Classe 1983, fondatore del sito Meridiano 13, progetto editoriale e multimediale che ha l’obiettivo di diffondere la conoscenza sulle diverse realtà socio-politiche e culturali dell’Europa centro-orientale, dai Balcani al Caucaso, Gianni Galleri ha da poco pubblicato per i tipi di Bottega Errante Edizioni un prezioso saggio dal titolo Spomenik. Viaggio spaziale nella Jugoslavia che resta.

Termine che dovrebbe essere familiare a molti pugliesi e che invece, ancora oggi, suona misterioso e indecifrabile, spomenik significa monumento. Ma in realtà identifica i luoghi che custodiscono una storia tragica, posti a imperitura memoria di stragi, di persone che si sono sacrificate per la speranza di un mondo migliore. “Non solo pezzi di cemento, non solo monumenti commemorativi, ma arte, storie personali e collettive”, scrive Galleri nel suo libro.
A Barletta, ad esempio, è possibile visitare, all’interno del cimitero, l’Ossario memoriale dei partigiani jugoslavi caduti, lo spomenik che custodisce le spoglie di oltre ottocento combattenti. Uno dei tre più importanti sacrari sul suolo italiano, assieme a quello di Prima Porta nei pressi di Roma e di Sansepolcro in provincia di Arezzo. L’ossario rappresenta la più grande opera su territorio italiano di Dušan Džamonja, scultore di fama internazionale scomparso nel 2009 all’età di ottantuno anni. In un’intervista rilasciata pochi anni prima della sua morte, indicò proprio il monumento funebre di Barletta tra le opere in cui era riuscito a dare piena espressione alla propria arte.

L’elezione del primo governo di centrosinistra, guidato dal democristiano Aldo Moro e sostenuto dal partito socialista, consentì di avviare un intenso dialogo tra Italia e Jugoslavia per adempiere all’accordo, firmato nel 1960, di esumare, traslare e rimpatriare le rispettive salme cadute in terra straniera durante la seconda guerra mondiale.
E fu così che, il 30 dicembre 1967, il Comune di Barletta, guidato dal sindaco democristiano e allievo di Aldo Moro, Michele Morelli, concesse in uso al governo jugoslavo un’area di 2.300 metri quadrati, allo scopo di dare degna sepoltura alle salme già presenti e “di raccogliere in un sol posto anche i resti mortali dei militari jugoslavi sepolti in altri cimiteri”.

In realtà, quella pagina della Resistenza che vide i partigiani italiani e iugoslavi prendere parte reciprocamente ai movimenti di liberazione nei due paesi è tra le meno note. Una pagina che quest’anno, nell’ottantesimo anniversario della liberazione dall’occupazione nazifascista dell’Italia, meriterebbe di essere recuperata nella memoria collettiva della Resistenza, fenomeno non solo nazionale ma anche transnazionale ed europeo. Dopo l’8 settembre 1943, molti prigionieri jugoslavi internati in Italia si unirono ai gruppi partigiani italiani, animando le prime fasi della lotta di liberazione lungo l’Appennino e cadendo a migliaia sul campo di battaglia.
Ma torniamo al sacrario di Barletta. Il 4 luglio 1970, mentre in Jugoslavia si celebrava la Giornata del Combattente, a 29 anni dall’avvio della rivoluzione armata, a Barletta avvenne la solenne inaugurazione dello spomenik alla presenza di Marjan Cvetković, membro del Consiglio federale jugoslavo, delle più alte cariche italiane e di una folta delegazione jugoslava, compresi i parenti dei combattenti deceduti.

