Con i pastelli e le matite infondo l’anima ai miei ritratti

Con "L'amore salva", l'architetto ruvese Lidia Tecla Sivo rende omaggio all'antica arte dei madonnari e lancia un appello all'accoglienza e alla fratellanza universale

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Un cielo fuligginoso rumoreggia all’orizzonte, fondendosi con il tumulto roboante del mare, sul punto di risucchiare negli abissi un piccolo veliero dove posano stilizzati uomini senza identità, stremati dalle fatiche di un viaggio verso l’ignoto in cerca di salvezza. Ma, ad un tratto, i flutti sembrano placarsi e l’imbarcazione può così avanzare in direzione della spiaggia, sotto lo sguardo vigile della Vergine Maria che, avvantaggiata da un vento favorevole, scioglie il suo manto ceruleo nelle acque increspate, aumentando il ritmo della traversata. La donna, dalla candida carnagione, sprigiona intorno a sé un’eterea bellezza che si riverbera su un grazioso bambino di pelle scura dai grandi occhi neri, al riparo tra le sue braccia da un passato burrascoso, fatto di guerre e ingiustizie sociali.

S’intitola L’Amore Salva l’opera in gessi policromi dell’architetto ruvese Lidia Tecla Sivo, realizzata per la quinta edizione del Concorso internazionale dei Madonnari – Città di Taurianova. I candidati hanno presentato trentuno opere ispirate all’enciclica del papa Fratelli tutti, sottoposte al vaglio di una giuria tecnica, a differenza dei bozzetti valutati dal popolo dei social. A documentare il lavoro di ogni artista, un filmato (clicca qui per visualizzare quello di Lidia) che illustra le varie fasi di preparazione dei disegni.

Il sindaco di Ruvo, Pasquale Chieco, con l’artista Lidia Sivo posano davanti all’opera “L’amore salva”

Il pannello in legno è stato donato dall’architetto alla città di Ruvo. Un’iniziativa che non è passata inosservata agli occhi del sindaco Pasquale Chieco: compiaciuto della generosità della concittadina, ha individuato nella sede del Comune di via Amendola uno spazio adeguato in cui collocare la grande composizione, dal primo febbraio visibile al pubblico. L’ufficio stampa del Concorso Internazionale dei Madonnari ha comunicato all’artista che la sua opera sarà utilizzata per una prossima pubblicazione.

Ho sempre amato il disegno, i colori, la progettazione -spiega Lidia e ho trasformato questa mia passione per l’arte e l’architettura, attraverso lo studio approfondito, nel mio lavoro. Conoscenza per me significa osservare la storia, chi c’è stato prima di noi, i grandi artisti e progettisti che hanno inaugurato con le loro opere e intuizioni nuove stagioni di pensiero. Sono riferimenti necessari, punti di partenza e di ciclico ritorno, per un progetto, per un’opera d’arte. Più ancora contano le opere da loro realizzate e i cambiamenti che hanno comportato”. “Guardando queste opere, concepite come veri e propri archetipi culturali -prosegue- si apre uno spiraglio sull’universo. Costituiscono l’unica vera base per far maturare un vero e proprio progetto etico. Se l’arte può avere infiniti significati, come può esistere un manuale che li comprenda tutti? Non ci sono istruzioni possibili e l’unica scelta rimane la costante attività di indagine, analisi e ricerca. Per questo motivo, adoro provare, sperimentare nuove tecniche, testare nuove strade, come l’utilizzo dei gessetti, senza mai perdere di riferimento gli archetipi”.

Di questi ultimi le piace ricordare l’immediatezza, la velocità, il contatto materico, la leggerezza e al contempo la forza travolgente, tutte peculiarità che rispecchiano appieno il suo temperamento: “ho molta dimestichezza -chiarisce Lidia- coi pastelli e le matite. Recentemente mi sono approcciata alla pittura ad olio, sotto la guida del maestro Max Di Gioia: un’esperienza che mi trasmette un incredibile senso di serenità ed equilibrio. Tuttavia sono proprio i gessetti a regalarmi facilità di espressione e dinamicità: ho utilizzato questa tecnica per la realizzazione di alcuni ritratti di ampie dimensioni.

“La passione per questi colori è nata quasi per caso -afferma Lidia- dopo aver ricevuto in dono una scatola di gessetti colorati dal presidente della Scuola napoletana dei madonnari, Gennaro Troia. Rimasi colpita dall’apparente facilità e velocità di utilizzo del gesso. Lo stesso presidente mi invitò a partecipare nel 2019 al Festival Internazionale dei Madonnari che ogni anno si svolge a Taurianova, in Calabria, durante le prime settimane di agosto.

