L’imprevisto dell’educazione affettiva, oltre l’ombra dei divieti

Prende le mosse da un recente incontro promosso dal Parlamento dei Giovani a Bitonto la nuova tappa della rubrica "Diario di una psicologa", incentrata sul valore dell'ascolto e della consapevolezza nella costruzione di relazioni profonde tra individui

La pienezza dell’amore per il prossimo è semplicemente la capacità di domandargli: «Qual è il tuo tormento?». È sapere che lo sventurato esiste non come elemento di un insieme, non come esemplare della categoria sociale che porta l’etichetta di «sventurati», ma in quanto uomo, esattamente tale e quale noi, un uomo che un giorno è stato colpito dalla sventura con il suo marchio inimitabile. Per questo motivo saper posare su di lui un certo sguardo è sufficiente ma indispensabile.

Simon Weil, p.169

Un anno fa, all’incirca, l’emendamento approvato in Commissione Cultura alla Camera dei Dedutati ha introdotto il divieto di attività didattiche e progettuali su temi “attinenti all’ambito della sessualità” nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado e, in ogni caso, nelle scuole superiori previo consenso informato scritto delle famiglie. È evidente come la misura adottata ridefinisca i confini fra la scuola e la famiglia, restringendo l’autonomia didattica.

Il divieto scolastico e il controllo sul corpo

Alla scuola, luogo pubblico di coscienza e di conoscenza, neghiamo la possibilità di generare e di nutrire la consapevolezza riguardo la salute, l’identità, le relazioni. La scuola elude la formazione dei linguaggi e l’educazione al pensiero critico attraverso gli assunti di base fondativi che ribadiscono l’esistenza di due generi, maschile e femminile, così da non confondere i giovani con velleità inclusive. D’altronde, il controllo politico sul corpo, soprattutto, sul corpo delle donne, da sempre, limitandone anche l’accesso a informazioni riproduttive, riduce, neanche tanto simbolicamente, la sessualità a un affare privato e vigilato moralmente.

Cos’è la Comprehensive Sexuality Education e perché è necessaria

La Comprehensive Sexuality Education (CSE), l’educazione sessuale completa, relazionale e affettiva, è una prospettiva e un’azione educativa basata su evidenze scientifiche promossa da UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione).

Scegliamo di considerare le ragioni, avendo perso nel buio le chiavi della ragione, convinti che la resistenza si compia rimanendo in relazione, a condividere visioni e metodi intorno all’umano. Partendo dalla scuola primaria, utilizzando progetti strutturati in integrazione con i servizi sanitari e programmi adeguati e graduali, possiamo ridurre i comportamenti a rischio e possiamo favorire la protezione di sé stessi e degli altri. Fornire informazioni, sviluppare le competenze decisionali, comunicative, critiche, considerare e condividere la curiosità e l’esperienza personale rappresentano azioni che potrebbero favorire gli atteggiamenti di rispetto, di benessere, di responsabilità.

Apprendere a riconoscere e a governare i sentimenti, i pensieri, i comportamenti è il percorso di evoluzione che ogni cucciolo di essere umano compie verso l’autonomia, senza facilitarne tout court – come molti, invece, temono – l’inizio dei rapporti sessuali. Riteniamo che l’educazione sessuale e affettiva non debba rimanere una materia opzionale, ma divenire parte integrante dei curricula scolastici e della formazione civica. Certo, è essenziale la formazione delle persone adulte che svolgono, in vari ruoli, funzioni pedagogiche e, soprattutto, è necessaria la formazione di figure specialistiche e non di docenti generici.

Ostacoli culturali e la memoria personale del tabù

Registriamo molti ostacoli regressivi che considerano la CSE un’opzione etica e non un diritto cognitivo, sanitario e civile delle nuove generazioni. I meccanismi di difesa messi in atto sono politici e culturali, oltre che psicologici. La confusione è il sentimento legato all’ignoranza e alla rivendicazione identitaria. La conoscenza, l’autocoscienza, la relazione, la condivisione di informazioni e di esperienze, offrono la possibilità di riconoscere la complessità come cifra di una antropologia nuova.

