Esiste un paradosso tra i più irrisolti e affascinanti della filosofia. Il paradosso del sorite, dal greco soros, ossia mucchio. Il concetto, nonostante la sua semplicità, è dirompente: un milione di granelli di sabbia è un mucchio. Un mucchio da cui, se togli un granello, resta tale. Ma se accetti queste due premesse e le applichi a un granello alla volta, arrivi a dover accettare che anche un granello, anche zero granelli, possano essere considerati un mucchio.
Il paradosso del mucchio e la vaghezza dell’umanità
Tra le varie soluzioni per poter comprendere questo paradosso ne esiste una secondo la quale il problema non sta nei granelli di sabbia, ma nel termine mucchio. È un termine vago per natura e il paradosso nasce dal tentativo di cercare, in un termine quotidiano, la precisione che esigiamo da una formula. Il mondo è pieno di soriti nascosti, o peggio, travestiti. Ora prendiamo il termine “umanità” nel suo significato più alto: empatia, compassione, solidarietà verso il prossimo. Alla perdita di quale valore un individuo perde la sua umanità?

La guerra, la natura e la domanda che non smette di bruciare
Nel 1998 esce nelle sale cinematografiche La sottile linea rossa (The Thin Red Line) di Terrence Malick, un film basato non solo sulla crudeltà della guerra, ma sui pensieri di chi, prima di essere un soldato, resta un uomo. Con la sua umanità, con i suoi rimorsi interiori, consapevole che, di fronte alla maestosità e all’indifferenza della natura, le ragioni del conflitto sfumano del tutto. È nei pensieri del soldato Edward Welsh che questa domanda assume la forma più nitida. «Chi ci sta uccidendo, derubandoci della vita e della luce, beffandoci con la visione di quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di beneficio alla terra, aiuta l’erba a crescere, il sole a splendere?»
Il 22 ottobre 2023: quando la tragedia torna nei titoli
Poi arriva il momento in cui la filosofia e il cinema lasciano spazio alla cronaca più crudele. Il 22 ottobre 2023 c’erano notizie diverse in apertura sui giornali: alcuni seguivano le indagini sulla morte di Giulia Cecchettin, altri si occupavano dell’accordo che sembrava vicino fra Hamas e Israele. Accordo interrotto dagli aerei israeliani che avevano colpito un complesso residenziale nel quartiere di Al-Sabra, nella città di Gaza. A tre anni dall’esplosione di un conflitto immane, l’umanità si sta sgretolando un granello alla volta, lasciando il posto ad un mucchio di sabbia e macerie.

987 giorni dopo: le bare che chiedono di essere viste
987 giorni dopo. No, non un sequel della saga di Danny Boyle con Cillian Murphy. A distanza di 987 giorni dall’attacco delle forze militari israeliane, le strade di Gaza si riempiono di 112 bare. Piccole, grandi, coperte da poco più che da una foto e una bandiera palestinese. E allora, dove sta l’umanità in tutto questo? Che importanza ha l’umanità se c’è chi ha aspettato quasi tre anni per poter piangere un proprio caro? E chi, come altre 157 famiglie di persone disperse, una salma da piangere non l’ha mai avuta.
Numeri che diventano macerie: il bilancio delle vittime
Dal 7 ottobre 2023, il bilancio dei morti nella Striscia di Gaza ha superato le 73.000 persone uccise. Secondo diversi studi, però, come quelli condotti dalla rivista The Lancet, il numero dei caduti sarebbe ben superiore. Secondo questi studi, infatti, già nell’estate del 2024 il numero delle vittime dirette e indirette potrebbe aggirarsi intorno ai 184.000. Per l’Unicef, “questo è ciò che il mondo ha scelto di tollerare. Si parla di cessate il fuoco, ma le famiglie a Gaza continuano a seppellire i propri figli”. Si resta indifferenti davanti a ciò che non ci tocca da vicino. Da ottobre 2025, data dell’estremamente fragile accordo di cessate il fuoco all’interno della Striscia di Gaza, chi continua a pagare le conseguenze più tragiche è la popolazione civile. In particolare quella infantile. Ogni giorno a Gaza un bambino viene ucciso: si parla di circa 300 bambini che hanno perso la vita in 300 giorni. Dati che aumentano drasticamente se si considera il mese di luglio appena trascorso.

