Cinque secoli di devozione, storia e cultura tra i muri di San Pietro

Dalla fondazione nel 1526 voluta dai Giannone alla lunga stagione della clausura fino alla soppressione ottocentesca e alla trasformazione in educandato, la gloriosa vicenda del monastero bitontino

La chiesa di San Pietro Nuovo (per distinguerla da quella più antica di San Pietro de Castro) sorgeva dentro la città di Bitonto, in località detta del Pilorso. Nel 1526 ne era rettore e parroco Antonio Giannone, appartenente ad una delle più nobili famiglie bitontine che vantava alcuni diritti sulla chiesa per via di una cappella gentilizia ivi esistente. L’abate Antonio era possessore di una ingente fortuna e, affinché il suo nome fosse legato ad una istituzione duratura, pensò di destinare, insieme ai suoi fratelli Cornelio, Nicola Maria e Francesco, una parte dei suoi beni per erigere un monastero femminile di clausura, «ut adiutae suffragis aeterna retributionis proemia consequantur».

Si presentarono dunque i quattro fratelli dinanzi al vescovo di Bitonto, Giacomo Orsini, e gli chiesero il consenso per la erezione di un monastero di Clarisse o di un altro Ordine; per tal fine essi già avevano comprato, per la somma di seicento scudi, molte case contigue alla chiesa per la costruzione del chiostro, dormitorio, refettorio e ogni altro ambiente necessario alla vita        claustrale. Il vescovo, insieme al Capitolo e al clero della chiesa bitontina, riunitisi in Cattedrale, considerato che a Bitonto esisteva un solo monastero di clausura, quello di Santa Maria delle Vergini, insufficiente a soddisfare le richieste di monacazione che provenivano dalla città e dai paesi vicini, diede l’assenso richiesto con bolla del 23 gennaio 1526.

Alla famiglia Giannone venne concesso il diritto di patronato sul monastero e la facoltà di definire l’ordine religioso da stabilirvi. Fu soppressa la parrocchia di San Pietro Nuovo e la cura delle anime passò a quella di San Giorgio, mentre gli utili, i diritti, gli emolumenti passarono al nuovo monastero che fu occupato dalle monache benedettine della congregazione olivetana. Il primo patrono, Antonio Giannone, il 17 febbraio 1527 fece testamento costituendo eredi dei suoi beni le nipoti suore Geronima, Fanuccia e Maddalena che erano già entrate in monastero; elesse suoi successori nel diritto di patronato i fratelli e, alla loro morte, i rispettivi figli nella discendenza mascolina. Volle, inoltre, che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa davanti all’altare di San Pietro.

La bolla papale di Clemente VII, datata il 9 marzo 1533, confermava l’assenso per la erezione del monastero, ne sanciva il patronato della famiglia Giannone alle cui figlie fu dato il permesso di monacarsi anche senza dote. Per la giurisdizione, le monache olivetane dovevano essere soggette all’abate di San Leone della stessa Congregazione.

L’onore del primo badessato toccò alla sorella del vescovo Orsini, Donna Laura, che ricevette la benedizione abaziale il 30 ottobre 1530 da Mons. Francesco de Morellis di Bitonto, vescovo di Minervino. Nel 1527, con lei erano in monastero suor Chiara Trio, suor Margarita, suor Antonia di Conversano, suor Mitula Barone e otto giovinette della famiglia Giannone: Hieronima (di 14 anni), Lucrezia (12), Benedetta (7) figlie di Cornelio e inoltre Maddalena, Laura, Julia, Scolastica, Camilla, tutte dotate dai loro genitori. La famiglia Giannone esercitò il suo patronato sul monastero, intervenendo in tutti gli atti pubblici e privati e curando i suoi interessi fino al 1707 quando, essendosi esaurita la linea maschile della famiglia, dopo una lunga causa intentata da Donna Aurelia fino alla Sacra Rota, arrivò la sentenza definitiva che sanciva la fine di ogni pretesa di patronato della detta tamiglia sul monastero che, da allora, si ritenne libero da ogni imposizione.

