Alla fine del Cinquecento, William Shakespeare scrive II mercante di Venezia, destinato a diventare uno dei drammi più controversi della letteratura inglese. Atto III, scena l. Shylock recita così: «Egli ha goduto per le mie perdite e ha dileggiato i miei guadagni, ha disprezzato la mia razza, (…) Non ha occhi un ebreo? (…) E tutto questo per quale ragione? Perché sono ebreo! E se ci usate torto, non cercheremo di rifarci con la vendetta? Se siamo uguali a voi in tutto il resto, dovremo rassomigliarvi anche in questo».
La lezione di Shylock e il baratro del 7 ottobre
Shylock incarna lo stereotipo dell’ebreo usuraio, radicato nell’immaginario dell’epoca. Eppure, attraverso questo monologo, Shakespeare incrina le certezze dello spettatore: per un istante, anche un personaggio che si credeva di disprezzare diventa capace di suscitare empatia. Ora proviamo a immaginare quel monologo nel 2023, a poche ore dal brutale attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre contro le comunità israeliane attorno alla Striscia di Gaza. Un attacco che ha segnato uno spartiacque nella storia israelo-palestinese. Riusciremmo ancora ad empatizzare con Shylock?

Eppure, la storia potrebbe apparire la stessa. Antisemitismo e vendetta. Non hanno forse occhi da cui piangere i genitori israeliani che hanno perso i figli durante il festival di Nova? Non era prevedibile che al dolore seguisse la richiesta di vendetta? L’8 ottobre, i raid israeliani colpiscono la Striscia. II gabinetto di sicurezza del governo israeliano dichiara formalmente lo stato di guerra, per la prima volta dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973. II 9 ottobre Israele annuncia il blocco totale della Striscia di Gaza. Comincia l’assedio. La fame di rivalsa è comprensibile in un contesto di umiliazione e marginalizzazione. Ma comprendere il dolore non significa giustificare la disumanizzazione dell’altro.
La «Generazione Nova» e la spinta verso destra
Sono passate due settimane dall’anniversario dell’attacco del 7 ottobre 2023, mentre mancano solo quarantotto ore dal 27 ottobre 2026, data delle elezioni legislative israeliane per la Knesset. Ed è dentro questa ferita ancora aperta che Israele si prepara a votare.
La prima questione riguarda la generazione dei più giovani, dai 18 ai 24 anni. Si fa chiamare «Generazione Nova», riprendendo il nome del festival musicale colpito da Hamas il 7 ottobre 2023. È la generazione che maggiormente si identifica nelle vittime e che, da quel giorno, è stata maggiormente esposta alla campagna di odio contro i palestinesi portata avanti dal governo di Netanyahu. Una generazione che sta spostando l’equilibrio della bilancia politica israeliana ancora più a destra. Secondo quanto riportato dal The Times of Israel, oltre il 90% dei nuovi elettori prevede di votare alle prossime elezioni. II 10% dell’elettorato ha meno di 22 anni: per molti sarà la prima volta alle urne e probabilmente porteranno avanti l’ideale di Nova. La prima preferenza resta il leader in carica, Benjamin Netanyahu.

L’entusiasmo sembra derivare dalla convinzione dei giovani adulti circa l’impatto che il voto può avere sul futuro di Israele, nonostante gli intervistati abbiano espresso preoccupazione per l’attuale stato della democrazia. Secondo l’IDI, l’Istituto Israeliano per la Democrazia, è aumentato anche l’interesse generale per la politica, soprattutto tra i giovani e tra coloro che sono vicini al mondo religioso.
Si tratta di un’intera generazione che ha vissuto il fallimento della democrazia, l’ascesa del governo più a destra di sempre, che ha concluso un mandato di quattro anni (l’ultimo a riuscirci prima di lui sarebbe stato il governo di Golda Meir, che concluse il suo mandato nel 1973, l’anno della guerra dello Yom Kippur) e, infine, l’attacco e la vendetta contro Hamas.

Ma «l’odio chiama l’odio», direbbe Hubert a Vinz in La Haine, il film di Mathieu Kassovitz. Ci sono, però, anche delle eccezioni, come il partito A Place For Us All, creato da giovani attivisti israeliani per opporsi all’occupazione delle terre palestinesi e rifiutare la guerra in Iran. Si tratta, tuttavia, di una formazione così marginale da non presentarsi neppure alle elezioni.
Il nodo degli Haredim e lo scontro sulla leva
II 7 Ottobre non ha aperto una grande frattura solo nelle nuove generazioni, ma rischia di incidere fortemente sulle tradizioni che sembravano infrangibili. Infatti un’altra linea di tensione attraversa la società: quella tra il servizio militare obbligatorio e le esenzioni riconosciute agli ultraortodossi.
Gli Haredim, ossia i membri di una corrente molto conservatrice e rigorosa dell’ebraismo ortodosso. II termine ebraico haredim significa letteralmente «coloro che tremano» davanti alla parola di Dio e richiama il timore reverenziale. La loro identità si fonda sullo studio della Torah e sull’osservanza rigorosa della Halakha, la legge ebraica. Per avere un’idea del loro mondo, si può pensare alla serie televisiva Shtisel, che racconta la vita quotidiana di una famiglia ultraortodossa a Gerusalemme.

