se arriverà a vincere, né se supererà la selezione, perché la strada è lunga e dipende da fattori che con la qualità c’entrano poco. Ma il solo fatto che sia stato scelto, che è stato amato dalla critica e viene amato dal pubblico, ci dice che è possibile assistere a un miracolo, e che un film dichiaratamente horror, firmato da un giovane autore, può rappresentare il nostro cinema all’estero.
Il cinema italiano è spesso povero di idee, troppo spesso affida la cinepresa agli stessi nomi e le parti agli stessi interpreti. È un settore che non rischia, non lascia spazio, non investe. Strippoli e la sua generazione, quella che oggi muove i primi passi, dimostrano che è arrivato il momento di osare, di sporcarsi le mani, ripartire da un genere bistrattato e da autori che non hanno nulla da invidiare ai grandi nomi.

Sentiremo parlare sempre più spesso di questo regista e, soprattutto, sentiremo sempre più parlare di cinema horror. Com’è giusto che sia. Intanto, non ci resta che correre nelle sale, prima che sia troppo tardi. Non vorrei che poi Valeria Bruni Tedeschi venisse a trovarci.
Nelle immagini alcune scene del film “L’estranea”