Le monache non osservarono la clausura fino al 1580, quando le accresciute risorse economiche e la prodigalità dei patroni permisero un ampliamento ulteriore del monastero e quindi la possibilità di una perfetta vita comune.

Ma uno dei problemi che dovettero affliggere la vita interna di questa comunità, come anche di quella delle Vergini, era proprio la effettiva realizzazione della vita comune contro cui si opponevano due ordini di difficoltà: la prima di carattere sociale, la seconda di carattere economico. L’estrazione nobiliare della quasi totalità delle monache difficilmente si conciliava con lo spirito comunitario che la vita monastica richiedeva. Piccoli privilegi creavano confusione, invidie, discriminazioni. Alcune monache avevano una particolare servitù, le Giannone avevano per sè un grande locale, alcune si facevano portare da casa il vitto, altre possedevano in proprio somme di denaro che spendevano come desideravano. Privilegi e discriminazioni erano molto frequenti anche nei parlatori. Se questi fattori recavano solo danno ad una serena vita comunitaria, la insufficienza delle rendite del monastero, nei periodi critici, la rendevano impossibile. Allora la comunità offriva l’indispensabile, per il resto ogni monaca doveva provvedere attingendo dalla propria famiglia.

Per ovviare a tali difficoltà già nel 1611 Mons. Pallanterio ordinò che la dote delle monacande passasse da 100 ducati a 350 per le cittadine, mentre le forestiere dovevano pagare almeno 500 ducati di dote, pena la privazione dell’ufficio. Tanto perché le entrate annue del monastero erano diminuite e il numero delle monache era sproporzionalmente cresciuto. Anche Mons. Perbenedetti, visitatore apostolico, il 1623 diede disposizioni ben precise perchè si effettuasse realmente la vita comune conformemente alle entrate e alle capacità ricettive del monastero. All’uopo ordinò che non si velassero più monache, né si accettassero più serve nel monastero finché il loro numero non fosse ridotto a 40 monache, 16 educande e 4 serve.

Non sarebbero entrate più novizie senza dote, né di età inferiore ai dodici anni. La retta per le educande non doveva essere inferiore a ducati 30 annui, mentre la Comunità avrebbe provveduto a tutte le necessità, compreso il vitto. Il visitatore apostolico stabilì ancora che ogni richiesta di monacazione fosse discussa e accolta nei Capitoli generali della comunità e infine che le grate fossero spostate dalla chiesa e trasferite in luogo più idoneo per maggior decoro del luogo sacro. Queste disposizioni servirono a conservare la vita comune fino al 1807 quando, per scarsità di rendite, fu sospesa e ripresa ancora il 1846. Circa la perfezione religiosa il Cerrotti annota, in alcuni suoi appunti manoscritti, che presso questo monastero ci furono in ogni tempo monache che si distinsero per probità di vita e intensità di dottrina. Tra queste Donna Silva Planelli, abbadessa nel 1721, la quale commentò in senso mistico le Lamentazioni del profeta Geremia.

Le feste principali che si celebravano nel monastero di San Pietro erano quelle di S. Michele Arcangelo, del Corpus Domini, di S. Gregorio, di S. Salvatore, di S. Ciro e naturalmente di S. Pietro. In grande venerazione era un Bambino Gesù donato dal vescovo Massarenghi al Monastero.

Conosciamo i nomi di autorevoli artisti che operarono nel perfezionamento della chiesa e nell’ampliamento del monastero: da Niccolò Valentino ad Antonio Martuccio che rifece il soffitto ligneo della chiesa il 1703, da Nicola Valentino al regio ingegnere Vito Valentino che provvide ad ampliare la fabbrica del Monastero il 1726, da Nicola Lamberti marmoraro napoletano al pittore Carlo Rosa, dall’intagliatore Saverio La Pegna ad un altro marmoraro e pittore, Vincenzo Pannone, da Angelo Cicciomessere che rifece il pergamo a Francesco Lerario progettista della nuova facciata dell’educandato (1837), costruito poi dal maestro Emanuele Sannicandro, a D. Canio Bruno della terra di Vignola che nel 1739 fuse le due nuove campane di bronzo al prezzo di denari 43 d’argento.

