Nonostante l’annuncio della Regione Puglia di essere riuscita, con uno sforzo finanziario straordinario, a garantire la copertura totale delle borse di studio ADISU (l’Agenzia regionale per il Diritto allo Studio Universitario) per l’anno accademico in corso, il futuro del diritto allo studio in Puglia resta appeso a un filo. A chiarirlo, senza troppi giri di parole, la stessa assessora regionale alla Conoscenza, Silvia Miglietta, nell’emiciclo di via Giovanni Gentile a Bari: “Così come non avevamo nascosto la difficoltà di garantire la copertura integrale delle borse di studio per quest’anno, allo stesso modo dobbiamo dirci che aver raggiunto questo risultato richiederà una seria riflessione sulle prossime annualità, quando saranno inferiori le risorse a disposizione”.
Parole che suonano come un avvertimento, che va ben oltre i confini del bilancio pugliese. Una crepa strutturale generata da un meccanismo complesso: spinto dai requisiti stabiliti dal PNRR e dal contesto inflazionistico, il valore economico delle singole borse è aumentato del 30%, mentre la platea degli idonei in Puglia è cresciuta del 25%. Uno squilibrio tra la crescita dei costi e le risorse ordinarie che scava un voraginoso divario nei bilanci regionali, stimato tra i 15 e i 20 milioni di euro.

È in questo scenario di profonda incertezza che la protesta dello scorso 15 ottobre a Bari, promossa dall’Unione degli Universitari (UDU) e dal collettivo Zona Franka con un corteo partito dalla Prefettura e giunto fino al Palazzo dell’Ateneo dell’Università “Aldo Moro”, finisce per assumere contorni ancora più inquitetanti. Agganciandosi in maniera ancora più salda all’ondata di indignazione e coordinazione nazionale che sta vedendo gli studenti di tutta Italia scendere nelle piazze per denunciare l’insostenibilità del caro affitti e l’inerzia delle politiche abitative.
“Vogliamo una casa, non un debito” è lo slogan che campeggiava sullo striscione di testa degli studenti, in marcia tra le strade del centro di Bari, e che sintetizza la condizione di un’intera generazione. Tra le richieste centrali dei manifestanti: investimenti pubblici strutturali, l’aumento dei posti letto nelle residenze universitarie e un piano di regolamentazione e contenimento degli affitti brevi e delle locazioni turistiche, la cui esplosione ha visto la domanda crescere del 250% negli ultimi anni. Una saturazione del mercato che ha finito per prosciugare l’offerta di alloggi a lungo termine, generando un’emergenza abitativa spietata che sferra un duro colpo all’intera cittadinanza e, in particolar modo, agli studenti fuorisede. Con un costo medio per una singola stanza che a Bari sfiora ormai i 426 euro mensili (soggetti a continue oscillazioni al rialzo a seconda della zona e dei servizi), l’accesso all’alloggio è diventato un filtro selettivo spietato.
La crisi abitativa finisce così per incrinare i principi stessi su cui si fonda la Repubblica. Il diritto allo studio non è una mera astrazione né si esaurisce nell’accesso formale alle aule di lezione ma richiede condizioni materiali concrete per essere esercitato. Quando l’alloggio diventa un bene di lusso unicamente accessibile a chi dispone di elevate capacità economiche, vengono meno le garanzie solennemente sancite dalla Carta Costituzionale.
L’articolo 3 ricorda infatti che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, mentre l’articolo 34 ribadisce che la scuola è aperta a tutti e che “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Senza un tetto accessibile, la formazione rischia di trasformarsi da diritto universale e strumento critico di emancipazione a un privilegio di ceto. Nel mercato privato la competizione è spietata, ma anche l’accesso ai servizi pubblici rivela profonde fragilità. Nonostante le borse di studio prevedano la copertura dell’alloggio, i posti disponibili nelle residenze pubbliche riescono a soddisfare meno della metà degli studenti aventi diritto. Il restante 50% si trova costretto a districarsi nel mare magnum del privato o ad affrontare interrogativi quotidiani estenuanti: Sarò inserito in graduatoria? Quanto incideranno gli spostamenti sui trasporti pubblici? Quali saranno le condizioni della struttura assegnata?

A dare sostanza a questi timori sono le storie reali di chi le residenze ADISU le vive ogni giorno. Come Giuseppe, che tenta invano per dieci minuti di regolare il getto della doccia prima di rendersi conto che l’acqua calda, semplicemente, non c’è. O come Giulia, costretta a indossare strati di felpe e a avvolgersi nelle coperte durante le fredde giornate invernali per supplire a un impianto di riscaldamento guasto da tempo. O ancora come Andrea, seduto alla mensa universitaria con un piatto di merluzzo e cavolfiori, costretto a scoprire che il contorno conteneva una quota proteica non richiesta: vermi ancora vivi.
Le testimonianze che provengono dagli alloggi studenteschi raccontano una realtà fatta di tagli, manutenzioni carenti e strutture abbandonate a se stesse, dove la mancanza di finanziamenti pubblici continui ricade direttamente sulla vita degli universitari.
Le questioni sollevate dalle piazze di questi mesi impongono, dunque, una riflessione non più rinviabile: il diritto allo studio è oggi concretamente garantito a tutti o sta diventando una corsa a ostacoli riservata a pochi? Voltare le spalle a queste istanze significa incrinare le basi stesse del futuro del Paese. Soltanto partendo dalla radice del problema e tornando a investire sull’istruzione e sui giovani sarà possibile costruire una prospettiva solida. Come ricordava Eleanor Roosevelt: «Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni». Ma affinché quei sogni possano trasformarsi in realtà, servono garanzie, risorse e risposte concrete.