La sessualità è un tema antico che merita di essere affrontato con corpi, menti e cuori aperti a servizio di ogni generazione e in contesti diversi. Nella mia infanzia e adolescenza la sessualità era un pericolo da evitare e non riguardava lo spazio pubblico dell’educazione. Era previsto, invece, il controllo morale della famiglia e delle istituzioni religiose su tutte le tematiche intorno al corpo e alla libertà affettiva e sessuale. Il diritto dei genitori, della Chiesa, dello Stato, attraverso la disciplina scolastica, agiva a livello simbolico, istituzionale e pedagogico sulla mia carne. La sessualità era ancora considerata una minaccia, il mondo interiore era sorvegliato come un luogo oscuro e malefico da mortificare con la vergogna e con il falso senso del pudore. In seguito, dieci anni di analisi personale e di gruppo scalfivano leggermente il sistema omofobo e sessista che operava cancellazioni sulla sessualità anche non agita, solo registrata. Il voto di buona condotta e gli ordini genitoriali Sii seria! e Pensa alla famiglia! Rimangono a indicare i divieti del potere direttivo e mai i desideri di una guida direzionale.

Ideologie, paternalismo e il diritto all’informazione

Le problematiche sessuali non erano nominate né esaminate e, di conseguenza, continuavano a governare dalle ombre. Studiando e approfondendo, capisco che non ci sono lobby gay e gender dalle quali proteggere i bambini e gli adolescenti. Ancora oggi esistono filtri ideologici che minacciano la pluralità educativa e che favoriscono l’intervento autoritario, censorio, escludente, a rifiutare, per principio, qualunque proposta. Ostentiamo facili e diffuse libertà, montando convenientemente censure preventive e soggezioni normative. Rimanendo, nella realtà, imprigionati in una logica paternalistica e conservatrice.

Oltre la cancellazione, altro meccanismo è la vaghezza normativa e la vecchia ipocrisia del si fa ma non si dice. Il diritto informativo della persona è un percorso educativo sistematico e progressivo che integra conoscenze biologiche, psicologiche, relazionali, valoriali, finalizzate a costruire competenze socio-affettive e a prevenire i comportamenti abusanti e la violenza di genere. La relazione e l’empatia, dunque, non sono intese genericamente, ma sono riconosciute ed esercitate attraverso i contenuti e i metodi strutturati, misurabili, insegnabili, verificabili.

L’educazione al genere oltre la logica di dominio

L’arretramento culturale e moralistico a cui siamo sottomessi prevede di considerare il femminicidio come un omicidio generico, il rispetto e la relazione sana come una naturale dotazione dei cristiani. In realtà, il rispetto di sé e del prossimo devono prevedere una formazione specifica sul corpo, sul consenso, sull’orientamento, sull’identità.

Gli studi di genere, purtroppo, rimangono un territorio da approfondire su base volontaria e saltuaria, più come un vezzo di superficie per pagare dazio alla nuova complessità umana emergente. L’educazione al genere richiama il sistema di dominio: non desideriamo parlare di sesso, di stili di abbigliamento, di slogan, ma del potere che attraversa i nostri corpi e li addomestica per costruire la società e le reti di relazioni sentimentali e politiche. Il gender rimane il fantasma politico-culturale per sottomettere le identità, il linguaggio, le relazioni. Chiudere, controllare, regredire, negare sono risoluzioni che mortificano e puniscono i giovani. La famiglia che giudica e regola e la scuola che addestra lavoratori rabbiosi e silenti consegna ogni persona alla solitudine della rete, dei social, dei gruppi online e alla vulnerabilità affettiva. La crescita personale non è un cammino lineare per nessuno. Per necessità civile, desideriamo seguire percorsi di evoluzione psichica, fisica, sociale diffusi e accessibili a tutti, in architetture democratiche del sapere educativo. Corpo e psiche, emozione e diversità, consenso e rispetto sono i luoghi della prevenzione in cui nominiamo i processi evolutivi per non rimanere, con paura, a essi sottomessi.

Il pensiero della differenza sessuale e la critica al neutro

In Italia c’è una grande confusione e la teoria del genere, quando viene accolta, è adoperata malamente per invitare a una posizione civile non omofobica nell’educazione scolastica. Mantenere il conflitto politico sulle definizioni di genere serve a evitare il rischio, talvolta involontario, della scomparsa dei generi nell’ordine del linguaggio. Però, oltre gli studi di genere – in cui l’elemento centrale rimane la separazione del sesso biologico sul piano del linguaggio riconosciuto come strumento principale dell’ordine dominante – crediamo che non tutta la crescita psicologica dipenda dalla costruzione linguistica.

