L’omaggio che la Puglia non ha mai reso a Carmelo Bene

Il sostegno dell’Apulia Film Commission al nuovo film di Maresco, oltre le polemiche, restituisce il ritratto di un genio la cui visione del cinema si riflette nello sguardo stesso del regista siciliano

Come spesso negli ultimi anni, il debutto alla Mostra di Venezia dell’ultimo film di Franco MarescoUn film fatto per Bene è avvenuto in assenza del regista, che ha scelto di non presentarsi al Lido, lasciando che l’opera parlasse per sé stessa. Il suo nuovo lavoro – si potrebbe definire un “quasi film” – è un esercizio metacinematografico di auto-analisi, che con la scusa di raccontare Carmelo Bene finisce per raccontare lo stesso Maresco e la sua presa di posizione “apocalittica” rispetto al cinema di oggi.

Ma perchè ne parliamo? Perchè al di là dell’indiscusso valore del film, l’Apulia Film Commission, per la prima volta nella sua storia, ha predisposto un affidamento diretto da 40mila euro alla Lucky Red che ha prodotto il film. Ciò che ha scatenato un vespaio di polemiche. Un precedente pericoloso – l’accusa – dal momento che il film non è stato girato in Puglia e non ha coinvolto in maniera significativa maestranze pugliesi. Ci si dovrebbe domandare, però, se – al di là delle finalità promozionali dei finanziamenti ai film, di “brandizzazione” del marchio regionale – contino anche i contenuti e le qualità artistiche e intellettuali delle opere che si decide di sovvenzionare. Se il film è stato sponsorizzato da Apulia Film Commission è perchè si tratta di un omaggio sublime a una figura, quella di Carmelo Bene, che la nostra terra non ha mai valorizzato abbastanza. L’omaggio rivolto a questo straordinario regista e intellettuale pugliese da Maresco attraverso la sua Sicilia, attraverso i luoghi del suo cinema, è un dato poetico di cui bisogna tenere conto.

E torniamo al contenuto del film. Se c’è una cosa che accomuna più da vicino Bene e Maresco è proprio il loro apparire catastrofici dentro ogni mezzo, che sia quello televisivo o cinematografico. Ed è proprio con un gesto catastrofico che Maresco, con questo suo lungometraggio, ingaggia una sfida con se stesso, sino al tentativo di disfare la sostanza stessa del mezzo-cinema. Già Carmelo Bene denunciava il fatto che il cinema fosse diventato troppo “democratico”, fin troppo accessibile: “Non c’è forse italiano che non si sia prodotto in qualche filmetto, magari Super8, video; non un italiano immune dal cinema”, dichiarava in una conversazione con Goffredo Fofi, a cui la nuova pellicola di Maresco è dedicata. Ed è proprio con questa considerazione, che chi non sa far niente e non ha nulla da dire si può dedicare facilmente alla realizzazione di un film (“che non si nega a nessuno”), che il regista siciliano annuncia a suo modo la fine del cinema con un’opera che si propone esplicitamente come postuma, ultima, composta com’è da macerie scenografiche, citazioni, frammenti.

C’è, in Maresco come in Bene, un’ossessione italiana, che si riflette in una relazione conflittuale con la storia contemporanea del nostro paese. Se Nostra Signora dei Turchi girato da Bene era un film arci-italiano, pur nella sua avanguardia, così quelli di Maresco ci appaiono affollati di poeti, santi e navigatori. In entrambi i casi le caratteristiche del territorio, materiali e immateriali, creano le premesse del «depensamento»: quella sospensione del pensiero che è stato uno dei tratti distintivi della loro poetica. “Se non si è graziati da una siffatta premessa etnica, non avrei potuto accedere all’essere senza fondamento, alla spensieratezza, a un’arte teatrante si che inscena la sospensione del tragico dopo Nietzsche, la irrappresentabilità, il piano d’ascolto in quanto dire, la femminilità come abbandono, la fine del teatrino conflittuale dell’io e delle sue rappresaglie, la mancanza di che si consiste”, spiegava Bene.

