Mi ricordo bene la prima volta che vidi Buovo d’Antona di Tommaso Traetta, nel teatro bitontino intitolato al grande compositore. E me lo ricordo perché la commedia, a livello di testo e storia, mi piacque tantissimo. Questo perché c’è un cattivo, che usurpa il regno del povero Buovo e, oltre a togliergli il trono e le ricchezze, lo priva anche della sua graziosa fidanzata. Allora Buovo si tramuta in un Edmond Dantes e giura vendetta contro il losco figuro che gli ha rovinato la vita.
Eppure, dopo tanti anni, quando fa ritorno al regno, il nostro eroe scopre che la sua promessa sposa si è innamorata del cattivo. Lei ne è mortificata, figuriamoci, ma si è innamorata come capita a tutti gli innamorati: ciecamente e incomprensibilmente. E Buovo, che non vuole essere da meno a questa pazzia generale, sposa la contadina – una mugnaia, per la precisione – di cui si è innamorato durante i suoi propositi di vendetta. Quello che mi ha stupito di questa storia è che il commediografo che l’ha scritta, il suo librettista, è proprio Carlo Goldoni.

Quel Goldoni che fa sposare Mirandolina, la celebre Locandiera, non con il cavaliere di cui è innamorata, ma con Lorenzo, il ragazzo che lavora con lei nella locanda. Insomma, quel Goldoni che suggerisce che il salto di classe non è possibile è lo stesso che ha partorito opere così diverse tra loro, con finali così diversi e con morali agli antipodi. Possibile che sia lo stesso Goldoni e non un prestanome? Ebbene sì, e non deve neppure stupirci così tanto la differenza perché, anche se la penna è la stessa, il pubblico è diverso e anche lo scopo. Anzi, sarebbe stato strano che un’opera buffa, come quella di Traetta, finisse in modo tanto cinico.
Goldoni ha una doppia anima. Anzi, la sua anima si biforca e la conseguenza è che tutto il suo cinico realismo trova terreno fertile nelle commedie che scrive per il teatro e per se stesso, ma non nei libretti, dove fa emergere un cuore più aperto e romantico, se vogliamo. Almeno così sembrerebbe. Lo vediamo chiaramente ne La Cecchina, o sia la buona figliuola, opera composta da Niccolò Piccinni, e portata in scena proprio in questi giorni al Petruzzelli. Si tratta di una ripresa comica del romanzo Pamela, or Virtue Rewarded di Samuel Richardson, del 1740, e Goldoni si firma con lo pseudonimo di Polisseno Fegejo.

La Cecchina debutta il 6 febbraio 1760 al Teatro delle Dame di Roma, e ha un successo incredibile, al punto da fare il giro di tutta Europa – da Londra a Vienna, da Parigi a San Pietroburgo – divenendo presto uno dei titoli più eseguiti del Settecento. La sua fortuna fu tale che, secondo le cronache del tempo, arrivò persino in Cina nel 1778. E le ragioni di quel successo risiedono nella musica di Piccinni, che corre rapida tra le battute di Goldoni, e nella tipologia di storia che si racconta, che è alla base di molte celebri fiabe.
Abbiamo una giovane di umili origini, Cecchina appunto, che si innamora del marchese presso cui lavora come giardiniera. E il marchese promette di sposarla, nonostante sappia bene quanto disonore ne deriverebbe. Gli stessi membri della sua famiglia fanno di tutto per ostacolare il loro amore, ma fortuna che alla fine si scopre che Cecchina è la figlia di un barone tedesco. Il matrimonio, a quel punto, non è solo possibile, ma caldamente consigliato! Insomma, è bene ciò che finisce bene.

È una commedia degli equivoci, in cui l’agnizione rappresenta la svolta centrale, come hanno ben insegnato Menandro e Plauto. Eppure, come tutte le commedie di Goldoni, è anche e soprattutto una riflessione sulle differenze di classe, sul valore della virtù e sulla possibilità di affermarsi grazie all’intelligenza e alla bontà d’animo, e non solo per diritto di nascita. Infatti, il marchese è innamorato di Cecchina a prescindere dalle sue origini. Tutto questo emerge dalla regia di Daniele Lucchetti, al suo debutto nel teatro musicale. Il suo sguardo è quello di chi conosce bene i meccanismi della narrazione e sa come rendere immediato un racconto senza tradirne lo spirito. Tra rapidi cambi di scenografia e quadri coreografici, i personaggi sono figure umane prima che maschere buffe, e proprio questo approccio consente alla comicità di emergere in modo naturale e mai caricaturale, come potrebbe accadere nell’allestimento delle opere buffe.

Dal punto di vista visivo, lo spettacolo colpisce per l’equilibrio tra antico e moderno, tra eleganza e creatività, tra la volontà di osare e sperimentare, senza tuttavia tradire il testo. Infatti, le scene e i costumi richiamano l’ambientazione e l’epoca settecentesca, ma con un tocco contemporaneo. Il risultato è un ambiente scenico che accompagna l’azione con fluidità, sostenendo il ritmo teatrale e valorizzando le dinamiche tra i personaggi. Il cast, dal canto suo, si dimostra all’altezza della sfida, con interpreti capaci di coniugare precisione musicale e presenza scenica. Emerge tra tutti Francesca Benitez, nei panni del cavaliere Armidoro, un ruolo che ai tempi era riservato ai castrati e che richiede una voce e un talento notevoli. Davvero un’interpretazione straordinaria.
Eppure, uno degli aspetti più interessanti di questa produzione è la capacità di far emergere la modernità intrinseca dell’opera. Pur essendo profondamente radicata nel suo tempo, La Cecchina affronta temi che risuonano ancora oggi: la mobilità sociale, il rapporto tra apparenza e identità, il conflitto tra sentimento e convenzione. In questo senso, l’opera di Piccinni appare come un ponte ideale tra il teatro comico tradizionale e quel nuovo modo di raccontare l’umanità che troverà piena espressione nelle opere di Mozart e Da Ponte qualche decennio più tardi. Non a caso, molti studiosi hanno individuato ne La Cecchina uno dei modelli più significativi per Le nozze di Figaro, non solo per la tematica, ma anche e soprattutto per l’attenzione ai caratteri e alle relazioni.

Insomma, La Cecchina è un invito a riscoprire una tradizione musicale spesso messa in ombra dai grandi nomi dell’Ottocento, ma fondamentale per l’evoluzione dell’opera italiana. Nel 1928, in occasione del bicentenario della nascita di Piccinni, l’opera fu nuovamente rappresentata a Bari, sancendo un legame duraturo tra il titolo e la città. L’attuale ripresa si inserisce idealmente in questa tradizione, ma con una consapevolezza nuova, più attenta alla complessità storica e teatrale dell’opera. E Lucchetti, da profondo conoscitore del testo, non si fa sfuggire determinate allusioni e riferimenti a quel cinico realismo col quale Goldoni infarcisce le sue commedie. Insomma, fa emergere che quell’anima che si biforca ha la stessa radice. Che il commediografo non ha due personalità distinte e che è, anzi, troppo fedele al suo pensiero per tradirlo.

Insomma, questo spettacolo è la dimostrazione che il teatro musicale del Settecento, se affrontato con competenza e passione, può ancora emozionare, far sorridere e offrire spunti di riflessione autentici. In un panorama lirico spesso dominato dai soliti titoli, questa produzione rappresenta una boccata d’aria fresca e un invito a guardare con maggiore curiosità e apertura a un repertorio di straordinaria ricchezza.
Le foto de “La Cecchina” sono di Clarissa Lapolla




