Quella voce calda nella notte, tra il Paranà e le stelle

Da Bitonto all'Argentina, il ricordo di Roberto Dellamonica, in arte Cacho Galé, storica voce radiofonica di Santa Fe e simbolo di un legame familiare che l'oceano non ha mai infranto

Ci sono storie che, pur nascendo a migliaia di chilometri di distanza, continuano a parlare alla nostra terra. È il caso di Roberto Dellamonica, noto in Argentina con il nome d’arte di Cacho Galé, storica voce radiofonica di Santa Fe, recentemente scomparso. A legare questa vicenda alla Puglia, e in particolare a Bitonto, non è soltanto la grande avventura dell’emigrazione italiana verso il Sud America, ma anche una storia familiare concreta e viva. Roberto era infatti il marito di Silvia Stellacci, discendente di un ramo della mia famiglia approdato in Argentina nei primi anni del Novecento. Una parentela lontana che il tempo e l’oceano non hanno cancellato e che, anzi, ha continuato a custodire affetti, memorie e un comune sentimento di appartenenza.

Anche lo stesso cognome testimonia quelle radici italiane che caratterizzano una parte fondamentale dell’identità argentina. In una nazione costruita dall’incontro di popoli provenienti da tutto il mondo, milioni di famiglie conservano ancora nei propri nomi l’eco delle terre d’origine, e tra queste anche quella di Roberto.

Scomparso a novant’anni, Cacho Galé apparteneva a quella generazione di pionieri che fecero della radio un ponte gettato sull’immensità argentina. Erano gli anni delle grandi trasmissioni AM, quando le voci correvano nell’aria come uccelli notturni e raggiungevano case isolate, piccoli centri e città lontane. Questo ricordo trova spazio sulle pagine del nostro giornale non soltanto per il legame che unisce la sua famiglia alla Puglia, ma anche per una precisa scelta editoriale: raccontare uomini, donne e vicende che hanno contribuito alla crescita culturale delle proprie comunità, indipendentemente dalle distanze geografiche. Perché la cultura, la memoria e l’umanità non conoscono confini né latitudini, e spesso una storia nata sulle rive del Paraná può parlare meglio di tante altre al cuore di chi vive sulle sponde dell’Adriatico.

Quando ho appreso della morte di Cacho, a un momento di smarrimento è seguita subito una dolcezza inattesa, quasi una malinconia luminosa. Come accade davanti ai grandi fiumi, dove l’acqua porta via qualcosa ma restituisce anche il riflesso di ciò che è stato. E subito sono tornato laggiù, alla provincia di Santa Fe, a quella terra argentina distesa sotto cieli smisurati, dove l’orizzonte sembra avere più spazio del necessario e dove la luce del tramonto indugia sulle cose con una pazienza che in Europa abbiamo ormai dimenticato. La memoria mi ha restituito il colore dell’aria. Un’aria larga, fluviale, percorsa da odori di terra umida e di erba, da echi lontani di radio accese, da voci che sembrano parlare sempre un poco più lentamente, come se il tempo, da quelle parti, avesse scelto una marcia diversa.

Quando arrivammo a Santa Fe per la prima volta, non eravamo semplicemente parenti in visita. Eravamo viaggiatori attesi. Cacho ci accolse così, con quell’affabilità che non necessita di cerimonie, con quel calore che rende inutili le formalità. Aprì la porta di casa e parve spalancare insieme anche una stagione della vita. Ricordo sorrisi. Ricordo strette di mano che diventarono presto abbracci affettuosi. Ricordo il piacere sincero di averci lì.

Era la gioia dell’ospitalità, la gioia vera, quella che non si simula. Le case raccontano molto dei loro abitanti. La sua raccontava generosità. Vi si respirava quella virtù antica che consiste nel fare posto. Fare posto a una persona, a una storia, a una parentela lontana che aveva attraversato un oceano e un secolo. Perché dietro il nostro incontro esisteva un’altra vicenda, più remota e quasi epica, quella di un prozio materno di mio padre che, agli inizi del Novecento, aveva lasciato la sua terra per cercare un destino al di là dell’Atlantico. Fu il primo a osare quella emigrazione. Ne seguirono altri a noi più vicini ma di un altro ramo della famiglia.

Ogni emigrazione è una ferita e una promessa. Parte una persona e rimangono due sponde. Per generazioni i nomi continuano a viaggiare tra esse come messaggi chiusi in bottiglia. Noi eravamo una di quelle bottiglie. E Cacho comprendeva perfettamente il significato di quel legame. Ci vedeva arrivare da lontano, non soltanto nello spazio ma nel tempo. Forse per questo sapeva accoglierci con tanta naturalezza. Come se una distanza centenaria, all’improvviso, si fosse dissolta.

