Una società piena di poveri per forza, deserta di poveri per amore

Nella giornata mondiale dedicata alle persone in disagio economico, una riflessione sul senso più profondo di una condizione, che in realtà può essere il preambolo di una società davvero a misura d'uomo

Beata povertà. Sembra un ossimoro, ma in realtà potrebbe essere un precetto valido per la vita. Una sorta di mantra, a cui affidarsi per metabolizzare le miserie di ogni giorno. In libreria gli scaffali abbondano di volumi dai titoli che celebrano la capacità di attraversare emozioni, sofferenze, marginalità e fragilità trasformandola in un’arte del ben vivere. Si va da L’arte di guarire e L’arte di ricominciare di Fabio Rosini, sacerdote romano, a L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia. Da L’arte di amare di Erich Fromm fino a L’arte della gioia, il romanzo di Goliarda Sapienza.

Insomma, le crepe che attraversano la vita personale e pubblica possono trasformarsi in venature preziose, capaci di ricomporre i cocci e ridare slancio alla vita. È celebre l’arte cinese del kintsugi, che consiste nel riparare le crepe di un oggetto con l’oro, un monito a dare valore proprie alle ferite e alle povertà come elementi per ricostruire la vita. Un invito a sviluppare un senso di accettazione e maggiore consapevolezza dei limiti della nostra esistenza. Come non dimenticare la frase, poi, “prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro” di papa Giovanni Paolo II rivolta ai giovani, una vera e propria esortazione a valorizzare la bellezza dei propri talenti?

Dare spazio alla fragilità, saper accogliere le debolezze, trasformare le ferite in linfa preziosa per nuovi riscatti e ripartenze, prendere consapevolezza dei propri limiti e capacità: parole che fanno bene al cuore, che esortano a cogliere il “buio” come opportunità per tornare a rivedere la luce.

La povertà, invece? Potrebbe essere ricollegabile ad una delle “arti” di cui sopra? Può essere un “motore” in grado di far germogliare la speranza? Tra i cocci delle ferite, la povertà andrebbe considerata e persino valorizzata. Ma in realtà, suscita solo disprezzo; viene stigmatizzata come motivo di discriminazione relazionale e sociale. E’ considerata una piaga, non certo un’opportunità.

Il governo italiano ha ufficializzato il ritorno alla festa nazionale il 4 ottobre, giorno in cui si fa memoria delle virtù di San Francesco d’Assisi. Il patrimonio identitario e il modello di “pace e bene”, simboleggiato dalla vita del poverello di Assisi per l’intera umanità, sono valori irrinunciabili. La figura del frate affascina cristiani, atei, musulmani di ogni generazione sino ad assumere le sembianze di un mito vestito di saio, una vera e propria icona “medieval-popolare” degna di Dante Alighieri.

La qualità e la scelta radicale di vita che San Francesco ha compiuto, però – occorre sottolinearlo – riguarda la povertà che chiamava sorella, anelando ad essa. Il fraticello scelse consapevolmente di vivere da povero; un antidoto alla “vita mondana” trascorsa negli agi, nel lusso, nello spreco rincorrendo ambizioni e chimere personali.

La figura di San Francesco, per quanto osannata nel corso dei secoli, in realtà stride con lo stile di vita contemporaneo, indurito dell’opulenza, dall’ostentazione della ricchezza, dalla discriminazione nei confronti del prossimo, dallo spirito di emulazione per sentirsi all’altezza o superiore agli altri, per raggiungere standard di apparenza ossessivi, incuranti del buon gusto e del rispetto della vita altrui. La riconoscibilità a tutti i costi, anche a costo della irriconoscenza.

L’ostentazione, reale e virtuale, del benessere, della ricchezza; la ricerca affannosa della felicità, raggiungibile esclusivamente con il possesso di beni materiali; il consumismo e l’accumulo di beni ed esperienze da vivere a tutti i costi, in un mondo biforcato tra ricchi e poveri, proprio com’era la società medievale, non lascia certo spazio e sguardi accoglienti e benevoli sul tema della povertà.