Particolarmente commovente fu l’intervento della madre di una vittima della Resistenza, che nel silenzio profondo, pronunciò un discorso colmo di emozione, registrato sulle pagine de La Gazzetta del Mezzogiorno: “Figlioli miei e tu, figlio mio! A questo triste raduno tua madre è orgogliosa di aver dato la vita a chi questa vita ha offerto alla Patria. Sono fiera ed orgogliosa anche se, invece di te, ho questo grandioso monumento. Siete caduti per una nuova vita, una generazione nuova, un nuovo fronte che mi fa sopportare il dolore di madre. Figlio mio, tua madre è ora, qui orgogliosa di te; anche se sola, ella non è sola; è insieme alle nuove generazioni di questa nostra libertà per la quale tu sei caduto”
Il progetto monumentale di Džamonja si sviluppa per una lunghezza di 70 metri e un’ampiezza di 20, strutturandosi su due livelli per un’altezza complessiva di 11 metri. All’interno dello spomenik si può passeggiare, scendendo scale e sfiorando la struttura in cemento, scorrendo una dopo l’altra le urne dove hanno trovato dimora i resti dei combattenti. Oggi, però, quel monumento versa in condizioni critiche. “Il monumento di Barletta condivide con i suoi omologhi in patria un destino molto difficile. Quanto resisterà ancora senza un’adeguata manutenzione? E che cosa succederà se un domani le sue crepe dovessero allargarsi fino a causarne il crollo?”, si domanda Galleri.

E a porsi quella stessa domanda è stata recentemente anche la Fondazione Gramsci di Puglia che in collaborazione con l’Università IUAV di Venezia e con il contributo della Regione Puglia, del Comune di Barletta, del ZRS Koper, dell’Ipsaic e di diverse realtà accademiche e culturali – ha lanciato un progetto volto alla valorizzazione e al restauro dell’Ossario dei Caduti Jugoslavi.
Proprio l’Università IUAV ha completato un’accurata campagna di rilievo digitale e diagnostica strutturale, attraverso strumenti di fotogrammetria, laser scanner e analisi dei materiali, gettando le basi per un futuro progetto di conservazione e restauro programmato, in linea con gli standard europei per il patrimonio moderno. Le attività di ricerca condotte hanno infatti consentito di acquisire informazioni inedite sulle caratteristiche costruttive dell’edificio, e di sperimentare tecnologie innovative di conoscenza e analisi. Gli esiti di queste ricerche saranno raccolti in un numero speciale monografico della rivista scientifica Quaderni di Comunità in uscita nel 2026, offrendo un nuovo strumento per pensare l’Adriatico e delineare il terreno per nuove proficue ricerche.

Il protocollo per la realizzazione e conservazione del mantenimento a Barletta dell’Ossario, stilato a Roma il 10 gennaio 1968, prevedeva che tutte le spese di manutenzione e conservazione dell’Ossario fossero di competenza del Governo Federale della Jugoslavia.
Ma, dopo la dissoluzione della Federazione e la nascita delle repubbliche indipendenti, a chi spetta oggi la cura e la tutela dello spomenik di Barletta? Alcuni sostengono che è la Repubblica di Serbia ad aver ereditato tutti i trattati e gli accordi internazionali della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Quindi spetterebbe a Belgrado occuparsi della manutenzione dell’opera.
Ma la matassa sembra difficile da sbrogliare. Anche perché, seppure fosse la Serbia oggi responsabile dello spomenik, non sono solo di partigiani serbi le spoglie custodite a Barletta. Le altre repubbliche non sarebbero anch’esse interessate al mantenimento del monumento? E come risolvere i complicati rapporti ancora esistenti tra di esse? Come accordarsi su chi dovrà sostenere le spese per il ripristino e la tutela dell’opera?

Intorno allo spomenik di Barletta, insomma, nasce così una interessante riflessione non soltanto sulla necessità di salvare quel monumento, ma anche sull’esigenza di ricordare e recuperare quei pezzi di Jugoslavia che emergono in Puglia: tracce della presenza partigiana e del contributo dato dalla Resistenza alla liberazione di Italia e Jugoslava. Nella regione in cui si immaginò, anni fa, un Assessorato al Mediterraneo, con il nobile scopo di promuovere il dialogo tra Europa, Balcani e Nord Africa.
L’ambizioso obiettivo era tradurre in pratica il pensiero meridiano elaborato da Franco Cassano, punto di riferimento teorico per una generazione di intellettuali pugliesi che volevano porre la loro regione e il meridione al centro di un modello alternativo. Ed è per questo che la pietra dello spomenik di Barletta, nonostante il degrado, è più viva che mai.
Le foto dello spomenik di Barletta sono di Massimiliano Cafagna