Fuori, la composta magnificenza della pianura si allungava verso l’infinito. Gli alberi apparivano come sentinelle isolate. Il cielo dominava tutto. Non c’erano montagne a interrompere il dialogo fra la terra e le nuvole. Sembrava che il paesaggio stesso fosse fatto per insegnare l’ampiezza. Ed era ampia anche la gente. I parenti, certo. Ma non solo. Ovunque incontravamo cordialità. Volti aperti e domande sincere. Curiosità senza invadenza e quel particolare modo argentino di trasformare uno sconosciuto in un interlocutore e un interlocutore in un amico.

Ricordo strade attraversate lentamente. Ricordo serate in cui le conversazioni sembravano non avere fretta di finire. E ricordo soprattutto il senso di appartenenza che ci veniva offerto, quasi gratuitamente. Come se qualcuno avesse detto: «Per il tempo che sarete qui, questa terra è anche vostra». Ma il ricordo che brilla più di tutti arriva dalla notte, una notte argentina. Una di quelle notti profonde che sembrano dilatarsi oltre l’orologio.

È lì che ritorna la figura di Cacho Galé. Lo rivedo nel suo elemento naturale. La radio. Per tanti anni era stata la sua patria invisibile. Un territorio costruito non con muri o strade, ma con parole. Migliaia di ascoltatori avevano affidato alle sue trasmissioni frammenti delle loro serate, delle loro solitudini, delle loro attese. E lui abitava quel regno con l’eleganza tranquilla di chi conosce il valore delle voci.

Quando ci invitò a partecipare al suo programma serale, “Un Cacho de noche”, presso l’emittente LT9, provai una sensazione difficile da descrivere. Era come attraversare il velo che separa la voce dall’ascolto. Ricordo lo studio e le luci discrete. Gli strumenti, le cuffie. Quel silenzio particolare che precede ogni trasmissione e che somiglia al respiro raccolto di un teatro poco prima che si alzi il sipario. Poi la sua voce calda, sicura, accogliente. Una voce che sembrava conoscere la notte, la notte della confidenza che abbraccia e appiana ogni timore. La notte in cui gli esseri umani depongono le maschere e parlano con maggiore sincerità.

Mentre lo osservavo, ebbi l’impressione che appartenesse completamente a quel luogo. Come certi marinai appartengono al mare. Come certi contadini appartengono alla terra. Cacho apparteneva all’etere. Parlava e costruiva ponti invisibili. Fra quartieri lontani e case disperse nella pianura. Fra sconosciuti, fra continenti. Persino fra passato e presente. E forse non era un caso che la nostra famiglia si fosse ritrovata proprio lì, accanto a lui, davanti a quei microfoni. Un uomo della radio e altri viaggiatori della memoria. Tutti raccolti sotto la stessa luce.

Una foto recente di Cacho Galè

Le fotografie fermano i volti. La memoria ferma l’atmosfera. Io ricordo l’atmosfera. Ricordo il privilegio di essere accolto. Ricordo l’affetto. Ricordo l’orgoglio discreto con cui ci presentava. Ricordo il senso di familiarità che riusciva a creare attorno a sé. E soprattutto ricordo la gentilezza. Virtù rarissima. Perché la gentilezza non fa rumore. Non cerca applausi. Non reclama riconoscimenti. Lavora in silenzio e lascia segni profondi.

Molti anni passano. Le città si trasformano. Le generazioni si allontanano. I bambini diventano uomini. Le case cambiano proprietario. Le radio modificano la frequenza. Perfino le voci, un giorno, si spengono. Eppure qualcosa resta. Resta quel tratto di umanità che abbiamo ricevuto. Resta la gratitudine. Resta la sensazione di aver incontrato una persona capace di rendere il mondo un luogo più ospitale.

Così oggi, ricordando Roberto Dellamonica, non vedo un’assenza. Vedo una veranda illuminata da una sera argentina. Vedo una tavola attorno alla quale si intrecciano accenti diversi. Vedo la sua dolce compagna. Vedo German, Javier e Nazarena, i tre figli di cui andava fiero. Vedo la pianura di Santa Fe sciogliersi nel tramonto. Vedo una luce rossa accendersi in uno studio radiofonico. E sento una voce che continua a viaggiare sopra il grande fiume e le campagne, sopra le distanze e gli anni. Forse la morte può chiudere una porta. Ma non può spegnere tutte le frequenze. Alcune restano accese nel cuore di chi ha ascoltato.

Per questo, quando penso a Cacho Galé, non immagino il silenzio. Immagino una notte vasta come il cielo argentino. Una notte piena di stelle. Una notte attraversata da onde invisibili. E, da qualche parte oltre l’orizzonte della memoria, una voce amica che continua a dire parole gentili ai viaggiatori che passano.

 

Nella foto in alto, al centro, Cacho Galé con i suoi collaboratori della radio. Nelle altre immagini, la notte a Santa Fe