Cogliere l’arte che affiora tra i Sassi è un gesto di resistenza poetica

Nella personale in corso alla Momart Gallery di Matera, Michele Giangrande torna ad interrogare tempo e segno, tra stratificazioni della memoria e fluire dell’impermanenza

Sedimentazione come opportunità di conoscenza e transitorio fluire. Sorprendente slittamento semantico che riflette sull’azione e l’estetica anti-oggettuale dell’impermanenza. Una coraggiosa filosofia della consapevolezza, come pratica linguistica e spirituale quanto iniziatica e ascetica, come se ne vedono poche in giro. Di quelle totalizzanti, autenticamente essenziali, da godere con i sensi e con quel sano rifiuto della banalità, promosso da chi salvaguarda la libertà creativa attiva, affiancata ad una certosina perizia tecnica.

Questo “l’impasto” dell’ultimo progetto dell’artista barese Michele Giangrande, dal titolo CTRL Z. Estetica dell’irreversibile e politica del segno, in corso in questi giorni presso la Momart Gallery di Monica Palumbo, tra le rocce di una Matera rivisitata, tra superficie perfettibile e accumulo memoriale.

Michele Giangrande. Foto di Fonte Silvia Meo

Dalla contemporanea sovraesposizione, cifra di quest’ultimo decennio, nei suoi lavori si vira liricamente al primario intreccio cosmico, in cui il tutto e il nulla si amalgamano per lievitare rassicurati nel ventre materno, dove ogni arcano si scioglie. Lasciando solchi inesplorati, che l’artista impone come codice interpretativo, quasi intrepida indagine antropologica di un archetipo metafisico. Un oltre che il tempo attraversa e di cui si nutre; che urla macerie e cicatrici, le stesse che Giangrande ha sentito addosso nei suoi sette mesi trascorsi a Matera, tanto da trasferirle dentro il suo stesso prodotto – non riesco a definirlo diversamente –  quantomai etimologicamente inteso come productus.

L’artista elabora un lessico personale – da sempre sofisticato – che afferra la storia, allestendo una sorta di odierno sacellum, in sintonia con le più fonde risonanze del passato. Ogni pezzo di questo cifrario dal sapore ancestrale è condiviso con quanti ne vorranno assaggiare la sostanza, sostentamento doveroso per evitare di smarrirsi. Ad ogni pasto il momento si fa più intimo, tra artista e spettatore, come spesso accade nelle installazioni di Giangrande, fino ad azzerare lo spazio espositivo, che si evolve dissolvendosi in un processo in divenire, vissuto come audace rivelazione.

Una panoramica sulla mostra. Foto di Fonte Silvia Meo

Abbiamo intervistato Giangrande a Matera, chiedendogli di immergersi con noi nel suo progetto, partendo proprio dalla concezione del suo fare arte.

Un percorso iniziatico che si offre come condivisione e visione. Come nasce il tuo progetto?

Come un attraversamento, una soglia da varcare. Non è stato concepito in uno studio né imposto dall’esterno: è emerso lentamente da un confronto radicale con un luogo che non è solo città, ma organismo vivo. Ho trascorso sette mesi a Matera in una sorta di esilio volontario, vivendo i Sassi come un antropologo e, al tempo stesso, come un archeologo del sociale. Non mi interessava un semplice sopralluogo: volevo penetrare nel ritmo segreto del luogo, ascoltarne la lingua di pietra, camminare i suoi silenzi come se fossero archivi di memoria. Ho cercato di leggere i Sassi non solo come architetture rupestri, ma come cicatrici e scritture di una comunità che nei secoli ha stratificato la propria esistenza nelle pareti di tufo. Quei mesi sono stati un tempo sospeso, un apprendistato quasi rituale. Ogni giorno scoprivo che Matera non si lascia ridurre a immagine, ma chiede un atto di iniziazione: un abbandono del sé per diventare ricettore di ciò che essa stessa rivela. È una città-palinsesto e ogni incisione sulle pareti rupestri è cicatrice e scrittura, ogni cavità custodisce un residuo di sacralità, un archivio di segni che pretende lentezza e ascolto. Come scriveva Mircea Eliade, “per curarsi dell’opera del tempo, occorre ritornare dietro e ricongiungersi all’inizio del mondo”. In quel tempo materano ho compreso che la mia opera non doveva tanto raccontare, quanto incarnare quel cosmo. L’arte, in questo caso, non è un gesto individuale, ma un rito collettivo che si offre come esperienza condivisa, visione comune, eco di una memoria che continua a vivere nella pietra. Sempre. Per sempre.

Foto di Letizia Gatti

Nei tuoi lavori emerge la condizione autentica dell’essere. Umano e ambientale. Come vivi il rapporto con ciò che ti circonda?