Proprio per questa ragione, per lungo tempo gli studenti delle scuole religiose ultraortodosse sono stati esentati dalla leva obbligatoria, che riguarda i cittadini israeliani secondo le disposizioni previste dalla legge: “Tutti gli uomini dai 18 ai 24 anni di religione ebraico”. Erano tra i pochi a godere di questo privilegio fin dai primi anni dello stato ebraico. O almeno fino al momento degli eventi del 7 ottobre 2023. Gli attacchi di Hamas hanno riacceso le riflessioni sia nelle alte cariche governative sia all’interno della società. II loro arruolamento potrebbe consentire l’ingresso di circa 80.000 uomini nell’esercito israeliano. La prospettiva ha provocato forti tensioni all’interno della comunità, fino all’intervento della polizia per arrestare chi non risponde alla chiamata alle armi. La popolazione appare fortemente divisa sulla questione. La decisione però arriva direttamente dalla Corte Suprema Israeliana, secondo cui «l’esecutivo non può esentare gli studenti delle yeshiva dalla legge sul servizio militare in assenza di un quadro giuridico appropriato».
Mosaico politico e bilanciamenti di potere
Alla luce delle elezioni, il tema assume un’importanza enorme. Gli Haredim rappresentano circa il 14% della popolazione israeliana, oltre 1,3 milioni di persone, e costituiscono una componente importante dell’elettorato di Benjamin Netanyahu. Inoltre, la coalizione di governo dipende dai partiti religiosi ultraortodossi, fortemente contrari alla coscrizione, per mantenere la maggioranza. Ad oggi infatti, le forze politiche in lotta per i 120 seggi della Knesset sono molto variegate. La destra, a tratti ultradestra di Netanyahu con il suo Likud, insieme ai partiti che hanno sostenuto il suo governo; come quelli che rappresentano gli interessi degli Haredi e gli ebrei ultraortodossi sefarditi ma anche gli ultraortodossi aschenaziti. Poi Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben Gvir e infine il Partito Sionista guidato da Bezzalel Smutrich. Centro e Sinistra invece sono partiti minori riuniti in coalizioni e i partiti Arabi. II conto completo è di 38. Servono 61 seggi.

Oltre alle divisioni religiose c’è da considerare che vanno uniti religiosi, laici, ebrei e arabi. Alleanze deboli e confusionarie. Queste divisioni sono solo etichette che nascondono la realtà. Una realtà complessa da spiegare oggi, che diventerà più nitida probabilmente solo dopo il 27 Ottobre. Ed è qui che la questione Haredi torna al centro della scena. La Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato una legge molto controversa che riconosce nello studio della Torah un valore fondante dello Stato di Israele, equiparando di fatto questa attività al servizio militare.
Lo riporta, tra gli altri, il Times of Israel, spiegando che il provvedimento è passato con 63 voti a favore e 53 contrari. La legge mira temporaneamente a evitare l’arresto dei giovani Haredim che non rispondono alla chiamata alle armi. La Corte Suprema, tuttavia, ha bloccato l’iniziativa, sostenendo che il provvedimento sembra entrare in conflitto con precedenti sentenze in materia di uguaglianza nel servizio militare. Anche alcuni esperti giuridici hanno contestato la misura, ritenendo che possa incoraggiare l’evasione dalla leva, come riportato dall’agenzia di stampa turca Anadolu Ajansı.
L’ombra dei coloni sulla Cisgiordania
In più esiste la questione dei coloni. I coloni sono cittadini israeliani che vivono su terreni privati palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. La comunità internazionale (incluse le Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia) considera gli insediamenti israeliani illegali, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra che vieta a una potenza occupante di trasferire la propria popolazione nei territori occupati. Ma per Israele, la Cisgiordania rientra tre le aree contese, quindi considera le accuse come illegittime.

Ma tra carte e convenzioni i coloni esistono realmente, sono più di mezzo milione, influenzano e partecipano in maniera diretta alle elezioni. Gli attuali ministri Ben-Gvir e Bezzalel Smutrich sono coloni. Ma anche Lieberman, uno dei leader dell’opposizione è un colono. La Cisgiordania occupata è tappezzata da manifesti elettorali con i lori volti. I coloni sanno anche che dopo le elezioni, il prossimo governo israeliano potrebbe essere meno permissivo con i loro comportamenti aggressivi nelle aree. Gli attacchi dei coloni nelle aree interessate sono notevolmente aumentati dopo il 7 Ottobre 2023 impedendo ormai completamente lo svolgimento della vita alle comunità palestinesi. “La situazione in Cisgiordania continua a peggiorare e la gente non ce la fa più” ha dichiarato Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa.
Sono rari i procedimenti giudiziari per segnalare i responsabili e l’esercito israeliano, accusato di tollerare troppo queste azioni. Ma se i palestinesi reagissero? D’altronde l’odio chiama odio, e chiamerà odio. Beh, qualsiasi sia la forza al governo sarebbe d’accordo a ridurre la Cisgiordania come Gaza. Al momento gli attacchi della Palestina però si sono ridotti del 78%. A riportarlo è l’esercito israeliano.
Oltre Netanyahu: il dilemma della giustizia e della vendetta
Le urne, però, non si riempiono solo di sondaggi e percentuali. Ma come si arriva all’elezione del 27 ottobre? Stando ai sondaggi, la maggioranza degli israeliani vorrebbe una sconfitta di Netanyahu. Ma non è assolutamente vero che la sua caduta garantisca un esito migliore. Rischia di cadere Netanyahu ma non il suo ideale di governo. E mentre i partiti contano seggi e coalizioni, la vera partita si gioca altrove: nella capacità di una società ferita di non lasciare che il dolore diventi destino. E allora la domanda resta quella che Shakespeare affidava a Shylock quattro secoli fa: cosa accade quando una ferita smette di chiedere giustizia e comincia a pretendere vendetta?





