Quel filo prezioso con cui ricamare storie d’arte

Il libro di Antonia Murgolo, presentato nei giorni scorsi a Bitonto, illustra l'antica arte del ricamo ma in realtà è un omaggio a tutte le donne, operose e creative

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Aprendo il libro di Antonia Murgolo si trova sin da subito una dedica particolare, che fa breccia nel cuore di chi legge: “Alle madri e alla maternità, in ogni modo, diverse”. È infatti alle madri e alle nonne che si associa il ricamo; quest’arte antica, popolare, anonima, bistrattata ma, soprattutto, femminile. Un’attività legata indissolubilmente alle donne, sin dalle prime attestazioni letterarie. Penelope, consorte di Ulisse, attendeva il ritorno del marito proprio tessendo. E tessendo e disfacendo la tela guadagnava tempo, in modo da non doversi unire a nessuno dei proci che avevano invaso il suo palazzo.

Dacia Maraini, che ha impreziosito con la sua prefazione Operatrici di Storie – il volume ricco di immagini e significati, in cui Antonia condensa la sua ormai lunga e consistente esperienza – sottolinea anche il ruolo pacificatore delle donne che ricamano, soffermandosi sulla vita di santa Chiara, santa votata al sacrificio, che aveva rinunciato a mangiare tutti quei cibi che non provenissero direttamente da Dio. E a quel punto, smunta ed emaciata, si era dedicata comunque all’arte del ricamo, realizzando con le sue dita veloci, come tante altre suore avrebbero fatto dopo di lei, straordinari disegni sui paramenti sacri.

Antonia Murgolo, bitontina, ha ereditato una passione ben presente nel tessuto stesso della sua famiglia, apprendendo molte e raffinate tecniche sin dalla più tenera età. Col tempo è divenuta davvero abile e continua a ricamare e tessere con determinazione sempre crescente. Si è specializzata nel ricamo d’oro e nel restauro dei paramenti sacri e ha superato con successo l’impegnativa prova d’accesso all’associazione nazionale delle insegnanti di arti di filo: la Corporazione delle Arti. Oggi tiene diversi e affollati corsi di ricamo, approfondendo molteplici tecniche, tra cui il ricamo d’oro, il tombolo, il chiacchierino, il filet a modano e sfilati di vario tipo. Una grande abilità e una lunga esperienza condensate nel libro che presenta in giro in varie città d’Italia e tra queste, ultimamente, anche a Bitonto. 

L’idea è legata alla volontà di far sopravvivere la tecnica del ricamo – spiega, sfogliando le pagine del volume con le sue dita curate ma anche forti ed energiche -. Il mio obiettivo non è trasmettere alle future generazioni nozioni o abilità ma non far morire l’arte del ricamo; farla riconoscere come un’arte di prim’ordine, dopo che per anni è stata bistrattata, sottovalutata, relegata alle donne, poiché non era loro consentito maneggiare, ad esempio, un pennello con cui realizzare dei dipinti, attività prettamente maschile. E, allora, per secoli queste artigiane hanno fatto del ricamo un’arte, che ora deve essere valorizzata e insegnata a scuola”.

“Per quanto mi riguarda, la passione per il ricamo risale a mia nonna – prosegue Antonia – a cui devo gran parte della mia abilità. Col tempo ho sviluppato da sola molte tecniche, fino a quando non sono diventata un’insegnante. Ma è tempo che il ricamo venga riconosciuto come una vera e propria forma d’arte, non un hobby, come è sempre stato considerato. Tanto che le donne che se ne occupano spesso non vengono neppure pagate”. Nel libro c’è, tuttavia, un altro intento, assai più sottile e legato in maniera più particolare all’aspetto femminile: “Proprio perchè si tratta di un ruolo riservato alla donna – precisa la psicologa Lizia Dagostinosvalutare l’uno significa svalutare l’altra. Un fatto che deriva dalla mancanza di consapevolezza di sé e del lavoro che si compie. Più si è consapevoli del proprio valore, della propria bravura e abilità, più il lavoro è felice. Il ricamo può favorire, un po’ come la psicologia stessa, l’autocoscienza, la consapevolezza di sé, un amore per la femminilità”.

Le donne diventano – come recita il titolo del libro – “operatrici di storie”, raccontando attraverso il ricamo, la cucina (altra attività prettamente femminile), la propria storia personale, il proprio vissuto, una parte rilevante di sé che è in fondo corrispondente alla loro personalità, alla loro identità. Il libro non si compone solamente di parole ma anche di immagini: scatti stupendi e significativi (realizzati dalla fotografa barese Fonte Silvia Meo) molti dei quali hanno per protagonista la stessa Antonia Murgolo. E in quello che è un racconto sul ricamo, la storia lunga e complessa di un’arte antica, ma anche sulla natura delle donne, Antonia si è voluta affidare alle parole di Lizia Dagostino, al suo modo suggestivo di usare le parole. Il risultato è un lavoro davvero interessante, profondo e poetico, che porta il lettore ad esclamare, allo stesso modo di Dacia Maraini nella sua prefazione, “che meraviglia queste mani che tessono e ricamano!”. Che è un modo per dire: Che belle queste donne!”.

Nella foto in alto, Antonia Murgolo mentre esegue un artistico ricamo