Lidia Tecla Sivo mentre lavora all’opera con cui ha partecipato al concorso internazionale dei madonnari

E continua: “Quest’anno, malgrado la criticità della situazione, ho deciso di mettermi in gioco con grande entusiasmo. In futuro non escludo l’idea di potervi partecipare ancora, ma su strada e all’aria aperta, come conviene ai madonnari”. Artisti itineranti, i madonnari lavoravano sui monumenti costruiti nel Rinascimento e aiutavano i costruttori a immaginare i progetti, disegnando a terra intere facciate. Inoltre, ricreavano i dipinti delle chiese sui marciapiedi raffigurando, per la maggior parte dei casi, uno dei soggetti preferiti dell’epoca: la Madonna. Da qui il nome di madonnari.

Spostandosi da una città all’altra, secondo il calendario delle festività locali, i madonnari riuscivano a guadagnarsi da vivere con le monete donate dalle persone che si fermavano a osservare le loro opere. Utilizzavano materiali grezzi come carbone e gesso e però, data la natura transitoria del loro lavoro, tanti artisti sono rimasti per secoli nell’anonimato e passati comunemente alla storia con l’appellativo di madonnari. Resta tuttavia da chiedersi quanto sia conosciuta la loro attività: “non credo che la loro arte sia poco nota. Tutti hanno visto almeno una volta -spiega l’architetto- un madonnaro che lavora per strada, ammirandone la straordinaria abilità nel realizzare figure e scenari. E’ vero, invece, che a causa della transitorietà del lavoro a gesso, non esiste un repertorio di lavori e immagini. Personalmente ho sempre lavorato con gessi policromi su pannelli di legno di grandi dimensioni. Ho provato a disegnare anche su strada, non potevo non farlo, ma mai in pubblico.

Nell’opera L’Amore Salva riecheggiano i moduli espressivi nonché la leggiadria dei corpi del pittore molfettese Corrado Giaquinto, ravvisabili nella tela San Nicola salva i naufraghi del 1746 in cui il patrono di Bari, invocato dai naviganti, compare dinanzi al mare per rasserenare le acque dalla tempesta scatenata dal demonio e, squarciando le gonfie nubi, la Vergine Immacolata si posa su di esse con una falce di luna ai piedi. Analogamente al dipinto, anche la creazione dell’architetto ruvese si fa portatrice di un vigoroso appello alla pace: “Il messaggio che mi preme diffondere è quello dell’accoglienza. Dove accogliere ha il significato di accorciare le distanze, mettere a proprio agio, dare pari dignità e riconoscere i propri diritti a chi ci sta davanti, significa cioè porsi in atteggiamento empatico, entrare in una relazione fraterna. Per accogliere occorre davvero non avere paura della diversità, dell’altro da sé, ma cercare di vedere in essa un’opportunità per migliorare noi stessi. L’opera vuole essere un monito per tutti gli uomini ad aiutarsi e salvarsi vicendevolmente, aprendo a nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà”.

Allora, come si potrebbero educare le future generazioni al rispetto di qualsiasi forma di diversità, sia essa di carattere culturale, etnico, religioso, politico? “Con l’esempio: il mezzo più potente per insegnare qualcosa a qualcuno”, afferma Lidia. La cultura è infatti il miglior viatico per abbattere frontiere di ogni tipo, un’arma letale contro l’indifferenza e il finto perbenismo di chi, predicando ideali di dialogo e tolleranza, in realtà semina odio in barba ai valori etico-sociali su cui si fonda il cristianesimo. In quest’ottica torna utile citare il pensiero di Leopardi, che nella lirica La Ginestra del 1836 invita gli uomini ad unirsi in una “social catena”, costruendo una rete capillare di reciproco soccorso contro un nemico comune, cioè una natura foriera di rovina e di morte. Un’impresa titanica alla quale l’artista ruvese non rinuncia con l’insegnamento catechetico della sua arte: “E in fondo questo fa l’arte, fa stare bene, è terapeutica ed è per questo che ha un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo. Aiuta a riflettere, a comprendere meglio, porta a condividere emozioni e sentimenti. Aiuta a tenere a mente ciò che veramente vale la pena essere ricordato ed evidenzia i dettagli. È bellezza che porta all’amore condiviso con il dolore. A mio avviso, il mondo sarà salvo oggi e sempre finché ci sarà questo gesto”.

E, tra progetti in cantiere e ambizioni personali, Lidia non perde mai il desiderio di guardare oltre l’onerosa routine lavorativa, spingendosi verso una totale ridefinizione della sua attività professionale: “Mi auguro di continuare a sperimentare, provare a migliorarmi e soprattutto emozionarmi nei campi che amo. Non potrei vivere senza studiare, provare a conoscere coloro che hanno fatto grande la storia dell’arte e dell’architettura, per poi cimentarmi in strade e modalità espressive sempre nuove”.

Nell’immagine in alto, l’opera “L’amore salva” di Lidia Tecla Sivo