Il mio rapporto con il mondo è intrinsecamente dialogico. Non esiste frattura tra l’umano e l’ambiente. Siamo parte di un unico respiro, di una stessa tessitura. Ogni opera che creo nasce da questo ascolto e non potrebbe mai essere concepita come gesto isolato. Da anni coltivo la propensione a lavorare in dimensioni ambientali, partecipative, immersive, metamorfiche. Penso a esperienze come Bunker, the hyperzoo o abyss progetti in cui lo spazio diventa organismo e il visitatore non è spettatore passivo, ma parte integrante di un ecosistema estetico e concettuale. In questi casi, l’opera non è oggetto da contemplare, ma soglia da attraversare: un habitat in cui il corpo respira la luce, si immerge nei suoni, diventa corpo tra i corpi. Per me, l’arte è sempre un atto di gratitudine e, insieme, un’urgenza politica ed esistenziale. Merleau-Ponty ricordava che “il corpo è il nostro mezzo generale di avere un mondo”. L’arte, allora, restituisce sacralità a questo legame tra corpo, paesaggio e memoria: non rappresenta la realtà, ma si intreccia con essa, fino a dissolvere i confini tra l’io e il mondo.

Foto di Fonte Silvia Meo

Dalla sovraesposizione all’essenziale. Cosa significa per te fare arte oggi?

Un atto di resistenza poetica. In un tempo dominato dall’eccesso e dalla saturazione, dove le immagini si consumano e si dissolvono nella velocità dello sguardo, l’arte si fa per me movimento opposto: gesto di sottrazione, ritorno all’essenziale, spazio di silenzio e di ascolto profondo. È da questa riflessione che ha preso vita il titolo della mostra CTRL Z – Estetica dell’irreversibile e politica del segno, allestita presso la Momart Gallery di Matera e curata da Giuliana Schiavone. Amo pensare al mio lavoro come a un tentativo di recuperare ciò che si perde nell’urgenza del presente: la lentezza, l’attesa, la contemplazione. Come scrive Gaston Bachelard, “immaginare è alzare la realtà di un tono”. Ecco, credo che l’arte debba oggi elevarsi a questo compito e non aggiungere rumore al frastuono contemporaneo, ma creare varchi. Offrire dimore interiori, luoghi di sospensione in cui il tempo torna arcaico e ciclico. L’essenziale, in questo senso, non è riduzione ma radice, il nucleo irrinunciabile da cui ripartire. Ogni opera diventa così un fragile ma necessario tentativo di restituire senso, un invito non a consumare ma a dimorare.

Questa mostra porta in alto il senso della storia. Come vivi il linguaggio dell’artefatto come appare oggi?

L’artefatto è un ponte tra epoche. Mi interessa non tanto come oggetto materiale, ma come residuo simbolico, frammento che parla oltre il tempo della sua creazione. In questa mostra il linguaggio dell’artefatto si rivela come dialogo tra ciò che resta e ciò che ancora deve venire. Ogni solco, ogni superficie segnata è testimonianza di un gesto primario che lascia una traccia. Un atto preistorico che ancora definisce il nostro presente. Oggi, in un mondo ipertecnologico e volatile, l’artefatto assume il valore della sopravvivenza. Ricorda che il futuro non può prescindere da ciò che è inciso nella materia, che la resistenza al tempo è il vero linguaggio dell’umano. Non nostalgia, ma permanenza che interroga; memoria che ancora brucia.

Foto di Fonte Silvia Meo

Come si può definire il tuo fare artistico: già ben delimitato o in divenire?

Il mio fare artistico non è mai definito: è processo, corrente, metamorfosi. Ogni opera genera una nuova domanda, apre possibilità inedite, rimette in discussione ciò che sembrava acquisito. Eraclito scriveva: “Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”. Allo stesso modo, non si entra mai due volte nella stessa opera: né come artista, né come spettatore. Ogni progetto è trasformazione, ogni gesto creativo una liturgia che non si ripete mai identica, un rituale che si riscrive ogni volta. Preferisco immaginarmi come un viandante che attraversa paesaggi sempre diversi. Non colui che arriva a una meta definitiva, ma chi accetta di perdersi per continuare a trovare.

Nuovi progetti in cantiere?

Sto lavorando a nuove installazioni immersive in cui il ritmo della luce e del suono dialoga con luoghi archeologici e naturali, spazi sospesi in cui il tempo sembra rallentare e l’opera diventa rito collettivo. Parallelamente, continuo a sviluppare il titanico progetto della Tetralogia degli elementi, di cui manca ancora il capitolo dedicato al Fuoco, forse l’elemento più complesso, simbolicamente potente, il più vicino al sacro e al pericolo insieme. Il 2025 continuerà ad essere un anno denso, come in realtà prevedo sarà anche il 2026: accanto a questi lavori nasceranno importanti progetti editoriali, cinematografici e culturali in senso più ampio, che allargheranno il raggio della mia ricerca. Non amo svelare troppo in anticipo: credo che ogni progetto debba custodire un margine di mistero, una soglia di attesa. Basti sapere che, per me, ogni gesto creativo è una domanda aperta, un fragile tentativo di mantenere vivo quel confine instabile tra umano e sacro, tra materia e spirito, tra memoria e futuro.

Foto di Letizia Gatti

Un claim in cui riassumere il valore del tuo impegno artistico?

Ciò che cerco nell’arte è un ritorno. Non nostalgico, ma originario verso quella prima incisione che ci ha resi umani. Ogni opera è un’eco che viene da lontano e che ancora ci chiama. Ogni volta che incidiamo, torniamo a quel primo gesto. E in quel gesto, l’umano si riconosce di nuovo sacro.

La foto in apertura è di Letizia Gatti