Sarà l’esame medico-legale, previsto per oggi, a chiarire le cause esatte della morte di Claudio Salamida, l’operaio di Acciaierie d’Italia, precipitato nello stabilimento di Taranto mentre stava chiudendo una valvola di ossigeno su un camminamento dotato di pedane in legno, che si sarebbero aperte per motivi ancora da accertare. L’autopsia rientra nell’ambito dell’indagine avviata dalla Procura di Taranto, che ipotizza il reato di omicidio colposo in concorso, legato a presunte condotte imprudenti e negligenti, e a violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro.
Tra gli indagati figurano il direttore generale Maurizio Saitta, il direttore dello stabilimento di Taranto Benedetto Valli, il responsabile dell’area “Acciaieria 2” Vincenzo Sardelli, un caporeparto, diversi capiturno, responsabili e tecnici della manutenzione meccanica, capisquadra addetti alla manutenzione e un preposto di una ditta dell’indotto. Un gruppo di manager e responsabili dell’attività aziendale, il cui operato sarà esaminato dagli inquirenti per accertare eventuali colpe nella dinamica dell’incidente.

Quarantasei anni, originario di Alberobello e residente a Putignano, sposato e padre di un bimbo di tre anni, Salamida è solo l’ultima delle vittime di uno stabilimento che non smette di far parlare tragicamente di sé. Una inarrestabile catena di incidenti mortali, su cui si sono mobilitate Fim, Fiom e Uilm, sottolineando la trasversalità delle morti in tutti gli stabilimenti del gruppo, ora gestito da commissari straordinari nominati dal governo. Una deplorevole fatalità stigmatizzata anche da Palazzo Chigi, che ha ribadito “l’impegno del Governo per rafforzare la sicurezza sul lavoro, in linea col recente decreto legge, affinché condizioni di piena tutela siano sempre prioritariamente garantite”.
“Chiediamo da tempo interventi ordinari e straordinari per la prevenzione e la salute e sicurezza dei lavoratori. È una tragedia che doveva essere evitata, ma le nostre richieste sono rimaste inascoltate. In questi mesi abbiamo scioperato e manifestato per ottenere investimenti e un piano occupazionale e di decarbonizzazione, invece oggi ci troviamo a dover piangere un lavoratore dello stabilimento ex Ilva di Taranto”. Questa la posizione della Cgil ribadita in una nota congiunta da Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil, e Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil.

La situazione dell’ex Ilva appare ormai da tempo in caduta libera, come tra l’altro dimostra inconfutabilmente anche la recente, maxi richiesta di risarcimento danni da sette miliardi di euro avanzata dai commissari governativi nei confronti di ArcelorMittal, il gruppo industriale franco-indiano che l’aveva acquisita nel 2018 salvo poi annunciare il recesso dal contratto e, a valle di una lunga battaglia legale, rimanere azionista in coabitazione con Invitalia. Una richiesta che giunge mentre il governo tratta con il fondo Flacks in vista di una nuova cessione del siderurgico.
Dalla lettura del documento di sintesi, elaborato dai commissari straordinari dell’acciaieria (Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli) pare emergere esattamente quel quadro che tantissimi osservatori avevano delineato già in tempi non sospetti e che era stato sempre smentito pubblicamente – anche con fastidio e disprezzo – fino a questo momento. Secondo il documento, “il dissesto di Acciaierie d’Italia”, non è stato “il frutto di errori gestionali isolati o di un improvviso peggioramento del contesto industriale”, ma il risultato di “una strategia unitaria, consapevole e protratta nel tempo”, finalizzata al “sistematico ed unilaterale trasferimento di risorse in favore della multinazionale dell’acciaio”. La gestione commissariale ha disposto indagini apposite a valle delle quali “ha anche appurato l’esistenza di gravi carenze manutentive e danneggiamenti agli impianti di Ilva, con effetti diretti e dirompenti sulla capacità produttiva degli stabilimenti”.

Arcelormittal nel 2017-2018 comprò l’Ilva, dunque, non per rilanciarla, ma per chiuderla. Quello che oggi è stato messo nero su bianco nell’atto di citazione ai danni della multinazionale franco-indiana, depositato presso il tribunale di Milano, è stato per molti anni derubricato come “complottismo”, soprattutto da chi a suo tempo gestì la cessione del gruppo, ovvero l’allora ministro dello Sviluppo Economico del governo Gentiloni, Carlo Calenda. Ancora oggi Calenda sostiene che sia stato giusto vendere l’ex Ilva al suo più grande concorrente. Anzi, secondo l’ex ministro, l’ultimo capitolo della lunga crisi dell’ex Ilva fu scritto dal governo di Giuseppe Conte, a suo dire colpevole di aver “disfatto” un “accordo blindato” eliminando il cosiddetto “scudo penale” per ArcelorMittal, che garantiva al gruppo indiano-lussemburghese mani libere durante le operazioni di ammodernamento degli impianti e di attuazione del piano ambientale che era stato concordato col governo.
Non è quello che pensano gli attuali commissari, che invece scrivono che ArcelorMittal avrebbe sostanzialmente “disatteso fin dall’origine” il presupposto alla base dell’assegnazione, cioè la realizzazione degli investimenti per rilanciare la produzione e l’integrazione industriale e commerciale del sito siderurgico. Insomma, nessun problema col famigerato “scudo penale”, o con la magistratura “anti-industria”, o con le norme ambientali troppo stringenti. Ma una “killer acquisition” (termine utilizzato nell’atto dei commissari) da cui emergeva la “volontà preordinata a estrarre valore dai complessi aziendali condotti in affitto senza poi finalizzare l’acquisto”. Un vero e proprio saccheggio – “looting case” – finalizzato ad assumere la gestione dei complessi aziendali di Ilva e a modificare in modo irreversibile il modello di business della società.

Oggi siamo nel mezzo di un’altra gara per “salvare l’Ilva”, giustamente criticata per il dilettantismo con cui è stata gestita dal ministro Adolfo Urso. Nel frattempo, però, quegli impianti insicuri e “danneggiati” continuano a essere in marcia grazie proprio ai decreti “salva-Ilva” e a un’autorizzazione concessa dal ministero dell’Ambiente lo scorso luglio, nonostante i pareri contrari degli enti locali. Una scelta assunta ignorando anche la sentenza della Corte di Giustizia Europea e la dichiarazione dell’ONU che definisce Taranto “terra di sacrificio”, come la tragica scomparsa di Claudio Salamida ancora una volta conferma.
Le foto, tratte dal fondo Masterphoto, sono state realizzate nel 1973 dall’Istituto Luce e documentano il lavoro nello stabilimento di Taranto dell’Italsider.




