Un viaggio nel Pollino, tra Lucania e Calabria, deve dimenticare le provenienze e abbracciare i luoghi, eletti a dimora ideale per qualche giorno distensivo. Non fuga, piuttosto riscoperta, immersione in luoghi d’incanto e riposo, certo, ma anche di benefico pensiero lento e tanta riflessione. Qui si giunge consci della necessità di una pausa. E così, camminando tra borghi, boschi e pini, ci si lascia felicemente carezzare da un silenzio totalizzante. Una sensazione che si prova quando si è pervasi dallo spirito del luogo, quando c’è un qualcosa che si fa subito riconoscere. E’ quanto fatalmente accade nel Pollino. È un qualcosa in più.
La montagna, la selva, l’intervento dell’uomo, caratteristiche che troveresti anche altrove. Ciò che invece qui appare unico è proprio l’essersi il tempo quasi fermato, rinunciando a patti con la modernità più inflessibile. Questo nel bene e nel male. È la caratteristica di quest’Italia arcaica e interna che qui trovi squadernata alla perfezione.

Paesi e case attraversate da crepe, borghi fantasma, strade selvagge, una sorta di bellezza dell’imperfetto e di tutela di un’estetica frammentata, rigata dal tempo. Eccolo, il Pollino. Ecco questi borghi a cavallo di due regioni meridionali del Paese, terre che offrono davvero tanto ad un viaggiare senza ansie, raccolto attorno alla contemplazione di spazi quieti.
Il Pollino è sede del parco nazionale più grande d’Italia, diviso tra le province lucane di Potenza e Matera (la seconda in minima parte) e quella calabrese di Cosenza. Prende il nome da una delle montagne della catena, la seconda per altezza, 2248 mt, mentre la prima è Serra Dolcedorme, 2267 metri, proprio al confine tra le regioni, con il lato vetta già calabrese.

Siamo sul punto più alto non solo del Pollino ma di tutto l’Appennino meridionale. Altre note vette sono Serra del Prete (2181 m), Serra delle Ciavole (2130), Serra di Crispo (2.054). Come non citare, poi, i monti dell’Orsomarso, leggermente più bassi, che danno il nome anche ad un paese cosentino e che segnano, al Passo dello Scalone, il confine “tecnico” tra Appennino Lucano e Calabrese. Dall’Orsomarso si domina già il golfo di Policastro e dunque il Tirreno ancora salernitano, mare che poi per un attimo diventa lucano a Maratea e appunto calabrese a Praia a Mare e Scalea.
È da qui che ha inizio un altro tempo. Un tempo lungo, non misurato in ore ma in respiri profondi, in ombre lente che si spostano sui versanti montani, nel suono lontano delle campane che scandiscono giornate senza urgenze. Il Pollino non si attraversa, si abita. Anche solo per pochi giorni, anche solo con lo sguardo. Ma va abitato con attenzione e rispetto, come si fa con un libro antico o una musica che non si ascolta di sottofondo.

Tra i tanti borghi che ne costellano l’anima, due in particolare sembrano raccontare l’essenza più intima del territorio: Cerchiara di Calabria e Castrovillari, paesi calabresi, cosentini. Il primo è un nido di pietra abbarbicato alla montagna, il secondo è una città più ampia ma ancora intrisa di una qual certa densità culturale e paesaggistica.
Cerchiara, con la sua rupe scoscesa e le viuzze strette, è l’archetipo del borgo resistente. Qui l’architettura non è ornamento ma necessità: le case si incastrano tra loro. Le pietre sembrano respirare, impregnate di vento e sole e ogni fessura racconta una storia, ogni crepa un piccolo inverno quotidiano. Il Santuario della Madonna delle Armi, scavato nella roccia, è forse il simbolo più alto della fusione tra spiritualità e paesaggio. Qui lo sguardo spazia fino al mare Jonio e lo spirito si distende come l’orizzonte.

Castrovillari, più popolosa e dinamica, non perde però il legame con la sua matrice antica. Il Castello Aragonese, le chiese romaniche, i vicoli del centro storico: tutto parla di una civiltà sedimentata, consapevole anche della propria complessità. È una città d’arte ma anche di natura, dove l’agricoltura tradizionale convive con la riscoperta dei saperi locali, tra oliveti secolari e vigne pazientemente coltivate. La campagna qui non è sfondo ma tessuto vivo, parlante.
E poi ci sono i sentieri, che sono più che semplici percorsi escursionistici: sono connessioni profonde tra luoghi, persone, memorie. Camminare nel Pollino è un esercizio spirituale prima ancora che fisico. È lasciarsi attraversare da una geografia dell’anima, dove ogni curva del sentiero corrisponde ad un probabile momento di riflessione. Il pino loricato, simbolo del Parco del Pollino, sembra indicare la via con le sue forme contorte, emblema di una bellezza che nasce dalla fatica, dalla tenacia, dall’adattamento.

Sul far della sera, quando il vento porta con sé l’odore delle ginestre e delle felci, si comprende fino in fondo che il Pollino non è un luogo da fotografare ma da interiorizzare. Ed è proprio in questi territori apparentemente marginali – distanti dalle rotte del turismo aggressivo, fedeli a una propria idea di tempo e di vita – che si trova forse la chiave per capire un’altra Italia. Un’Italia silenziosa, profonda, a tratti malinconica, dotata tuttavia di una forza antica, che sa aspettare e sa accogliere. Nel Pollino, tutto questo non è promessa. È realtà.





