Non si poteva desiderare un esordio migliore per il primo concerto del Giordano in Jazz, l’ormai storica rassegna – curata da Carlo Dicesare in collaborazione con Puglia Culture e Moody Jazz Café – che ha reso in questi anni la città di Foggia punto di riferimento imprescindibile per la musica afroamericana in Puglia. A calcare il palco del teatro, una leggenda come Richard Bona, polistrumentista e straordinario bassista, cantante e compositore apprezzato a livello mondiale, vincitore di un Grammy Award nel 2002. In questo tour, accompagnato in trio da Jesus Pupo al piano e da Ludwig Afonso alla batteria.

Nato nel 1967 nel villaggio camerunense di Minta, il legame di Bona con la musica comincia sin dalla primissima infanzia, quando da bambino si ammala di malaria e la sua famiglia scopre che solo il suono del balafon è capace di lenire la sofferenza causata dalla malattia. Quando si riprende, suo nonno, il griot del villaggio, gli mostra come costruire il proprio strumento, con cui Bona comincia a esercitarsi per ore e ore, ogni giorno, fino a quando non è finalmente in grado di suonare qualsiasi tipo di oggetto che possa produrre musica (o quasi): flauto, percussioni, batteria. La sua famiglia si trasferisce nella grande città di Douala dove Bona, allora solo undicenne, si innamora del suono della chitarra e se ne costruisce una da solo, a dodici corde, utilizzando il cavo del freno della bicicletta, poco prima di essere accolto dalle band di Makossa locali.
Poi il destino lo aiuta quando un promoter francese, in procinto di aprire un jazz club in un albergo locale, decide proprio di cercare quel ragazzo di talento di cui aveva tanto sentito parlare, chiedendogli di mettere insieme un proprio gruppo. Sarà poi la scoperta di Jaco Pastorius a farlo avvicinare al basso elettrico e a convincerlo a trasferirsi in Europa. Da quel momento in poi la storia è nota e costellata di successi e di collaborazioni eccezionali.

Non deve quindi stupire se ancora oggi è impossibile parlare della musica di Richard Bona senza menzionare il suo strumento, ormai diventato iconico: il basso “Ninja Kilimanjaro” con top in ulivo e testate ultraleggere. La scelta di ogni componente supervisionata direttamente dal musicista, come per tutta la sua strumentazione (pedali, loop station e altro). Ogni piccolo dettaglio è studiato per permettere a Bona di suonare, comporre ed esibirsi dal vivo esattamente come dice lui.
Non si tratta solo di tecnologia, ma di trovare un equilibrio tra funzionalità e sensibilità artistica. Suonare, cantare, accompagnarsi, interagire con gli altri musicisti: ogni elemento del suo “rig” è al servizio dell’espressività. Insomma, il linguaggio strumentale del suo prodigioso basso elettrico, spesso asservito a calibrati loop ed effetti elettronici, non è mai sfoggio muscolare ma sempre posto con sorvegliata sobrietà al servizio di sincere esigenze comunicative. Lo si è capito chiaramente anche durante l’esibizione al Giordano, in cui Bona ha scherzato moltissimo con il pubblico ma anche con i suoi colleghi musicisti.

Un’intesa che evidentemente non nasce solo durante l’esibizione, ma anche nei momenti condivisi fuori scena: durante gli spostamenti, i pasti, le attese. Secondo Bona, la musica prende forma quando esiste una vera complicità umana. Non si può fare affidamento esclusivamente sulla tecnica o sul repertorio, ma c’è bisogno di una dimensione più profonda: quella dell’amicizia e del rispetto reciproco, che inevitabilmente si traducono in una maggiore coesione sul palco. Anche per questo Bona può vantare collaborazioni con alcuni dei più grandi musicisti della storia del jazz (e dintorni): Pat Metheny ma anche Herbie Hancock, Joe Zawinul, Quincy Jones, Chick Corea, Steve Gadd, Steps Ahead, Buena Vista Social Club, Cesária Évora, Stevie Wonder, Chucho Valdés. Solo per citarne alcuni. Una lunga lista in cui fa anche capolino la pugliese Serena Brancale, che con Bona ha collaborato nel 2022 per una cover di Je so pazzo di Pino Daniele.

Ma ascoltare Richard Bona permette anche di confrontarsi con un’eredità complessa dal punto di vista culturale, sociale, politico (oltre che musicale) che è quella camerunense. “Se ti spiegano come funziona il Camerun, e tu riesci a capirci qualcosa, vuol dire che non te l’hanno spiegato bene”, aveva dichiarato una volta il musicista, che sul palco di Foggia utilizza la sua voce come dispositivo narrativo oltre che melodico, strumento privilegiato di un racconto sonoro che parla di identità, memoria e appartenenza, con una forte dimensione comunicativa dal vivo. Afropolitano un po’ giullare, irriverente guascone, come un personaggio di Alain Mabanckou, Bona è stato tantissime cose diverse (e tante altre ne sarà), ma in trio con Pupo e Alonso riesce a dare il meglio di sé e ad inaugurare con un sold-out la stagione 2026 del Giordano in Jazz, che proseguirà a marzo con i Matt Bianco, band britannica, icona del pop-jazz anni ’80.
Le foto sono di Samuele Romano




