Da un lato, si presenta come uno straordinario strumento di supporto alle conoscenze umane, dotato di una propria grammatica e di una propria logica operativa, capace di aprire scenari inediti per la medicina, le neuroscienze, la genetica. Dall’altro, suscita il timore di una “macchina” che possa sfuggire al controllo dell’uomo, assumendo forme di autonomia tali da sostituirsi al libero discernimento delle persone, radicato invece in un orizzonte etico che nessun algoritmo può replicare.
È attorno a questa duplice natura dell’intelligenza artificiale che si è sviluppata la riflessione proposta da fra Marco Valletta – guardiano del Convento della fraternità del Beato Giacomo di Bitetto, esperto di comunicazione e giornalista – intervenuto presso la parrocchia di San Leone Magno di Bitonto. Un incontro si inserisce nel percorso Guarda il cielo e conta le stelle, che la comunità parrocchiale dedica al tema dell’educazione. Un cammino di crescita ispirato all’appello lanciato da Papa Leone XIV durante il giubileo del mondo educativo 2025: trasformare l’educazione in una risorsa di speranza e di pace.

“Oggi molti giovani vivono soprattutto online: trascorrono più tempo nella dimensione virtuale che in quella reale. Eppure siamo esseri relazionali, nati per entrare in contatto con gli altri. Il problema, in realtà, non è la tecnologia in sé, ma il suo uso non controllato: social media e intelligenza artificiale possono ostacolare lo sviluppo cognitivo, fino a generare quella che alcuni studiosi definiscono demenza digitale”, osserva fra Marco. E così prosegue: “Gli aspetti positivi sono evidenti: possiamo studiare una lingua, accedere a conoscenze di ogni tipo, imparare in qualsiasi momento. Ma i rischi sono altrettanto forti. Uno dei più gravi è l’analfabetismo funzionale digitale: l’uso passivo degli algoritmi non favorisce lo sviluppo del pensiero critico. I social media, inoltre, raccolgono enormi quantità di dati che permettono alle grandi piattaforme di profilare gusti e comportamenti. L’algoritmo, sulla base delle nostre ricerche, ci mostra solo ciò che conferma i nostri interessi: se cerchiamo contenuti sui gatti, dopo poco vedremo soltanto gatti. L’obiettivo è chiaro: raccogliere dati, orientare il nostro pensiero e, alla lunga, creare dipendenza, rendendoci meno capaci di pensare in autonomia”.
La riflessione di fra Marco prosegue con un richiamo forte alla prudenza, radicato nella storia e nella letteratura. «È necessario cautelarci dal rischio di non andare a precipitare con la “navigazione” tra Scilla e Cariddi», afferma, evocando il mito del Golem, il Frankenstein di Mary Shelley – archetipo moderno della creatura che sfugge al controllo del suo creatore – e il cinema espressionista del primo Novecento, che hanno già raccontato la tentazione umana di dare vita a qualcosa destinato a ribellarsi al suo stesso artefice.
«È intrinseco nell’uomo creare un nuovo fenotipo antropologico», spiega, «che rimanda al desiderio prometeico di plasmare l’essere umano, sia biologicamente sia culturalmente». Da Nietzsche alla visione apocalittica delle Tempeste d’acciaio di Jünger, esiste un filo comune: il rischio della disumanizzazione, della riduzione dell’uomo a ingranaggio di un meccanismo che non governa più. Per questo si avverte forte la necessità di una cautela etica: «Occorre una tensione morale, occorre avere il coraggio di affermare ciò che molti hanno perso il coraggio di dire: c’è un limite e non lo puoi varcare, perché tu sei creatura e non puoi pensare di creare ciò che tu sei e farlo con perfezione». Le colonne d’Ercole, aggiunge, «non le hai eliminate: le hai solo spostate. Sono ancora lì, e se provi a passarle il rischio è quello di fare la fine di Ulisse».
L’intelligenza artificiale, in questo scenario, rappresenta una sfida decisiva. «L’utilizzo dell’IA sembra aprire la strada al tutto», osserva, «ma rischia di contrastare l’identità umana». Dal computer che calcola all’infinito alla simulazione del pensiero, il pericolo è che la macchina prenda il posto dell’uomo. «L’intelligenza artificiale deve servire l’uomo e non sostituirlo».

