Grande critico e scrittore, scomparso nel 2022, Pietro Citati in un’intervista ha raccontato che ad averlo spinto verso la letteratura era stato suo padre. Viveva in una famiglia poverissima, tanto povera che abitavano tutti in una stessa stanza. Una sera, il piccolo Pietro fu svegliato dal pianto sommesso del padre, che leggeva a lume di candela I miserabili. Vedere quell’uomo stanco, taciturno, burbero in certi momenti, con le mani ruvide, il volto segnato dalle rughe e dalla fatica, che aveva mangiato a cena solo un paio di uova e una fetta di pane; vedere proprio quell’uomo, che fumava in strada sigarette a buon mercato, piangere in quel modo e per di più non per se stesso, ma per un personaggio di fantasia, un tale Jean Valjean che con lui non aveva nulla a che fare, che non avrebbe mai incontrato per strada, di cui non avrebbe mai letto sui giornali, era stata un’esperienza che gli si era conficcata per sempre nella memoria. Perché piangere così tanto una storia? Pietro non lo sapeva, ma intuì che ci fosse qualcosa di straordinario in quel tomo, in quelle pagine ingiallite, nei caratteri sbiaditi, in quell’edizione economica su cui il padre stava ripiegato, sul tavolo da cucina.

E non era certo il solo che si perdeva in quelle storie e che finiva col piangere convulsamente sull’amara sorte di tanta povera gente. Gente come lui, cui la vita spesso riservava tanta impietosa crudeltà. Durante l’Ottocento i borghesi, gli aristocratici, i contadini, i mercanti, i ciabattini, le lavandaie, tutto un agglomerato urbano viveva in attesa di quelle storie, che uscivano a puntate sulle riviste. E quelle stesse persone che restavano sveglie notti intere per un ragazzo sventurato rapito dai pirati, per una serva che voleva sposare un marchese o per sapere com’era finito un certo duello, se quel bambino era in realtà figlio di un nobile, se la zingara si sarebbe salvata dalla persecuzione di un odioso uomo di chiesa, erano le stesse che andavano a teatro, che attendevano che Rossini, Bellini, Donizzetti, Verdi o Puccini, componessero, su libretto di straordinari poeti e scrittori, la prossima storia su cui piangere. La prossima avventura cui avrebbero ripensato durante il giorno, e che avrebbe reso più leggero perfino il lavoro in miniera o in fabbrica.

Il trovatore è una di quelle storie per cui la gente avrebbe fatto la fila, di cui avrebbe parlato per giorni, le cui arie sarebbero state canticchiate dai cocchieri e dalle regine. Una di quelle vicende con una trama intricatissima, piena di rapimenti, scambi di persona, amori inconfessabili, duelli, intrighi. Ogni personaggio di quest’opera ha un racconto particolare di cui vuol mettere al corrente il pubblico. Lo stesso protagonista, Manrico, è un trovatore, per l’appunto, un cantastorie. Ma, per ironia della sorte, è proprio quello che maggiormente subirà l’effetto di quei racconti e che perderà tutto. L’amore, la libertà, la felicità, la vita. Il solo personaggio che sopravvive è il Conte Luna, un uomo spietato, cui il destino riserverà una sorte altrettanto amara e che sarà costretto a fare i conti con la propria cattiveria. La sua punizione sarà una solitudine senza scampo.
Prima di andare al Petruzzelli a vedere a quest’opera che, insieme a La traviata e al Rigoletto, compone la “trilogia popolare” di Verdi – così chiamata perché non troviamo i soliti re, regine, conti, marchesi ma persone comuni, emarginate, indesiderate – mi chiedevo cosa avesse ancora da dirci un’opera così antica. Cosa può ancora comunicarci una società dove a dominare è la legge del taglione o la vendetta privata? Questa storia cupa, che si svolge di notte, e che ha una fine amarissima, almeno apparentemente?

