Mangini, l’architetto che ha saputo sorprendere Bari

In un’intervista fatta circa una ventina d’anni fa, l’archistar Renzo Piano paragonò la città a una giungla, nella quale gli alberi, gli arbusti, i cespugli, le liane sono straordinarie forme architettoniche. “Noi, quando finiamo in una città che non conosciamo, siamo degli esploratori. Avanziamo lungo le vie, facendo attenzione a dove mettiamo i piedi e i nostri occhi sono proiettati verso l’alto, al cielo. Noi cerchiamo per natura qualcosa che ci sovrasti” e nella nostra esplorazione di questo nuovo mondo, perché ogni città è un mondo a sé, qualcosa da scoprire. E perfino il paese in cui viviamo può sempre diventare un luogo alieno, da riscoprire ogni volta.

Una città cambia continuamente. Ora si apre un negozio, ora ne chiude un altro. La merceria in via Po si ingrandisce, apre una pizzeria in via Mazzini” e anche il solito angolo, in cui troviamo la solita merceria aperta dalla nonna e ora gestita dal nipote, può cambiare di continuo sotto ai nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo neppure. Passeggiamo in strade asfaltate sul far del pomeriggio, e ci rendiamo conto solo allora che qualcosa è cambiato. Magari l’insegna ora è luminosa oppure è rotta in basso, appena scheggiata sul lato, e la guardiamo come fosse la prima volta, racconta Renzo Piano. “La città è cosa viva” conclude in quella famosa intervista sul Time del 2006, in cui fu inserito tra le 100 personalità più influenti del mondo, nonché nell’elenco delle dieci persone più importanti nel settore arte e intrattenimento.

Renzo Piano è una di quelle personalità che hanno fatto conoscere l’Italia nel mondo. Non l’Italia della pizza, del mandolino e della mafia, ma l’Italia dei palazzi, dell’architettura, della bellezza, dell’inventiva. Ed è un po’ su questa linea che si è mosso un architetto di Bari, Onofrio Mangini, scomparso nel 2015. Un architetto che – come scrive Mauro Sàito, presidente Do.Co.Mo.Mo. (Documentazione Conservazione Movimento Moderno) Italia, sezione Basilicata e Puglia – ha portato la “modernità nel territorio pugliese”. Ed è proprio in suo onore che è stata allestita la mostra Sorprendente Novecento, dedicata alla sua lunga e intensa carriera, nel centenario della nascita.

Curata da Nicola Signorile e Danilo Stefanelli (autori dell’omonimo volume, edito da Adda) presso il Museo Civico di Bari, la rassegna è arricchita da documenti inediti, che tracciano visivamente l’evoluzione del pensiero di Mangini e l’ambizioso progetto architettonico che aveva in serbo per il capoluogo pugliese, cui era molto legato. Disegni, documenti, plastici e rilievi raccontano un architetto che ha segnato il paesaggio urbano di Bari, proiettandolo in un contesto di innovazione tecnologica e sperimentazione dei linguaggi.

L’architetto Onofrio Mangini

L’anticipo sui tempi è un tratto ricorrente dell’architettura di Mangini ed è ciò che ne ha fatto una figura singolare, ribelle verso lo stile e autonoma dalle mode” sostiene Sàito. Quello che colpisce delle parole del presidente è quel suo insistere a più riprese sull’eleganza di questo architetto di Bari, che aveva studiato a Roma e che teneva costantemente teso il collo e lo sguardo verso le architetture europee e americane, al fine di prendere da esse il meglio per la sua città. “Non ha mai voluto che Bari venisse sepolta sotto la calce o che perdesse la sua identità, per far posto a qualche triste piazza. Voleva che avesse parchi verdi, posti all’ombra, ampi sprazzi in cui poter camminare. E non possiamo dimenticare che la consapevolezza del valore della città storica e della relativa tutela è divenuta centrale nella cultura del progetto urbano solo molti anni dopo” spiega Nicola Signorile.

