Un brivido sottile attraversa le notti del Bif&st

Da Mario e Lamberto Bava a Fellini, fino alle nuove voci del genere, la rassegna barese riaccende i riflettori su una tradizione a lungo dimenticata ma che ha ispirato generazioni di cineasti in tutto il mondo

“È assurdo che dopo tanti film di Mario Bava, Antonio Margariti, Lucio Fulci e Dario Argento solo quest’ultimo abbia continuato a fare questo tipo di cinema. Dove è finito il cinema italiano dell’orrore dopo quella generazione?”. Se lo chiedeva anni fa Joe Dante, il regista di film cult come Piraña, Gremlins, Small Soldiers. Uno dei tantissimi autori americani di quegli anni che dal cinema di genere italiano si erano lasciati suggestionare e ispirare. Ed è anche per rendere onore a quella tradizione, spesso dimenticata e poco valorizzata, che il Bif&st dall’edizione di quest’anno dedica un’intera sezione all’horror. 

Tra tributi ai grandi maestri e anteprime dei titoli più attesi del 2026, le Notti Horror in programma al Multicinema Galleria, rendono omaggio ai due Bava (padre e figlio, Mario e Lamberto), passando per Federico Fellini e il suo Toby Dammit (episodio diretto per il film collettivo Tre passi nel delirio) fino ad arrivare al presente del genere. Si comincia infatti con Obsession, il film horror diretto dall’esordiente Curry Barker. Un titolo che, da quando è stato presentato in prima mondiale e con grande successo nella sezione Midnight Madness del Toronto International Film Festival dello scorso anno, gli appassionati di tutto il mondo aspettano con curiosità e trepidazione. Ci sarà da attendere il 21 maggio prima di vederlo in sala per l’Universal Pictures, ma nel frattempo gli spettatori del festival pugliese possono scoprire prima degli altri cosa si nasconde dietro questo tanto chiacchierato primo lungometraggio di Barker, noto soprattutto per il canale YouTube That’s a Bad Idea, che pare proseguire una tendenza sempre più evidente dell’horror contemporaneo, quella di riflettere sulle dinamiche di coppia, facendo seguito da questo punto di vista a film recenti come Together e Keeper.

Obsession di Curry Barker

La seconda anteprima nazionale è, invece quella, di Ti Uccideranno, secondo film del regista russo Kirill Sokolov, che già si era fatto notare da noi con l’irriverente Muori papà… muori!, un feroce atto di accusa alla gerarchia famigliare russa, con il pater familias che spadroneggia e malmena, e le donne sottomesse in un luogo – la casa – preso a simbolo e origine di una società violenta e maschilista. Il film deve essere piaciuto molto a Andy e Barbara Muschietti, due che di horror se ne intendono – regista lui, produttrice lei – noti per aver curato gli adattamenti cinematografici di IT (2017, 2019) e la serie prequel Welcome to Derry (2025) su HBO. Al punto tale che hanno deciso di finanziare la successiva opera di Sokolov. Protagonista è Zazie Beetz, la giovane attrice americana che è stata la Sophie nei due Joker di Todd Phillips, stavolta nel ruolo di una donna in difficoltà economiche che trova lavoro come governante in un lussuoso ma inquietante grattacielo di New York dopo aver risposto a uno strano annuncio. Un luogo che si scoprirà essere sede di un misterioso culto demoniaco.

Zazie Beetz nel film Ti Uccideranno

Insomma, il presente del genere è sicuramente ben rappresentato, ma le Notti Horror del Bif&st tracciano un itinerario che ha origine nel 1964, da Sei donne per l’assassino, un film seminale per la storia del cinema, fondamentale per autori come Scorsese e lo stesso Dario Argento, citato con perversione anche all’inizio di Matador di Pedro Almodóvar. È uno dei capolavori di Mario Bava, celebrato dalla rassegna barese insieme al figlio Lamberto, che cominciò come assistente del padre e poi, dopo la sua scomparsa, preso sotto l’ala di Argento e definitivamente “svezzato” alla realizzazione dei suoi primi film da regista. Dall’esordio con Macabro (scritto insieme a Pupi Avati, altro protagonista del Bif&st di quest’anno) fino al successo con Dèmoni.

Da John Landis a Roger Corman, da Tim Burton a Quentin Tarantino: tutti debitori in qualche modo nei confronti di Mario Bava, questo genio italiano che in patria non godeva di grande credito e neppure di grande successo, mentre negli Usa veniva regolarmente distribuito con ottimi riscontri. Fatto che gli fece dire, con la sua consueta autoironia, che “gli americani erano più stupidi”. Naturalmente non era vero. Il dato autentico è che la ricerca di Bava era tutta cinematografica, inventando per primo soluzioni imprevedibili, inquadrature inedite, trucchi stupefacenti e consentendo a tutti di poter ripercorrere le stesse strade. Terrore nello spazio prima di Alien, Reazione a catena prima di Venerdì 13. Il suo non era neanche horror, fantastico, ma cinema “che si spingeva oltre nella ripresa, nell’inquadratura degli occhi, delle forme, per arrivare a immagini fortissime, quasi astratte, immorali proprio per il loro sfidare continuamente le regole del cinema come arte borghese”, scriveva giustamente Marco Giusti sul Manifesto negli anni Novanta. 

Operazione Paura di Mario Bava

Infine, nelle notti horror baresi, anche il Toby Dammit di Fellini: scelto non a caso, essendo pieno zeppo di riferimenti visivi proprio a Operazione Paura di Bava, anch’esso riproposto al Galleria. I due erano amici e sono celebri gli scherzi che si facevano a vicenda mentre erano entrambi impegnati sui set di Cinecittà: Bava con il suo Diabolik, Fellini con un film che poi non si fece più. È un modo utile anche per scoprire sotto una lente differente il più citato, ammirato e menzionato regista italiano, il soggetto principale della stragrande maggioranza dei volumi sul cinema e delle tesi di laurea, quello a cui si dedicano in assoluto più retrospettive e rassegne. E allo stesso tempo anche quello meno visto, riproposto, emulato. Tutti conoscono Federico Fellini e quasi nessuno conosce la sua filmografia. Ad eccezione di Paolo Sorrentino (e forse del primissimo Nanni Moretti), nessuno ha ereditato nulla del suo cinema, della sua capacità di mettere in scena ciò che era impossibile vedere nella realtà. Il cinema italiano oggi cerca sempre la verosimiglianza e mai il fantastico. Descrive e non immagina.

Terence Stamp in Toby Dammit

E se si pensa all’eredità del neorealismo o a quella della commedia all’italiana, ci si rende conto che Fellini, che faceva della deformazione il tratto distintivo della messa in scena, è passato senza lasciare traccia. Persino ridotto ad oggetto da museo. Il suo cinema “del basso ventre”, che trovava la propria forza quasi sempre nella grettezza e quasi mai nella raffinatezza, è stato idealizzato a tal punto da essere ricordato per quello che non è mai stato. Toby Dammit ne è la prova e le Notti Horror del Bif&st meritoriamente ci permettono di riscoprirlo.