Il discorso si allarga poi alla responsabilità degli adulti. «L’utilizzo non controllato dei social media da parte dei giovani affonda le proprie radici nella famiglia», afferma con fermezza fra Marco. «Noi nasciamo per guardarci negli occhi e non in uno schermo». E denuncia una generazione di genitori «iperprotettivi», convinti che i figli chiusi nella loro stanza siano al sicuro. «Ma la rete è una finestra nel mondo dark», avverte. «Gran parte degli adescamenti avviene proprio attraverso i social media». Così quella cameretta, che dovrebbe essere un rifugio, «diventa una grande trappola». Il risultato è una generazione fragile: «una generazione che non ha spina dorsale, che non è in grado di affrontare le difficoltà, che non riesce a camminare da sola». Per fra Marco, «si impara a vivere lungo le strade del mondo», non isolati dietro uno schermo.
La sua analisi tocca anche il mondo del lavoro: «Oggi le grandi aziende selezionano il personale attraverso l’intelligenza artificiale», spiega. «I curriculum vengono dati in pasto all’algoritmo, che mi dà indicazioni precise su chi devo assumere». Il rischio? «Che figure insospettabili, che poi si rivelano geniali, oggi non vengano più intercettate». E allo stesso tempo, l’IA apre nuove opportunità: «Nasceranno nuove figure professionali e nuovi percorsi di studio». Ma tutto dipende da come viviamo questo rapporto: «L’IA non pensa: è l’uomo che pensa».
La preoccupazione più grande, però, non è l’avanzata della macchina, ma «l’arretramento dell’uomo». La pigrizia, la delega totale, la rinuncia al pensiero critico rischiano di impoverire le nostre capacità. «L’innovazione è sempre un mezzo e mai un fine», ricorda. Serve equilibrio tra «conoscenza e coscienza», tra progresso e dignità umana. Come diceva Kant: «tra il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me». Fra Marco insiste anche sulla necessità di un’educazione digitale autentica: «Le nuove generazioni devono essere educate all’intelligenza artificiale, ma nessuno interviene». Oggi, denuncia, «il giovane passa gli esami universitari attraverso l’IA: e come saranno i futuri ingegneri e i futuri medici?». Anche i compiti a casa vengono svolti con l’aiuto delle macchine. «Stiamo formando una generazione che fa la raccolta punti, ma che non avrà competenze in nessun ambito».
Il problema riguarda anche i genitori: «Invece di tenere gli occhi puntati sui figli, li hanno puntati sugli smartphone». Senza un quadro normativo, aggiunge, «i provvedimenti non si prendono». Per questo occorre «educare sia i figli sia i genitori, dando un quadro formativo che tuteli le nuove generazioni».
La conclusione è un appello forte e sincero: «La sfida più urgente è ritornare a vivere il reale». Le promesse della tecnologia – più tempo, più libertà, più comodità – si rivelano spesso inganni. «Abbiamo sempre meno tempo per noi stessi e per gli altri», osserva. «Forse non ci vogliono far più pensare». Prima dei cellulari, ricorda, «si dialogava, si pensava al futuro, si affrontavano argomenti politici e culturali». Oggi viviamo «un tempo compresso», in cui la mente è «deconcentrata» e sempre su più frequenze.
La via d’uscita, per fra Marco, è chiara: «Possiamo addestrare l’intelligenza artificiale e farla crescere nella relazione con l’uomo, ma dobbiamo fornirle contenuti valoriali». E soprattutto, «dobbiamo tornare ad abitare i cortili delle strade». In questa visione umanocentrica, conclude, «diciamo ‘no’ a una tecnologia contro l’uomo, che domina l’uomo, e ‘sì’ a una tecnologia per l’uomo, che collabora con l’uomo». La responsabilità è nostra: «La tecnologia non è un destino. Siamo noi che la costruiamo».
Nella foto in alto, da sin. il priore di San Leone, fra Alessandro Mastromatteo, la giornalista Roberta Carlucci e fra Marco Valletta




