Mi sono chiesto spesso qual è “il fantasma” che spinge un individuo a desiderare di fare qualcosa che lo rapporti ad una realtà altra, capace di definirlo come “persona”. L’interrogativo mi viene quasi imposto guardando la Crocifissione collocata, di recente, nell’atrio interno tra la cattedrale e il palazzo vescovile di Bitonto. Un’opera dell’artista Franco Vacca, realizzata con i legni di scafi distrutti nel “vasto mare”.
La perfezione a volte ti lascia senza fiato, senza parole, ma l’imperfezione ti può fare impazzire perché fa scoppiare improvvisi incendi dentro di te. Qui, di fronte a questa Crocifissione che non ha patria, a questi legni assemblati, accade qualcosa. Hai solo bisogno di riflettere e capire.
Di fronte non ho un manichino ma un sentimento, un calore e uno stordimento accompagnato da un urto interiore. E’ come il magma che viene fuori da una spaccatura del terreno. Guardo il Cristo e un’antica memoria torna a visitarmi. Un tempo antico si fa fuoco, luce e testimonianza.

È una croce questa che esige delle risposte a quelle grida lancinanti, che pur perdendosi nel vuoto si fanno udire chiare e forti. Ponendoci di fronte all’orrore dei tanti corpi scomparsi in mare, quelle grida ci fanno sentirein difficoltà, impotenti di fronte alla forza della verità; una realtà spietata che non so più capire e di fronte alla quale – gli annegamenti continui – non riesco a pronunciare una parola che accanto al dolore e alla sofferenza possa esprimere speranza. Poiché la realtà non è fatta soltanto di sciagure e disastri ma anche di carità.
Ciò che del Cristo sto guardando è un pugno al fegato. Un Cristo che non nega la sofferenza, non consola ma impone la sua forza. Quasi avverto il forte ed acre odore della salsedine invadermi con acqua amara i polmoni. La Crocifissione, che l’autore ha assemblato con i resti degli scafi, è un’opera che diventa preghiera e testimonianza; la prova del mistero che ha l’arte di strappare dal mare e dai legni la morte come finitudine, come assenza.
È un’opera, questa, che attraverso il Cristo Crocifisso ci consegna una realtà senza sentimentalismi, cruda, ma allo stesso tempo di una bellezza che può stupire come può fare solo il Golgota, un Golgota del nostro tempo. Questa Crocifissione, realizzata a pezzi, racchiude metaforicamente in sé la natura umana del Cristo. Osservandola è inevitabile pensare agli abitanti di Gaza, oramai spettri di sé stessi, che su questa Croce gemono e gridano al mondo intero le sofferenze di una umanità disperata e affamata. Una umanità rapinata non solo della pace ma anche, e soprattutto, della stessa speranza.
Quest’opera, questa Crocifissione, rende fiero l’artista che, dai legni di una disumana tragedia, ha saputo strappare una ragione di speranza e di immensa pietà. Ma soprattutto rende fieri noi che la osserviamo: fieri di sentir vibrare, nonostante tutto, nei cuori quella speranza e quella pietà, senza le quali potersi dire uomini appare davvero arduo.