Perché sì, è vero che i presunti buoni muoiono e i cattivi continuano a vivere, ma la vita per questi ultimi non è un premio, non è un trionfo. È un dolore atroce, una punizione ancora più crudele. Una solitudine insopportabile. Infatti, il Conte Luna uccide, senza volerlo, le due persone che potrebbero garantire la sua felicità, e lo fa per la sua smania di possederle, per il suo egoismo senza fine. Perché ritiene di essere il solo che merita la felicità. Ma la sua vittoria è come quella di Macbeth, di Iago, di Riccardo III. Non ha nulla di positivo o di invidiabile. Quindi, a conti fatti, Il trovatore ha un lieto fine, perché il male viene punito con la vita, con la solitudine del cattivo.
Io credo che Davide Livermore, il regista visionario che ha curato la messa in scena dell’opera, insieme a Carlo Sciaccaluga, abbia voluto sottolineare solo la cupezza del capolavoro di Verdi, eliminandone gli elementi luminosi. È da considerare, infatti, che quella notte in cui si svolge l’intera azione del libretto, è probabilmente di passaggio tra il Medio Evo, considerato a quell’epoca il periodo buio per eccellenza, e l’Umanesimo, il Rinascimento, simbolo del progresso e della fine dell’oscurantismo. Quello che accade, quindi, è come se fosse il culmine di un orrore, di un dolore che è destinato a finire quella notte stessa.

Il Conte Luna vincitore che si pente, che si rende conto di quello che ha fatto, di quello che ha contribuito a creare, è l’inizio di un’epoca in cui quella sopraffazione è destinata a scomparire. Non è un finale triste. È l’inevitabile, cui non si può sfuggire se si vuol generare il cambiamento. Livermore, che ha portato questa sua versione già nel 2023 a Parma, ha invece inserito questa vicenda in un futuro distopico, ha esacerbato i toni cupi dell’opera e, così facendo, è come se avesse cancellato ogni speranza.
Vero che i tempi non lasciano presagire nulla di buono, ma è altrettanto vero che non è possibile dimenticare l’intento di chi quell’opera l’ha concepita, l’ha musicata, di chi ha fatto correggere il libretto a un secondo scrittore, Leone Emanuele Bardare, perché insoddisfatto dei già ammirevoli versi di Salvadore Cammarano. Di un compositore che ha lasciato delle precise indicazioni sulle note di regia, sulle scenografie, sui movimenti degli attori, e che quanto a precisione eguaglia il puntigliosissimo Puccini. Che ha ripreso l’omonimo dramma in quattro atti di Antonio García y Gutiérrez, ma per farne un capolavoro a sé stante, che con la tragedia di partenza condivide giusto qualche accenno di trama.

Quindi, che cosa dovrebbe fare un regista oggi, volendo portare in scena un’opera lirica di metà Ottocento? Deve osservare ossequiosamente il volere del librettista e del compositore, o deve metterci del suo, fornendo un’interpretazione, forte del fatto che Verdi o Puccini non possano tornare in vita e vendicarsi su di lui e la sua prole? La risposta si colloca nel mezzo. Un regista può essere innovativo, ma a patto che non tradisca il significato complessivo dell’opera. Non l’autore, che già mentre crea sa che il frutto dei suoi sacrifici, la sua stessa creazione, sarà fuori dal suo controllo e vivrà di vita propria. È il testo, è ciò che significa, è il senso ultimo di quello che è creato che non va tradito.

È indiscutibile che Livermore abbia messo su un capolavoro d’innovazione; che abbia riunito un cast incredibile (difficilmente dimenticherò Alessia Panza e la sua Leonora), che i costumi di Giò Forma siano stati incredibili, che il disegno luci di Antonio Castro sia visionario come la stessa messa in scena, probabilmente tra le migliori di quest’anno e di questa stagione di lirica.
Ma eliminare quell’afflato, quello slancio, che anima l’opera e che animava lo stesso Verdi, fervente patriota e sostenitore del Risorgimento, che ha dato voce nelle opere, nelle arie, nei personaggi, ai suoi ideali di libertà e di indipendenza, che spronava gli italiani a unirsi, a essere forti, a fare la rivoluzione per se stessi e per la loro patria; eliminare la speranza, insomma, significa credere che quel futuro distopico, violento, senza luce, sia la sola possibilità che abbiamo. E se così stanno le cose, mi chiedo, a che serve lottare per il futuro? A che serve portare in scena Il trovatore di Verdi?
Le foto sono di Clarissa Lapolla