E se per Bene il pensiero “depensa, si spensiera”, via via scendendo fino al Capo di Leuca, lì dove comincia il depensamento del pensiero del Sud, Maresco trova questo luogo nella sua Sicilia, nella sua Palermo, condividendo con Bene un meridionalismo per il quale si afferma che “la nostra penisola non ha mai dato grandi fatti del Pensiero, se non, guarda caso, nel Sud, con i nomi di Giordano Bruno, Giambattista Vico, Tommaso Campanella, Croce, Gentile”. Ed è proprio lo studio sulla figura di San Giuseppe da Copertino, raccontata da Maresco nel suo film, che diventa l’emblema ricorrente del “Sud del Sud dei Santi” e che permette a Bene di tramutare in virtù le caratteristiche stereotipate di un meridione socio-economicamente arretrato, barbaro, perché fuori dalla cultura ufficiale, facendone un nuovo paradigma culturale, orgogliosamente centrato sul primato di tale incultura, sullo stupore e sulla meraviglia, sull’estasi e sulla grazia dell’arte: “A questo Sud azzoppato, non resta che volare. L’anno medesimo, il 1600, in cui si brucia il Pensiero a Campo de’ Fiori (Giordano Bruno), poco distante da Copertino nasce la Grazia”.

Anche il Santo volante rimanda allo statuto più consono ai personaggi della drammaturgia di Franco Maresco: essere ombre e voci, fantasmi della mente in cui la natura onirica si mescola con la natura umorale, sanguigna, corporea. Caratteristica che li accomuna a quelli del teatro di un altro maestro del regista siciliano – forse ancora più di Bene – ovvero Franco Scaldati, qui citato attraverso i suoi Totò e Vicé. I personaggi di entrambi hanno in comune la totale estraneità rispetto al mondo dell’efficienza, della logica, della produttività e il loro essere mancanti: mutilati, monchi, danneggiati, privi di intelligenza o razionalità. Fanno parte della schiera dei tonti, rivalutati dall’arte di fine secolo scorso perché ad essi appartiene quel dono dell’interrogarsi, del superare le barriere del buon senso, del lasciar scorrere il tempo in contemplazione, quell’attività non produttiva che è il gioco.

Il regista Franco Maresco (foto di Paolo Caravello)

E se c’è qualcosa che tiene saldamente insieme Maresco, Bene e Scaldati è quel modo di “balbettare il linguaggio”, di sentire la propria lingua come straniera, con il sillabare, masticare, scandire le parole, interrompere le frasi con risate isteriche, sovrapporre le voci. L’afasia – che è ciò che rende affascinante, agli occhi di Maresco, l’attore a cui ha affidato il ruolo del “santo volante” – indica non soltanto la goffaggine a maneggiare il linguaggio, ma anche una mancata identità del soggetto, dal momento che articolare il linguaggio equivale a orientarsi nello spazio e e nel tempo, a trovare una propria collocazione del mondo. Come nel teatro di Scaldati, anche nel cinema di Maresco il dialogo drammatico è spesso sostituito da un veloce scambio di domanda e risposta che si esaurisce in sé, perché consiste nell’esibizione del meccanismo piuttosto che nel dialogo che dovrebbe condurre alla verità.

D’altronde, citando nuovamente Bene in dialogo con Fofi, “la voce è il corpo. Ma attenzione: la voce non vocalizza la parola, non la ripete; la voce è suono, non parola. Quindi non riproduce testi, ma elabora, e soprattutto liquida. La voce comincia dall’addio alla parola. La parola è sempre significato, mentre una voce è la parola disfatta, la fine di ogni significato”. Attraverso la voce fuori campo Maresco interroga i suoi personaggi, i suoi attori, li tormenta fino a condurli all’esasperazione. Stavolta il gioco al massacro su cui si basa da sempre il suo cinema viene però messo (fintamente?) in discussione dall’autore stesso (mentre nel precedente La mafia non è più quella di una volta il contrappunto al cinismo del regista arrivava da Letizia Battaglia). Questa volontà terminale di mettere in scena consapevolmente la propria cattiveria fa venire in mente ciò che scriveva un ammirato Ennio Flaiano tempo fa: “Carmelo Bene non minaccia nessuno, eccetto se stesso”. Proprio ciò che si potrebbe dire per Franco Maresco.

Nella foto in alto, una scena del film di Maresco