La si rifugge. Si fa di tutto per camuffarla, soprattutto a causa di quel senso di vergogna che provoca, rinforzato dalle maschere indossate da tutti noi, individui di questa società di massa. Come se per un uomo o una donna, vivere nello stato di povertà fosse una colpa, qualcosa di meritato per una condotta di vita iniqua. Sono da condannare come colpevoli gli oltre 2 milioni di famiglie e, quindi, i 6 milioni di concittadini che vivono in condizioni di povertà assoluta, come registrato dall’Istat ?

Talvolta l’idea della povertà preoccupa più della povertà stessa. Ne consegue un impoverimento dell’umanità, un rafforzamento del muro della marginalità; un sempre più profondo divario sociale e relazionale tra le persone. Oggi suscita più paura la povertà che non la guerra.

Quale persona, ovviamente, desidera essere povera? Senza ombra di dubbio, la povertà, associata direttamente alla fame in cui versano troppe popolazioni, impone un impegno concreto e morale di quella piccola parte del mondo cosiddetta “sviluppata”.  Ridurre questa piaga del mondo e allontanare lo spettro dell’indigenza come uno stato di vita assoluto, con la colpa (questa sì) di potenti e pochi ricchissimi miopi, è un obiettivo assolutamente irrinunciabile. Mentre si dibatteva sull’etimologia del termine genocidio, sotto le bombe scagliate dall’esercito israeliano morivano migliaia di civili, anche perchè privati dei soccorsi umanitari, senza dimenticare la grave carestia che il conflitto in Medioriente ha provocato.

Intanto l’Oxfam, in un rapporto, registra la presenza di oltre 2700 miliardari nel mondo con un patrimonio di oltre 15 Mila miliardi con l’1% dei ricchi statunitensi che detiene il 40% della ricchezza nazionale. Papa Leone XIV, intervenendo agli 80 anni della Fao in concomitanza con la Giornata internazionale dell’alimentazione, ha espresso parole sulle dframmatiche conseguenze dei recenti conflitti (leggi qui): “È necessario, ed estremamente triste, ricordare che, nonostante i progressi tecnologici, scientifici e produttivi, seicentosettantatré milioni di persone nel mondo vanno a dormire senza mangiare. E altri duemilatrecento milioni non possono permettersi un’alimentazione adeguata dal punto di vista nutrizionale. Sono cifre che non possiamo considerare mere statistiche: dietro ognuno di questi numeri c’è una vita spezzata, una comunità vulnerabile; ci sono madri che non possono nutrire i propri figli. Forse il dato più toccante è quello dei bambini che soffrono di malnutrizione, con le conseguenti malattie e il ritardo nello sviluppo motorio e cognitivo. Non è un caso, bensì il segno evidente di una insensibilità imperante, di un’economia senz’anima, di un modello di sviluppo discutibile e di un sistema di distribuzione delle risorse ingiusto e insostenibile. In un tempo in cui la scienza ha prolungato la speranza di vita, la tecnologia ha avvicinato continenti e la conoscenza ha aperto orizzonti un tempo inimmaginabili, permettere che milioni di esseri umani vivano – e muoiano- vittime della fame è un fallimento collettivo, un’aberrazione etica, una colpa storica.”

Per fortuna la crepa della povertà viene riparata nella quotidianità grazie a innumerevoli gesti di solidarietà e narrazioni da imitare. Così quanti vivono in condizione di disagio economico costituiscono un’occasione per tanti per riscoprire nel il senso della vita.

In tale prospettiva la povertà, anzi il povero, non viene più etichettato come soggetto da cui allontanarsi e da discriminare. Così, la Giornata mondiale del povero, istituita da papa Francesco nel 2017, celebrata il 16 novembre, col tutolo quest’anno “Sei tu, Signore, la mia speranza”, offre spunti di riflessione per mettere al centro la dignità di ogni individuo a qualunque latitudine sociale: “Promuovendo il bene comune, la nostra responsabilità sociale trae fondamento dal gesto creatore di Dio, che dà a tutti i beni della terra: come questi, così anche i frutti del lavoro dell’uomo devono essere equamente accessibili. Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità” scrive papa Leone XIV nella lettera annuale.

È evidente come associare la povertà alla fame, al profugo, all’emergenza sociale, nella complessa e difficile società in cui viviamo, sia riduttivo. Ogni individuo deve fronteggiare delle povertà, soprattutto quelle “esistenziali” tra solitudini, disagi psicofisici, abbandoni, discriminazioni, rifiuti contro i quali mancano le necessarie condizioni per fronteggiarli: ascolto, empatia, accoglienza, educazione.

