Il blues canta l’anima profonda del sud

Dal soul al funky, dal rock and roll alla black music, il Bitonto Blues Festival celebra la contaminazione di stili e culture, confermandosi rito collettivo di resistenza e bellezza

Sarà per il clima umido, simile a quello del Delta del Mississippi, sarà per l’atmosfera intrisa di antiche e sofferte memorie che pervade le nostre campagne, simile a quella delle piantagioni di cotone lungo viottoli polverosi, dove si generò quel canto primordiale, fatto sta che a Bitonto, ogni “malinconico” settembre, con estrema naturalezza, riecheggiano le sonorità del blues. Sì che il respiro antico di un popolo strappato alla propria terra, il lamento diventato melodia, si protrae fino ai giorni nostri nell’originaria matrice di un sommesso rituale di sopravvivenza.

La X-Jam Band con Deviana P. Morgan (foto Max Robles)

Ed è proprio questo l’aspetto che Beppe Granieri, direttore artistico del Bitonto Blues Festival, giunto quest’anno alla tredicesima edizione, ha voluto sottolineare a fine rassegna. In quella sofferenza e contemporanea voglia di riscatto la gente del nostro territorio, e più in generale del sud, si ritrova pienamente, lasciando alle note degli strumenti la forza di esprimere un sentimento condiviso.

Nato alla fine del XIX secolo, il blues è infatti un’arte di resistenza: le voci di donne e uomini piegati dalla fatica s’intrecciano in un canto di dolore e speranza. Quel canto scandisce il ritmo dei passi nei campi. In quell’aria sospesa si fa strada un nuovo linguaggio emozionale: la struttura a dodici battute diventa modulo di riflessione, mentre le blue note (quelle microtonalità che oscillano tra malinconia e sfida) spezzano l’armonia convenzionale.

Giacomo Caliolo e The Blues Groovers (foto Max Robles)

Il Bitonto Blues Festival esplora un continuum che va dal blues più crudo alle contaminazioni soul-funk, passando per le tinte rutilanti del R&B e dello swing. Il chitarrista lombardo Gianluca De Palo esperto di fingerstyle e armonica, aprendo il primo set del festival, ha espresso un blues viscerale e poetico, in grado di affondare colpi o toccare con delicatezza, raccontando storie di vita vissuta, velate di malinconia.

A seguire, la X-Jam Band è una band di grande impatto. Capitanata dal percussionista Luca Giometti, anche a Bitonto ha presentato brani di un repertorio che spazia tra fusion e black music. A impreziosire la performance, Deviana P. Morgan, vocalist giamaicana, dalla grande presenza scenica grazie alla voce potente e versatile.

Giacomo Caliolo e The Blues Groovers sono gli artisti della seconda serata. Il genovese Caliolo vanta un passato nella scena pop e sinfonica e abbraccia il blues con una band affiatata e dinamica. Nella sua musica si fondono nostalgia e passione: ogni sua esecuzione, come una confessione, diventa un viaggio interiore in grado di coinvolgere chi ascolta.

The Twisters & Alice Violato (foto Max Robles)

I Twisters, band veneta con esperienza internazionale, hanno presentato successivamente un mix esplosivo di swing, rhythm & blues e groove. Musicisti di grande presenza hanno accompagnato la voce di Alice Violato, considerata “una delle interpreti più brillanti della scena blues italiana”. Band e voce hanno mostrato qualità musicali e naturale capacità di coinvolgere gli astanti.

Nella terza e ultima serata, la formazione pugliese guidata dal foggiano Vi Rey, cantautore e performer del genere soul/funky, ha espresso ritmi sincopati e armonie coinvolgenti. Grazie alle caratteristiche dell’istrionico musicista, il feeling con il pubblico del blues, sempre pronto a raccogliere messaggi positivi e di resilienza, è stato immediato.

La Vi Rey Band (foto Anna Verriello)

A concludere il festival, la band che affianca Marco Bartaccioni, il raffinato chitarrista dall’approccio al blues elegante e moderno. Le sue esibizioni sono momenti intimi che si svolgono come pellicole cinematografiche, tanto da poter dire che ogni brano eseguito è “una piccola colonna sonora”, suggestiva ed evocativa.

Il Bitonto Blues Festival continua a lasciare il segno, tracciando nuovi percorsi, aprendo nuove prospettive. E se il blues nasce da una chitarra acustica, qualche accordo puntato, l’armonica che geme – strumenti poveri, compagni di un’urgenza interiore – oggi questo canto è cresciuto diventando un numero imprecisato di linguaggi e contaminazioni.

Nel blues si concentra l’intero spettro dell’esistenza umana. Una confessione notturna, un rito che non chiede perdono ma sincerità. Ogni parola sospira un ricordo, ogni vibrato racconta sogni infranti ma anche un’ostinazione vitale. Ascoltarlo significa guardarsi dentro, abbracciare il vuoto e riceverne dignità.

Marco Bartoccioni Band (foto Anna Verriello)

A Beppe, che si avvale della collaborazione dei soci di Blue & Soci e della conduzione sempre spumeggiante di Pierluigi Morizio, il merito di mantenere viva, sia pure tra mille difficoltà, la fiaccola di un festival che ha sempre e ancora tanto da dire non solo agli appassionati del genere ma anche a tutti gli manti della buona musica. Ancora oggi, ovunque risuoni, il blues continua a specchiarsi nella vulnerabilità degli uomini e nei fili invisibili che intrecciano le esistenze, come un canto corale, un rito contemporaneo di cui ogni voce solista è testimone e custode. E nel silenzio che segue l’ultima nota, resta viva l’immagine di un’anima ribelle, capace di sublimare la ferita in bellezza.

Nella foto in alto, Gianluca De Palo Band (foto Max Robles)