Il pensiero della differenza sessuale, da Luce Irigaray, a Luisa Muraro e Lea Cigarini e le altre, si sviluppa per la necessità delle donne di ricercare liberamente le espressioni, le pratiche politiche, le azioni in fedeltà al proprio desiderio di mettere in parole l’autenticità femminile. La passione per la differenza si coniuga come spinta di necessità, come senso della vita stessa ma, anche, come patimento, come fatica interiore per leggere e discernere.

Il pensiero della differenza apre la via a una ricerca femminile di pratiche politiche e culturali, di modi di pensare e di vivere che esprimono l’eccedenza delle donne non riducibile all’eguaglianza e alle istituzioni storiche maschili. Neanche a quelle istanze che gli stessi uomini vogliono allargare, pensando di farci un favore, offrendoci il massimo che possono offrire sul piano del valore, cioè i diritti e le forme della politica pensati da loro stessi. In altre parole, una eguaglianza tra uomini e donne che, in realtà, eguaglia le donne agli uomini.

In termini culturali, il neutro, cioè la cancellazione della differenza sessuale, è stato proposto dal pensiero maschile come l’apertura alle donne. L’idea che siamo tutti esseri umani senza differenza si è espressa nella politica dell’emancipazione femminile. Nell’ampio tema dell’educazione affettiva e sessuale, pur riconoscendo la dipendenza dai linguaggi, il pensiero della differenza ribadisce la fedeltà all’esperienza che ogni persona racconta in libertà, partendo da sè. E questo rimane un passo imprevisto per tutta la comunità civile.

La lezione di Simone Weil e la poetica dell’attenzione

Ora, lo sguardo e la parola di chi ricopre un ruolo pubblico, anche in un tempo minimo definito, hanno un peso. Desidero condividere i pensieri espressi riflettendo su alcune pagine di Simone Weil, dal testo Attesa di Dio, la filosofa che “ha convertito molti non cattolici e ha deconvertito molti cattolici”. Il saggio breve, scritto a Marsiglia nel 1942, dalla pagina 163 alla pagina 170, si intitola: Riflessioni sul buon uso degli studi scolastici.

Fra le persone giovani e quelle adulte accadono interazioni e situazioni imprevedibili che non si risolvono in un progetto o in una unità didattica, e che non prevedono solo la competenza, ma esigono la presenza concava, la disponibilità a essere sorprese da ciò che l’altro è e rivela. Apprendiamo a sospendere il giudizio, a lasciare disponibile il pensiero, vuoto e permeabile all’oggetto, senza volerlo afferrare o contenere con lo sforzo della volontà. Offrire l’attenzione, registrare la presenza dell’esistenza altrui, rinunciando allo spazio dell’io, ci consente la relazione autentica con l’altro, con la sua verità. La poetica dell’attenzione rivela la decisione di esserci nel processo creativo della relazione e di patirlo, attraversati dalle contraddizioni di ogni tempo.

La relazione educante oltre i decreti

Purtroppo, la logica dei decreti dà per scontato che l’educazione affettiva e sessuale sia un contenuto definito, circoscrivibile e autorizzabile. La relazione, all’opposto, non è riducibile a un contenuto, a un corso da seguire, a un’ora dedicata al tema; è un processo da guidare e da assistere assieme. I silenzi, i respiri, gli odori dei corpi, le mezze frasi, gli sguardi, mettono in discussione le categorie mentali e l’idea rassicurante che basti spiegare e punire per educare. La relazione all’affettività e alla sessualità rimane pratica quotidiana di presenza, di consapevolezza, di conoscenza. Ci incamminiamo.

Uno sguardo che prima di ogni cosa è uno sguardo attento, con il quale l’anima si svuota completamente del proprio contenuto per accogliere in sé l’essere che sta guardando così com’è, in tutta la sua verità. Di un simile sguardo è capace solo colui che sa prestare attenzione. (Simon Weil, p.169)

Riferimento bibliografico: Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano, 2008

Lizia Dagostino è assessora ai Servizi Sociali del Comune di Bitonto