Con la legge di soppressione del 7 luglio 1866 anche il nostro monastero subì la sorte di tanti altri. I suoi beni furono confiscati e fu assegnato alle singole monache un vitalizio in proporzione ai beni posseduti. La comunità era ancora numerosa e, ricomprando l’edificio, riuscì a rimanervi indisturbata. Nel 1879 sia il monastero di San Pietro che quello delle Vergini e il Conservatorio delle Martiri chiesero il permesso di istituire un nuovo tipo di educandato. La novità consisteva nell’allargare l’attività di insegnamento al fine di «cooperare al reale, positivo bene prima religioso e morale, poi sociale delle giovani». I programmi di insegnamento erano quelli governativi e non poteva essere altrimenti, pena la mancata autorizzazione alla istituzione di queste nuove scuole-convitto. Le discipline di insegnamento erano: lingua ita-liana, aritmetica, geografia, storia sacra, storia patria, catechismo, lingua francese, calligrafia, musica, lavori pratici di cucito e ricamo.
L’insegnamento veniva effettuato dalle monache, ma anche da alcune maestre esterne fornite di regolare licenza. Il corso era limitato alle quattro classi elementari. Direttrice fu Donna Eleonora Rogadeo, abbadessa, poi, dal 1889 al 1899. Le educande, naturalmente, insieme alle educatrici, dovevano risiedere nel Monastero e pagare una retta annua di lire 345 oltre che provvedere agli oggetti personali.

La vita dell’educando non fu facile. Alla fine dello stesso 1880 fu effettuata una ispezione governativa dalla quale risultava che le giovani erano educate «in forma interamente chiesastica e in perfetta clausura» con pregiudizio per le stesse alunne che non avevano nemmeno la possibilità di uscire fuori del monastero per il passeggio. Nel luglio 1881 il Consiglio provinciale scolastico arrivò alla determinazione di sciogliere l’educandato di San Pietro, delle Vergini e delle Martiri, invitando nello stesso tempo i genitori delle ragazze a ritirare le loro figlie entro il 30 settembre. Fu po concessa una proroga e, dopo un’ulteriore ispezione della sig.ra Marietta Guerrini di Napoli che accertò un miglioramento generale della situazione, le cose potettero andare per il meglio fino al 1904. A reggere le sorti del monastero, quale ultima abbadessa, fu Donna Addolorata Lenti di Noci che successe a Eleonora Rogadeo.

Furono anni difficili e irrequieti che facevano presagire la imminente fine. Infatti, quando il 1912 l’abbadessa Lenti fu costretta a lasciare e a ritirarsi a Noci per motivi di malattia, si verificò nella comunità una grande confusione e una dissipazione delle ultime risorse economiche a cui non furono estranee anche altre persone esterne.

Nel 1918 l’edificio fu richiesto dalle autorità militari per l’alloggio dei soldati, né si poteva contravvenire ad un preciso ordine del governo. Il 12 agosto dello stesso anno mons. Pasquale Berardi invitò in maniera perentoria le monache superstiti a non desistere dai voti pronunciati a suo tempo, ritirandosi a vita privata con le famiglie, ma ad unirsi alle consorelle benedettine delle Vergini, pena severe censure ecclesiastiche. Delle pochissime monache rimaste, però, solo Donna Filomena Siracusa accettò di passare al monastero delle Vergini, le altre si ritirarono presso le loro famiglie. L’ultima a lasciare il monastero, che veniva intanto letteralmente depredato, fu Donna Teresina Cardone che finì i suoi giorni nella sua casa di via Pasculli. Era il 19 agosto 1918. Il vescovo, intanto, era riuscito ad ottenere dal comando militare la chiesa e due sacrestie annesse, impegnandosi a mantenere il culto, ed inoltre la restituzione di tutti gli arredi sacri del monastero inventariati all’epoca della soppressione.