La mostra è un vero e proprio viaggio nel tempo e nella storia. Onofrio Mangini attraversa negli anni del secondo dopoguerra le contraddizioni dell’architettura italiana, che si fanno estreme nella scuola romana, con la sua linea monumentalista e reazionaria. Laureato nel 1951, Mangini non ancora trentenne ottiene il secondo premio nel concorso per piazza del Ferrarese. Ed è in quell’occasione che mostrerà alla cittadinanza la sua incredibile audacia, il desiderio di portare l’architettura contemporanea nell’interland barese. Un’architettura colta, sorprendente, che non teme di osare e di sconvolgere, piena di rimandi a Le Corbusier, a Oscar Niemeyer e a Lucio Costa. E nella Bari che si espande, con il piano di Poggiofranco (1969) e la chiesa di Santa Maria Maddalena (1971), Mangini ebbe la possibilità di cambiare il volto di Bari.

Le sue opere indicano una strategia progettuale diversa rispetto a quella di Chiaia/Napolitano, Sangirardi, Cirielli e altri interpreti epocali del razionalismo. Un professionismo colto, alimentato dalla lettura delle riviste internazionali, distingue l’operato degli architetti baresi negli anni ’50-’70, che pur non hanno lasciato una scuola dietro di loro. Mangini esibisce un tratto espressionista, tellurico, una traccia vitale che indica un’autonoma interpretazione del moderno in cui l’applicazione felice alla scala dell’edificio non esclude un interesse generale per il progetto urbano“, racconta Donato Stenelli. Mangini era solito dire, citando Niemeyer, che “la forma di un edificio deve esprimere le sue funzioni, però l’opera non è soltanto l’oggetto, ma anche quello che lo circonda e i vuoti, gli spazi“, una filosofia che ha percorso l’intera carriera di questo architetto. 

Alla scala urbana, Mangini avrebbe desiderato per Bari una cintura verde intorno al centro storico – racconta Signorileda velista, guardando la città dal mare, aveva compreso l’importanza del rapporto inespresso di questa città col mare su cui si affaccia. Inoltre, si preoccupava, con la sua esperienza, di contribuire, in modo anticipatore, alla definizione di nuove regole per liberare la progettazione dai vincoli degli indici volumetrici a favore di un valore di superficie massimo da rispettare, tesi valida e poi applicata anche oggi” conclude il curatore.

In esposizione, anche decine di progetti: dal primo Padiglione della Meccanica alla Fiera del Levante ai porti turistici degli ultimi anni, i palazzi De Florio e Labellarte e progetti rimasti sulla carta come i villaggi turistici di Mancore e di Torre Incina; architetture demolite (la clinica Villa Bianca) oppure trasfigurate (l’Hotel Leon d’Oro) o ben conservate, di cui il Museo Civico offre una visione inedita e suggestiva con il rilievo digitale realizzato da Valentina Castagnolo e Anna Christiana Maiorano.

Altrettanto numerose sono state le collaborazioni alla mostra e al catalogo edito da Adda, con i testi di Nicola Signorile, Danilo Stefanelli, dell’urbanista Mariella Annese, dell’architetto Lorenzo Netti, degli storici Francesco Maggiore e Francesco Gismondi; Nicolò Montuori, Giuseppe Fraddosio hanno curato il regesto delle opere; i modelli tridimensionali sono stati realizzati da Davide Cascione con gli studenti del Collettivo La Volpe mentre Nicola Cavallera è autore di otto ritratti fotografici di altrettante architetture significative e l’artista Michele Di Leone ha costruito uno spettacolare plastico. Nel catalogo vengono anche riproposti testi di Bruno Barinci, Vittore Fiore, Francesco Moschini, Alberto Selvaggi e dello stesso Onofrio Mangini.

La mostra sarà visibile sino a domenica 9 novembre secondo gli orari (dal lunedì al venerdì dalle 9:30 alle 18:30, sabato, domenica e festivi dalle 9:30 alle 13:30) e secondo le modalità di accesso al museo (biglietto di ingresso intero: 5 euro, ridotto: 3 euro). Vi consigliamo di non perdere l’occasione di conoscere un architetto che, ancora oggi, ha molto da insegnare e trasmettere, perché se Renzo Piano ha portato l’ltalia nel mondo, Onofrio Mangini ha portato il mondo nella sua Bari. E di questo non possiamo che essergli riconoscenti.

Nella foto in alto, il plastico del Palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno