Avere il privilegio di incrociare anime pulite, maledettamente pure, incantate quasi, è un po’ la magia dell’arte. Il lavoro del fotografo, poi, è quasi mistico. La ricerca parte dalla curiosità, a volte necessaria, altre più strutturata o magari inconsapevole. Ma sempre legata a quel trasporto che ti porta ad attendere, anche senza trovare subito risposte, nel puro compiacimento di qualcosa che si manifesta, che ti conduce anche lontano da casa, verso luoghi totalmente sconosciuti, semplicemente sognati.
Beppe Ardito, barese doc, non è solo un fotografo, è pittore, scrittore, artista eclettico piuttosto, che insegue l’umanità. Un ragazzino innamorato.

Vive, respira, si ammutolisce, piange con i suoi personaggi. È tanto padre quanto fratello di ciò che produce. Ma soprattutto, lui questa umanità così nutrita, pulsante, policroma la rispetta, la ama visceralmente. Gioisce e soffre con lei.
Il suo ultimo lavoro fotografico Perfect Strangers, un progetto in fieri, ospitato negli ultimi tempi, con la cura di Alessandro Cirillo, nel nuovo spazio del museo Nuova Era, è l’apoteosi del suo fare arte. In perfetta sintonia con la rinnovata location della storica galleria di Rosemarie Sansonetti, artista sopraffina che vanta una trentennale esperienza in questo campo, echeggiano lungo le pareti volti, sguardi, sorrisi, impercettibili sospiri.
Tutto parte da una ricerca avviata durante il ferale periodo della pandemia, quando l’artista ha per caso incrociato questi ragazzi, protagonisti della movida più underground barese. Un incrocio predestinato forse, sicuramente salvifico per certi versi. Movenze, attitudini, provocazioni, più o meno orientate al manifesto; abbaglio apparente di un vuoto fondo come l’oceano, buio oltre l’eco, ogni sorriso una richiesta di aiuto. Un’indagine antropologica, un progetto politico e sociale, che sconfina ben oltre il risultato stupefacente e il piacevole sbalordimento estetico.

Una sfida quotidiana all’accettazione, un desiderio di convivenza oltre il diniego del perbenismo affettato. Beppe esplora il corpo, i suoi segnali più o meno roboanti; le posture e gli ammiccamenti teneramente sovversivi, in un calderone da cui far riaffiorare solo il bello, quella scintilla che sfida la consuetudine.
Ma approfondendo il legame insolubile tra il fotografo e il suo prodotto, ti accorgi che la vera opera d’arte è lui, Beppe Ardito, con la sua salopette di jeans e il maglioncino infeltrito a righe anni ‘80, il suo baffo a sbuffo e la macchinetta appesa al collo. Lui che bacia tutti, si muove solo in bici, si entusiasma, si confida affettuosamente e si commuove nel ricordare il suo reportage realizzato a soli 22 anni nelle Favelas, nelle viscere più tenebrose, tra le ferite vere, quelle che non puoi cucire con ago e filo.
Beppe è invaghito della vita che si consuma, si sporca e rinasce, che a volte si brucia anche. Ne conosce appieno il significato. Molti dei volti disincantati ritratti dal suo obiettivo oggi non ci sono più, ingabbiati e trascinati giù da quella nube che ha spazzato via anche l’ultimo barlume di flebile luce. Beppe conosce bene la differenza tra gli occhi ebbri di spasimo e desiderio e due orbite vuote, perse per sempre, che spesso hanno trovato proprio in lui, nell’uomo strambo che fa fotografie a sconosciuti per strada, la fonte per risollevarsi dall’oblio.

E questi miracoli li fa solo l’arte. Se praticata dalle mani giuste, mi permetto di aggiungere. Di quest’arte e delle sue molteplici pratiche abbiamo discusso con Beppe, tra ricordi e progetti futuri.
Beppe, com’è iniziata la tua passione per la fotografia?
Inizia da piccolo, nato in una casa dove si respirava arte, crescendo ho sfogliato la libreria di mio padre, acquisendo il gusto per l’inquadratura e per l’estetica spontaneamente. Essendo dislessico, cosa che ho scoperto tanti anni dopo, avevo difficoltà a leggere e mi nutrivo di immagini. Poi ho iniziato a voler esprimermi con le immagini. A 20 anni ho iniziato a fotografare, con la prima macchinetta acquistata dai mercatini, una Zenit russa, da quel giorno non ho più smesso. Ho però anche iniziato a dipingere, scolpire, creare complementi d’arredo. Avevo bisogno di raccontarmi.
Cosa vuol dire per te raccontare per immagini?
Anche un po’ raccontarmi. Catturo ciò che è l’essere umano, il paesaggio mi coinvolge molto meno, ho sempre prediletto la foto d’indagine, sociale, che facesse da tramite tra me, il soggetto e il pubblico.

Qual è stata la tua esperienza più significativa in campo fotografico?
Poco più che ventenne, in Brasile, sono stato tre mesi, un lavoro commissionato da una catena di ristoranti, una ricerca sul food. Ma la mia passione mi ha spinto oltre, nelle favelas. Lì se non corri sei morto. Scene terrificanti, orribili, la scuola era appoggiata su una fogna a cielo aperto, un’esperienza che a livello umano mi ha segnato profondamente, oltre a darmi le basi a livello tecnico per quello sarei poi diventato.
Come definiresti la tua arte?
Ho difficoltà a definirmi. Ho sempre avuto dubbi. L’arte mi ha cambiato, mio padre è stato un grande artista, aveva una galleria d’arte e mi ha insegnato molto, soprattutto che l’arte è bellezza e può abbattere i muri
Cosa ti affascina di più della fotografia?
L’atto dello scatto, l’edit molto meno. Mi affascina l’incontro con la persona, l’empatia immediata, lo scambio di emozioni, seppur per attimi, amo poter immaginare, così come si fa con il cinema, ti permette di sganciarti dal reale

Hai fatto degli studi artistici o sei autodidatta?
Ho imparato da Radio3 e ho il potere d’ascolto. Sono autodidatta e sperimentatore. Trovo materiali e li plasmo. Nelle mie mani tutto diventa altro.
A cosa stai lavorando ora?
Ho da poco terminato un progetto commissionatomi dal primario di ginecologia e ostetricia del San Paolo città futura. Sono foto dei nuovi nati tra le braccia del proprio papà, ho visto l’estasi sui loro volti. Poi sto lavorando ad altri invisibili, foto dei clochard, di quei meravigliosi esseri umani coperti di stracci. Sono migliaia di foto a cui sto lavorando.
Come nasce il progetto “Perfect strangers”? Ti aspettavi tutto questo successo?
Perferct strangers è un progetto in crescendo, ho sempre fatto questo tipo di foto: fermare gente sconosciuta ha sempre fatto parte di me. Poi ho ristretto il campo ad una zona, Largo Adua, dove tutto mi è arrivato incontro. Nei social è tutto più semplice, ci si scambia Instagram e da perfetti estranei diventiamo nuovi amici, possibili perfetti conosciuti. Nel tempo ha preso tutto forma con più chiarezza. Il progetto nasce nel periodo che precede la pandemia, nel 2019. Passato il contagio, ho visto questi ragazzi trasformarsi: chi ha subito danni in maniera evidente, chi non c’è più, chi ha reagito. Tutti dopo hanno avuto il forte desiderio di volersi divertire e nella zona umbertina si sono inventati la malamovida e gli hanno fatto guerra. Questo progetto è così diventato una sorta di ponte tra gli adulti, i perbenisti e questi ragazzi, che hanno semplicemente voglia di essere ciò che sono. A mio avviso meglio di tanti altri che si limitano a giudicare senza conoscere.
Nelle immagini, alcune delle foto di Beppe Ardito tratte dal progetto Perfect Strangers