Tante sono le storie, i progetti di solidarietà e prossimità come quelli di In.Con.Tra. solo per citare un esempio barese. L’associazione, impegnata da oltre dieci in sostegno dei senza fissa dimora, offre non solo i pasti in piazza Balenzano nei pressi della stazione, ma insieme alla rete del sociale cittadino prova a ridurre le crepe di tante povertà concrete ed esistenziali. L’ultima iniziativa messa in campo, insieme al Progetto Arca, è la realizzazione di un guardaroba solidale nel quartiere San Paolo, composto da indumenti nuovi grazie alla collaborazione dell’azienda H&M. Alle oltre 3000 persone che già fruiscono del market alimentare, dove si alternano i volontari dell’associazione, tali sostegni danno impulso ad un recupero della dignità che non è un merito, ma un diritto.

In.Con.Tra. insieme agli operatori del Centro Area 51 ha organizzato, nel mese di ottobre, la “Notte dei senza fissa dimora”, in occasione della Giornata internazionale contro la povertà istituita dall’Onu il 17 ottobre. Incontri aperti alla cittadinanza in cui è stato possibile donare coperte e capi di biancheria per il mercatino solidale; momenti di testimonianza degli operatori sociali e cene solidali nella “Pizzeria 51 al quadrato” realtà che si di percorsi formativi e di inserimento lavorativo per gli ospiti del centro.

Se della povertà non si può fare un’arte e un libro, senza dubbio, come si evince da queste iniziative, che ovviamente con l’avvicinamento delle festività natalizie tendono ad aumentare, se ne può ricavare uno stile di comportamento.

In fondo la povertà è compresa in una delle beatitudini descritte nei Vangeli: “Beati i poveri in spirito”. Beati, ossia felici, anche di essere poveri, di percepirsi bisognosi in diverse situazioni per la fame materiale, ma soprattutto fame d’amore.

La povertà intesa anche nella beatitudine implica un atteggiamento di accettazione degli eventi della vita che esorta non alla rassegnazione, bensì ad esprimere il bisogno verso l’altro ad abbattere il muro della vergogna. Aiuta a comprendere gli aspetti essenziali anteponendo magari le relazioni affettive e sociali al pragmatismo, alla superficialità e ai calcoli del mondo; si può arrivare a concepire la povertà come forma di apertura alla vita, una forma di beatitudine. Un insegnamento spirituale aiuta a rendere l’idea: la comprensione e la meditazione sono un processo che avvengono per sottrazione e non per accumulazione. Per stare bene e sentirsi ricchi paradossalmente, è doveroso togliere il superfluo e fare spazio. Non basta accumulare nozioni, per quanto possano essere piene di virtù e sapienza o ragionare sulla quantità come metro della ricchezza.

La beata povertà è da intendersi come fatica attraverso cui, pur privati in termini economici e di tempo, ci si sente ricchi di motivazioni; come il principio di credere a un ideale, a una relazione che arricchisce un animo. È quel limite che fa parte della condizione umana. In qualche modo la povertà è beata perché intravede in una determinata privazione – sebbene non offra le garanzie di un futuro certo o stabile – la capacità di valorizzare l’importanza della reciprocità e della presenza dell’altro.

La povertà è beata quando si comprende che, pur non possedendo tutto quello che si desidera, il cuore suggerisce altri sguardi sulla realtà; trova nelle mancanze che la vita ci sottopone, l’occasione per riempirla di senso; esalta una forma di accettazione del presente, di fiducia nell’avvenire, solo però se condiviso. Invita ad accettare un po’ di più e pretendere meno da sé e da chi ci circonda. 

Beatificare la povertà aiuta a far emergere nelle realtà che viviamo, gli aspetti interiori: consente di comunicare la ricchezza dei valori essenziali che determinano gli stili di vita. Perché la beata povertà, allora dovrebbe provocare offesa? Non potrebbe essere essa stessa il preambolo per un mondo davvero a dimensione dell’uomo; una “ricchezza” inestimabile?

Nella foto in alto, “Francesco sposa Madonna povertà” di Giotto