Un caos virtuoso, energizzante. Un’esperienza sensoriale unica, irripetibile. L’impeto di una mareggiata bianca contro la roccia annerita dalle croste del sapere. L’antro oscuro, misterioso e magnetico del ciclope, dove le scintille dell’inedito guizzano sotto i colpi della scure contro l’incudine del déjà vu. L’inizio di un’avventura singolare: un viaggio di Gulliver all’incontrario, nell’isola abitata da giganti che guardano dall’alto un’umanità afasica, incapace di nuovi approdi, priva di sincero e fertile afflato, ancorata alla devozione a desueti rituali di conoscenza.

Persino i tavoli e le porte sbreccate di questo tempio dell’arte, le crepe che serpeggiano sulle volte bianche, le zone d’ombra che disegnano strani coni di malinconia lungo i corridoi, alternati all’improvviso bagliore di nuova, feconda speranza che irrompe dai lucernari; persino gli ironici graffiti sulle pareti dei bagni, tutto concorre all’esplosione di quella geniale fiammata di creatività che si alimenta dell’assenza di teoremi, di dogmi, di confessioni da osannare, nutrendosi, al contrario, degli stimoli generativi di una didattica inclusiva, votata al dinamico, al sorprendente, al visionario.
Quando mi accoglie, Vito Cotugno è alle prese con la funzione di solerte cicerone di studenti, genitori, colleghi, personale e tecnici al lavoro per riorganizzare gli spazi e il chiostro dell’ex Convento di Santa Chiara di Mola, sede distaccata dell’Accademia di Belle Arti di Bari. Siamo alla vigilia di Sensibili alla bellezza: laboratori aperti e dinamici di formazione, ricerca, produzione e innovazione, una grande kermesse artistico-performativa ideata dal prof. Graziano Menolascina con la supervisione del direttore dell’accademia prof. Antonio Cicchelli e del coordinatore della sede di Mola, prof. Alfonsino Pisicchio.

In mostra, tra aule e corridoi, in algida stasi o in turbinante movimento, i lavori realizzati dagli allievi dei corsi di pittura, scultura, grafica, cinema, fotografia, audiovisivo, fashion e web design. Una rutilante, fantasmagorica galleria di appassionate e fantasiose letture e rivisitazioni del mondo, fresche di quel conio – qui perennemente al lavoro – modellato sul coraggio e l’entusiasmo di giovani menti, pronte a misurarsi con la realtà della materia e l’astrattezza del pensiero e a riscriverne le forme attraverso la lente del mito, del sogno, dell’inconscio, della memoria e della poesia.
“Prof sono riuscito a recuperare quel libro di Jane Claire!”, mostra con soddisfazione la copertina, un giovane del corso di pittura con la barbetta nera e l’occhio vispo rivolgendosi a Cotugno. Ne parla con fierezza quasi con commozione, sapendo quanto quel libro sia nelle corde del docente. Una rilettura dell’arte contemporanea molto critica con quest’arte, che rischia di perdere senso e di trasformarsi in una chiassosa, ridondante, tautologica, pretenziosa installazione (nel senso etimologico del termine) di sè stessa.

L’ingresso all’aula di Grafica d’Arte – Tecniche dell’Incisione, regno incontrastato di Cotugno da oltre quarant’anni, si spalanca subito a destra nel primo corridoio dell’accademia. Una fucina di idee, con la batteria di strumenti perfettamente allineati sui tavoli (bulini, punte secche, scalpelli, sgorbie, martelli alternati a vernici, inchiostri e cere) a cui fanno da péndant, lungo le pareti, le opere realizzate dagli studenti: una successione disciplinatamente “caotica” di sculture e architetture classiche, nature morte, corpi irrimediabilmente seduttivi, occhi languidi o profondi o sognanti o introspettivi che spuntano dalla trama di fiabe oniriche, alternati a silenziosi dialoghi tra passato e presente o a rumorosi ma avvincenti presagi di futuro. Frammenti di storie personali e collettive, intrecciati nella difficile eppure irrinunciabile, esaltante ricerca di nuovi orizzonti di senso.
Una ricca e fitta “ragnatela” di segni che esprime tutta intera la forza e l’ironia, le fragilità e l’audacia, l’estasi e il disincanto, la sensibilità e il coraggio dei giovani che l’hanno generata. Profondi come sciabolate, superficiali come rughe, morbidi o sinuosi, questi segni raccontano di un’arte antica come la pietra, a cui già gli uomini degli albori avevano consegnato l’impronta del proprio stupore, dei propri desideri, delle angosce e delle speranze.