Il cessate il fuoco che non ferma la morte
“Un cessate il fuoco che provoca la morte di una media di un bambino al giorno è un fallimento per i bambini”, ha affermato Edouard Beigbeder, direttore regionale del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia per il Medio Oriente e il Nord Africa.
Per alcuni, solo un mucchio di nomi. Il problema è che di Gaza non si parla più. Il conflitto è stato messo in secondo piano ormai da mesi dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. È tornato al centro dei riflettori grazie a Washington quando, poco più di una settimana fa, Trump ha annunciato trionfalmente che Hamas aveva accettato il “disarmo completo”. Come racconta il New York Times: “Il piano è stato ufficialmente negoziato dal Board of Peace, un organismo multinazionale creato dal signor Trump a gennaio per sovrintendere agli sforzi di pace tra Israele e Hamas e alla successiva ricostruzione di Gaza”. A partire da gennaio 2025, praticamente ogni prima pagina politica è segnata da un’azione del tycoon. Che quest’ultima sia per buon cuore? Forse più per spostare in secondo piano i cinque mesi di impopolare guerra in Iran che lo avevano allontanato dall’etichetta di pacificatore.
Il “Trum‑p Show”: promesse che si sgretolano come sabbia
Peccato che sia solo apparenza. È Jim Carrey che apre la porta del set. Il cielo è solo cartongesso, cade un proiettore e, man mano, il “Trum-p Show” si sgretola come fosse sabbia, granello dopo granello. Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale israeliana, ha definito il piano “inaccettabile” sui social media. Inoltre, non è chiaro se Hamas abbia effettivamente accettato tutto quanto affermato dal presidente Trump. Sempre citando il New York Times: “Nella migliore delle ipotesi, il nuovo piano partirà in modo molto graduale. L’accordo in 15 punti pubblicato dal Board of Peace prevede che le parti abbiano due settimane di tempo per definire un calendario di attuazione, che potrà essere prorogato. Il processo di disarmo e stoccaggio delle armi, così come lo smantellamento dei tunnel di Hamas sotto Gaza, avverrà ‘in modo graduale, sequenziale e entro tempi prestabiliti’”. E chi prova a sollevare dubbi al presidente americano, viene semplicemente ignorato.
Da una parte si hanno le forze armate di Hamas, che sono disposte a consegnare le proprie armi ad alto potenziale distruttivo (mantenendo però i fucili) se Israele è pronto ad interrompere gli attacchi su Gaza. Dalla parte opposta, Israele ha esteso il suo controllo a circa due terzi della Striscia di Gaza; Ben-Gvir ne chiede il controllo totale. Nel mezzo? Migliaia di vittime sacrificabili.

Tra potere e macerie: la riviera che non c’è
Soltanto un anno fa, Gaza era al centro dei desideri e dei pensieri di Trump. Si voleva costruire una “Riviera del Medio Oriente” sulle rovine di Gaza e suo genero Jared Kushner era uno dei grandi ispiratori di questo piano che prevedeva il trasferimento della popolazione e il collocamento del territorio palestinese sotto l’amministrazione statunitense. Grattacieli, resort di lusso e un’area tecnologica. A chiunque avesse accettato di andarsene spontaneamente, sarebbe stato garantito un indennizzo.
Il progetto fu presentato a gennaio dal presidente americano e da una schiera di fedelissimi al Centro Congressi del World Economic Forum. La presentazione appare come un vero e proprio master plan immobiliare, degno di un programma di Real Time, stile Casa a prima vista. Titoloni provocanti e fotografie che ricordano Miami. «La pace è un deal diverso da un affare commerciale», spiega Kushner. Il tutto prima di concludere con un provocatorio quanto misterioso: «Ci saranno incredibili opportunità di investimento. Venite a investire con noi». Finalmente, otto mesi dopo, è arrivato il primo contratto, assegnato ad Arkel International, un’azienda con sede in Louisiana che ha già collaborato con il governo statunitense in Paesi come l’Iraq. A gestire le trattative è stato proprio il Board of Peace con proprio il genero che pochi mesi prima sognava lusso e soldi.
Niente ristoranti stellati. Niente piscine a sfioro. Un semplice avamposto di appena 100 metri per 120 destinato a ospitare un plotone di truppe marocchine che si alterneranno da una base in Israele. La base si troverebbe all’interno del 60% del territorio della Striscia direttamente sotto controllo delle Forze di difesa israeliane (IDF), a circa 1,6 km dal confine, e disporrà di una “via di evacuazione rapida” nel caso di attacco. Da un ambizioso piano per ricostruire l’intero territorio a un piccolo progetto pilota nella parte meridionale della Striscia. Granello dopo granello, anche il mucchio delle promesse si sgretola. Ma non il peso politico di questa decisione. È vero che “il mondo è pieno di soriti nascosti”. Ma perché qualcuno decide di nasconderli e qualcun altro di non vederli?

Il sorite del potere: quando gli zeri contano più delle vite
Forse esistono soriti più importanti di altri. Prendiamo il termine “potente”. Un termine vago, difficile da misurare: quanto potere serve per essere davvero potenti? Quanti granelli bisogna aggiungere prima che un individuo, un governo, un esercito diventino potenti? Anche il potere, come la sabbia, cresce senza un confine preciso. Un’arma in più, un soldato in più, un milione in più, uno zero in più sul conto. E se l’umanità non diminuisse soltanto perché togliamo qualcosa, ma perché accumuliamo qualcos’altro? È proprio qui che ricchezza, potere e umanità smettono di coincidere. Quando quel mucchio di zeri sul conto comincia a valere più di un mucchio di vite, il sorite non è più soltanto un paradosso filosofico. Diventa il modo con cui decidiamo cosa ha valore e cosa può essere sacrificato. Diventa il modo con cui la società guarda alle vittime.
Granelli, macerie, nomi: ciò che resta
Prima hai i granelli, poi le macerie, poi le bare, poi i morti che diventano numeri e infine “un mucchio di nomi”, che non interessa a nessuno. Forse. O almeno fino a quando le parole cantate da Jimi Hendrix e “urlate” al mondo da una coppia al vertice dell’Empire State Building continueranno a indignare qualcuno: “When the power of love overcomes the love of power, the world will know peace” (Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, il mondo conoscerà la pace).
Le foto, tratte dal sito dell’Unicef, ritraggono bambini della striscia di Gaza




