Bombetta e bastoncino, Piripicchio il Charlie Chaplin pugliese

Bitontino d'adozione, attore povero, recitava per strada come i grandi giullari di un tempo, dei quali aveva il talento, la faccia mobilissima e la voce intonata e stentorea

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Piripicchio. Si chiamava Piripicchio. Era un attore. Aveva scelto “Piripicchio” come nome d’arte, ma, all’anagrafe risultava come Michele Genovese. Viveva a Bitonto.

Ma più che nome d’arte, Piripicchio era uno scioglilingua nel vero senso della parola, un fonema, cioè, che serviva agli eroi spiccioli della tradizione dell’arte comica per giocare con la minuscola musicalità delle consonanti e vocali intessute sul minimo fondale della tiritera, del lazzo, della cantilena.

Era un attore povero, recitava per strada come i grandi giullari della razza fina di un tempo. E del giullare aveva il talento a forti tinte, la faccia mobilissima, la voce intonata e stentorea.
E il volto, il volto che, in certi casi, casi miracolosi, è un paesaggio, in Piripicchio era una parapettata di teatro eterno con quinte, fondali, spezzati ed “arlecchine”, fatto da pelle, rughe, segni, ombreggiature.

Forse Michele Genovese non ha mai recitato al chiuso di un vero palcoscenico di un teatro col sipario di velluto, le scene e il cielo di carta. Le sue scenografie erano la sua faccia mobilissima e le vie e le piazze di Puglia. Una somatica che si intesseva con la topografia vernacolare.

Molti lo ricorderanno: era una figuretta elegante e paradossale, grottesca e poetica. Un dandy rusticano che si muoveva nell’ammiccante ed eccessiva, pretesa eleganza di un tight consunto dalle angherie di tournée defatiganti per polveri assolate e strade spalancate dalla luce. Completavano il costume un cravattino “comme il faut” e un bastoncino di bambù. Non mancava mai di ostentare un fiore bianco e freschissimo all’occhiello.

Un clown nostro che si aggirava instancabilmente con il suo repertorio antico più che vecchio, intrecciando lazzi da vaudeville con memorie di perdute atellane, frizzi candidamente osceni, canzoni malinconiche intarsiate di sberleffi improvvisi con filastrocche sull’amore e sulla lontananza.
Imitava con confessata sfacciataggine Charlot e Totò nei loro inconfondibili lazzi e bombette. E, sommo sfregio liberatorio, portava due grotteschi baffetti alla Hitler. Se lo avesse visto, Mussolini, forse, non sarebbe sceso in guerra con lui.

Quando Piripicchio arrivava, attirava il pubblico spontaneo suonando tromba e grancassa: i bambini accorrevano, poi qualche adulto maschio si degnava di prestargli attenzione, reclamando la sua dose di oscenità da fescennino e, infine, le donne si affacciavano ai balconi e alle finestre, indulgenti e maliziose, fingendo di sciorinare panni. A loro Piripicchio dedicava canzoni teneramente allusive e lanciava il fiore bianco che strappava dal tight. Per finta, lo lanciava con una piroetta, perché, quella rosa, gli serviva per l’altra sosta, tre strade più avanti.

Applausi, bis e cadevano le monetine intorno ai suoi piedi. Poi girava con la bombetta in mano, raccoglieva altri spiccioli, ringraziava e partiva per le sue infinite strade. Come tutti gli attori, anche Piripicchio, aveva per casa il teatro e lui, che era il più povero e innocente degli attori, per teatro aveva la strada.
Io, bambino, l’ho visto recitare in una via del borgo antico della mia Bitonto, mai nell’allora “Teatro Umberto”.

Oggi, chiederei al sindaco di offrirgli, nel bel “Traetta”, delle serate di “beneficiata”, come si chiamavano gli spettacoli di “gala” dedicati ai grandi personaggi della scena di un tempo. Più tardi, ero già grande, incontrai Piripicchio in Corso Vittorio Emanuele, alle soglie di Bari vecchia. Mi confidò il suo sogno vano di recitare al Piccinni. E guardò il Teatro con sguardo carezzevole.

Oggi il Piccinni è chiuso e lo sarà chi sa ancora per quanto e, anche se fosse vivo, Piripicchio non potrebbe recitarci.
Di lui, di questo artista cosmopolita perché interprete della grande arte del teatro, di questo artista che potrebbe essere compreso da tutti quelli che leggono Primo piano nel mondo, ho una fotografia che mi regalò il grande Angelo Saponara che, comprendendone amorevolmente il fascino, gli aveva dedicato un servizio bellissimo. Ho deciso di incorniciarla e di metterla accanto alla foto di quel Teatro Piccinni dove ho avuto la fortuna di incominciare il mio mestiere. Troppi anni fa.