Le incisioni più recenti sulle pareti dell’aula sono una rivisitazione di alcuni luoghi di culto tra i più simbolici della città di Bari: la chiesa di San Nicola, la cattedrale di San Sabino e la chiesa russa. Il trittico, in mostra anche nelle sale del Castello Angioino, è il frutto di un lungo e complicato percorso laboratoriale: mesi di progettazione, sperimentazione e stampa con l’obiettivo di “indovinare” l’angolazione più suggestiva, la nuance più evocativa, la tessitura più adatta a restituire la magia di luoghi che non sono solo fisici ma anche, e forse soprattutto, interiori, mentali, culturali. La preparazione della matrice, l’incisione del disegno, la stampa al torchio, l’essiccazione e la rifinitura sono le interminabili e macchinose fasi di un ars operandi che si cotrappone alla rapidità del digitale, alla clonazione delle idee, alla fragilità dell’estemporaneo.
Ribadire lo “spessore” dell’opera d’arte – come pretende lo studio e l’esperienza dell’incisione – non serve solo a realizzare apprezzabili visioni estetiche ma anche a generare percorsi meditativi e riflessioni filosofiche. Come testimoniano gli sguardi ispirati di quanti osservano i lavori in mostra al castello: tra le tele, le sculture e le installazioni, sulla parete al centro del salone della storica fortezza il trittico degli edifici di culto si misura con il precedente, dedicato ai teatri più rappresentativi del capoluogo, il Piccinni, il Margherita e il Petruzzelli.
Accanto, con soddisfazione ma anche con una certa ritrosia (com’è naturale per chi è dotato di un animo particolarmente sensibile), alcuni allievi del corso di incisione, autori delle opere in mostra. E se il prof. Cotugno non smette di richiamarli, con la forza, l’autorevolezza ma anche l’affetto di un maestro sicuro del valore dei propri ragazzi, è perchè il senso vero del successo non sta nel compiaciamento per il traguardo conseguito ma nella consapevolezza di poter puntare ad un ulteriore, più evoluto, più ardito obiettivo di bellezza e intensità.

Un’educazione sentimentale al segno e alla sostanza. Una scuola di resistenza creativa in un mondo che ha urgente bisogno di occhi nuovi e di cuori pulsanti. In un tempo in cui il sapere rischia di essere ridotto a competenza funzionale, replicabile e priva di profondità, ribadire che la formazione al bello non è semplice esercizio estetico, ma educazione allo sguardo, al senso, alla complessità diventa una necessità ineluttabile e, per certi versi, eroica.
E’ questo il lavoro che svolge l’Accademia di Belle Arti. E’ questo l’impegno che profonde con energia mai sopita e cura meticolosa il prof. Cotugno. Una lezione, un impegno che gli alunni di questa scuola mostrano di aver appreso e sedimentato, e di saper tradurre in opere sorprendetemente coinvolgenti. Imparare a fare arte significa anche imparare a pensare attraverso l’arte, e certo, a vivere meglio e con maggior consapevolezza.
Nella foto in alto, Vito Cotugno con Vanessa Ciaula (a destra), Gaia Aloisio ed Emanuela Carbonara (a sinistra): alcuni degli allievi che hanno realizzato le cartelle di incisione dedicate alle chiese e ai teatri baresi





