“Il silenzio grande” fa un chiasso enorme alla prima del Bif&st

Il pubblico del Piccinni rivolge un generoso tributo di stima e affetto ad Alessandro Gassmann, il cui film si aggiudica il premio Furio Scarpelli per la sceneggiatura

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Al termine del primo giorno del Bif&st tante sono le emozioni ancora in circolo, specie se si è gustato Il silenzio grande, film di Alessandro Gassman, nella splendida cornice del teatro Piccinni. Un vero gioiello, da poco rinato a nuovo splendore, grazie a un lungo e sapiente restauro, all’interno del quale si gode di un’acustica davvero favolosa. Specie se si vuol guardare un gran bel film, con magnifici dialoghi, come appunto Il silenzio grande. Per la sceneggiatura, infatti, Alessandro Gassman, Maurizio De Giovanni e Andrea Ozza – apparsi sul palco al termine della proiezione – sono stati insigniti del Premio Furio Scarpelli, tra gli applausi scroscianti del pubblico.

Il soggetto del film è di Maurizio De Giovanni, brillante scrittore napoletano, che si ispira a una sua commedia in due atti. Una commedia che, come i migliori esempi del genere, cela dentro di sé un dramma insolubile. Il protagonista è uno scrittore, interpretato da Massimiliano Gallo, che vive da sempre nella sua stanza, in cui si svolge l’intera vicenda. È del tutto solo, incompreso dai figli e dalla moglie, una splendida Margherita Buy: malinconica, delicata; davvero una delle sue prove più belle, insieme a quella offerta nel film di Nanni Moretti, Tre Piani. Fortunatamente entrambe le pellicole presenti al Bif&st.

Alessandro Gassmann con Maurizio De Giovanni

Il grande silenzio – come recita il titolo – in realtà è quasi inesistente nel film, perché per quanto il protagonista vorrebbe restare solo nel suo studio, in compagnia solo dei suoi libri e della sua macchina da scrivere, il ticchettio febbrile dei tasti viene costantemente interrotto dall’incursione dei vari personaggi con le loro cattive notizie. La sola che davvero ha un legame affettivo forte con lo scrittore – a cui non si può voler bene malgrado le tante stranezze – è la domestica, al servizio della famiglia da trent’anni. Nel suo ruolo, Marina Confalone dà vita ad un personaggio spiritoso e caricaturale, che tanto ricorda le tate o quei servitori impiccioni, sempre pronti ad origliare dietro una porta ben chiusa. Invadenti, certo, ma davvero difficili da odiare.

Ma torniamo ai dialoghi, perché in questo film, al contrario di quanto fa intendere il titolo, si parla davvero tanto: realistici e ben dosati, segno della perizia dell’autore, in grado di raccogliere qualsiasi sfida davanti a sé. Il grande silenzio è un’opera davvero complessa, a cavallo tra cinema e teatro, con tanti di quei riferimenti alla letteratura e al cinema, non solo italiano. Lo scrittore dalla forte immaginazione ricorda molto Harry Block di Harry a pezzi, quella bellissima commedia del 1997 diretta da Woody Allen. In particolare, il film di Gassman ricorda quello di Allen sin dalle prime scene, in cui lo scrittore solitario immagina la domestica nei panni di una diva del cinema. E certo, qualcuno con l’occhio lungo, ha riconosciuto diversi riferimenti a Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek.

Gassmann con Andrea Ozza

Gassman offre un ulteriore prova del suo talento alla regia, davvero ben bilanciata e strutturata; segno di un grande talento, come aveva già dimostrato in Razza bastarda e Torn – Strappati, brillante cortometraggio del 2015. “Desideravo raccontare una storia empatica che coinvolgesse tutti, in cui tutti potessero riconoscersi. Tutte le relazioni familiari, dove vi sia un profondo silenzio, un’incomunicabilità di fondo. Una serie di infinite incomprensioni, dovute a una progressiva e testarda assenza di dialogo”, spiega il regista. Il grande silenzio è, dunque, quell’incomunicabilità di fondo che caratterizza i personaggi. L’incapacità di trasmettere quello che si ha dentro al momento opportuno. Per la paura di non essere capiti e accettati da chi vogliamo bene.

Il peso delle cose non dette preme sui personaggi, che decidono finalmente di sputare tutto quello che hanno dentro su quanto ritengono sia l’origine di tutti i loro mali: il padre, il marito, lo scrittore di successo, che si ritrova risucchiato da tutte le critiche, di cui si sente ingiustamente vittima. E, nonostante la famiglia stia cadendo pian piano a pezzi, all’uomo non resta altro che l’irresistibile desiderio di chiudersi nella sua stanza e scrivere. Ripone tutte le speranze nel nuovo libro, come se questo potesse riportare tutto indietro, al giorno in cui nessuno dei suoi familiari aveva aperto la porta della sua stanza.

Al termine del film, prima che gli autori salgano sul palco, si diffonde un grande silenzio tra gli spettatori a cui fa seguito, all’improvviso, un fragoroso applauso. Il silenzio grande è davvero un bel film,ricco di momenti che rimangono impressi – spiega Maurizio De Giovanni – specie perché sono scene che abbiamo vissuto tutti. Chissà quante volte ci saremo pentiti per come ci siamo comportati con un figlio, un genitore, con il nostro partner, che, all’improvviso, ce lo vengono a dire, facendo cadere tutto il castello di carte che faticosamente abbiamo costruito. A quel punto che si fa? Ci si siede e ci si rimboccano le maniche, facendo tesoro di quanto ci è capitato. E se proprio non ce la facciamo, proseguiamo col nostro testardo modo di fare. Prima o poi saremo compresi o giustificati. Magari diranno che quello è così e basta”. Il pubblico ascolta assorto. E, pian piano, fluisce via, sulla morbida scia delle parole che riecheggiano tra i velluti e le luci soffuse del Piccinni.

In alto, Alessandro Gassmann. Le foto sono tratte dal sito del Bif&st