Medicina territoriale e liste d’attesa sono facce della stessa medaglia

La Regione Puglia investe 15 milioni per smaltire oltre 124mila prestazioni arretrate, ma senza una rete locale solida e investimenti strutturali, ospedali e pronto soccorso resteranno sotto pressione

La Regione Puglia ha stanziato 15 milioni di euro per richiamare i pazienti e smaltire oltre 124mila prestazioni sanitarie arretrate. È da questi numeri che prende le mosse l’azione dell’amministrazione regionale guidata da Antonio Decaro per ridurre le liste d’attesa. Ieri, la giunta Decaro ha approvato la delibera sui piani sperimentali proposti dalle Asl pugliesi, dando attuazione al provvedimento firmato a inizio gennaio.

La sanità è tra gli obiettivi strategici indicati dal neopresidente per il proprio mandato: come primo atto ufficiale, Decaro aveva firmato un provvedimento per l’adozione di piani sperimentali, da parte delle Aziende e degli Enti del Servizio Sanitario Regionale, finalizzati alla riduzione delle liste d’attesa. L’obiettivo è il recupero delle prestazioni ambulatoriali prenotate oltre i tempi massimi previsti per ciascuna classe di priorità, attraverso tre linee di azioni principali: aperture straordinarie degli ambulatori nei giorni di sabato e domenica; estensioni delle fasce orarie che consentano la funzionalità giornaliera degli ambulatori sulle 12 ore; eventuali prolungamenti delle attività degli ambulatori fino alle ore 23. Tali disposizioni saranno applicate, con precedenza assoluta, al recupero delle prestazioni con priorità U e B (Urgenti e Brevi) per una durata di 5 mesi.

Il rischio, tuttavia, che possa trattarsi del classico “giorno della marmotta” (annunci che si ripropongono ciclicamente ma che sono destinati a fallire) è in agguato. Chi ha buona memoria ricorderà, infatti, una delibera molto simile approvata da Nichi Vendola nel 2014, quando toccò a lui sedere sullo scranno più alto dell’assemblea regionale. “I reparti saranno aperti notte e giorno. I macchinari saranno accesi incessantemente per consentire di snellire quelle infinite liste di attesa. Nello specifico le radiologie saranno aperte dalle 8 alle 24 dal lunedì al venerdì e dalle 8 alle 20 il sabato e la domenica”, annunciava all’epoca l’assessora alla Salute, Elena Gentile. La delibera ricalcava quella già approvata dalla Regione Veneto nei mesi precedenti. In entrambi i casi ci si scontrò con un dato di realtà: se i camici bianchi restano quelli, le ore da coprire sono troppe, come troppo alto è il costo dei macchinari attivi giorno e notte, si finisce per dover sacrificare alcune fasce orarie e tornare al punto di partenza. Insomma, la “rivoluzione” annunciata da Decaro è stata già sperimentata in passato, e in realtà “la possibilità di estendere le visite diagnostiche e specialistiche nel weekend, con un ampliamento delle fasce orarie delle prestazioni” è contenuta anche nel testo della legge Meloni varata nel 2024, che a detta di tutti non ha prodotto grandi risultati.

Cosa dovrebbero fare adesso le Asl? Quella di Bari è quella che ha un maggior numero di arretrati da smaltire (44mila prestazioni ma nessun ricovero). Seguono Asl Bt (20.220), Policlinico di Bari (14.600), Asl Lecce (10mila), Policlinico di Foggia (9.500), Asl Foggia (9.100), Asl Taranto (8mila), Asl Brindisi (7mila), Ircss De Bellis (1.500), infine l’Oncologico di Bari con 400 ricoveri.

Innanzitutto, si procederà richiamando ogni paziente in attesa per confermare l’appuntamento, anticiparlo o annullarlo (motivando la scelta). Per il tempo della sperimentazione saranno autorizzate aperture straordinarie degli ambulatori, sette giorni su sette, sino alle 23 (in alcuni casi anche oltre). Le sale operatorie saranno in funzione per sedute straordinarie aggiuntive. Un altro tassello sarà la verifica dell’appropriatezza prescrittiva. Ovvero: si monitoreranno le prescrizioni ripetute o non dovute, se ne capirà il motivo ma al tempo stesso si “formeranno” i medici prescrittori per non incappare nuovamente negli stessi errori.

Alla fine si tireranno le somme: si monitorerà il numero di cittadini effettivamente richiamati rispetto a quelli inizialmente stabiliti, il numero di persone che rinuncerà alla prestazione o rifiuterà la possibilità di anticiparla, quanto effettivamente è stato ridotto il tempo di attesa per ogni paziente e quante sono complessivamente le prestazioni prescritte senza un motivo che ne giustifichi l’urgenza. Il RUAS (Responsabile Unico dell’Accesso ai Servizi trasmetterà all’Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria, con cadenza trimestrale, un rapporto di monitoraggio delle prestazioni critiche e delle liste di attesa in ambito aziendale, segnalando le eventuali criticità e indicando le azioni correttive eventualmente poste in essere.

Decaro, però, dispone pure che le Asl presentino una relazione di verifica “dell’equilibrio tra prestazioni professionali istituzionali e quelle intramoenia”. In caso di violazione scatteranno, dice la Regione, “le sanzioni previste dalla legge”. Dal richiamo fino alla sospensione dell’attività intramoenia. La norma, va detto, è contenuta da molti anni, nel Piano nazionale di governo delle liste d’attesa, ma è di difficile applicazione. Il presidente pugliese adesso la brandisce come minaccia e sventola il cartellino giallo.

Cosa ne pensano i medici? Secondo Ludovico Abbaticchio, presidente del Sindacato Medici Italiani (SMI): “il punto decisivo per la soluzione delle liste di attesa in sanità resta l’organizzazione. Senza una medicina territoriale solida, integrata e accessibile, nessun sistema sanitario regge. Case di comunità operative con personale medico presente, presa in carico delle cronicità, assistenza domiciliare e telemedicina non possono restare formulazioni programmatiche. Sono il presupposto per ridurre la pressione sugli ospedali e riportare l’accesso alle cure entro percorsi ordinati. In assenza di questa rete, il pronto soccorso continuerà a essere il terminale improprio di ogni fragilità sociale. Per abbattere le lunghe liste di attesa è indispensabile un maggior investimento sul sistema pubblico, sugli uomini e sulle donne che ci lavorano, sui medici e sui sanitari che tutti i giorni sono in prima linea per la cura dei pazienti”.

In estrema sintesi, le cause delle liste di attesa risiedono anche in dieci anni di tagli alla spesa sanitaria. In questo modo l’ospedale è diventato il perno esclusivo del sistema, mentre la medicina di prossimità si è progressivamente indebolita. In questo squilibrio, l’accesso alle cure è diventato selettivo. Chi può attendere o pagare attende o paga, chi non può si affida all’emergenza.

D’altro canto, anche la Cgil Puglia ha espresso preoccupazioni per annunci che “possono risultare buoni per i titoli dei giornali ma che poi bisogna tradurre in azioni concrete”.