“Domani finirà tutto”, parola di Dostoevskij!

L'invito alla speranza, nel finale de "Il giocatore", uno dei romanzi più brillanti e popolari del grande scrittore russo, ci viene in soccorso in questi difficili giorni

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In questo periodo di quarantena forzata, l’antidoto più efficace alla noia e al timore è prendere un bel romanzo e mettersi a leggere. Neppure i film o le serie televisive risultano essere medicine sufficientemente efficaci: meglio un romanzo, con le sue avventure, i suoi profumi, le descrizioni di adorabili giardini. Il lettore in quarantena avrà, così, il sentore di essere tornato indietro nel tempo, in quell’epoca in cui solamente chi non aveva l’onere di lavorare (i membri dell’aristocrazia e della borghesia) poteva concedersi il lusso di restare in casa a leggere tomi e tomi su una poltrona, nel suo bel salotto. 

Persone, insomma, fortunate, che avevano il gusto di ritenere Fëdor Dostoevskij un’autentica manna dal cielo, in quei pomeriggi desolanti in cui infuriava la pioggia o un’epidemia di colera. Una manna che, in realtà, potremmo riscoprire anche noi, in queste lunghe e difficili giornate, riprendendo dallo scaffale Il Giocatore, un libro poco considerato dai critici, molto più interessati alla filosofia di Delitto e Castigo o dei Fratelli Karamazov.

Prima di leggerlo e di stupirci della sua silenziosa grandezza, occorre premettere tutta la storia che è legata al genio di chi l’ha scritto, completando quella “trilogia del 1821”, avviata con i precedenti articoli su Baudelaire e Flaubert. Se Baudelaire ha inserito la modernità nella poesia e Flaubert ha dato lezioni di stile e di letteratura ad autori come Kafka e Proust, Dostoevskij ha compiuto una rivoluzione letteraria. Parliamo, insomma, di un genio assoluto che ha reso esistenziale il romanzo, che ha segnato il passaggio dalla pura narrazione ottocentesca alla filosofia letteraria del Novecento. 

Eppure, Il Giocatore è stato scritto per pura necessità, in un mesetto, fra la scrittura di Delitto e Castigo (a parer suo assai più degno di essere scritto) e il lavoro cui era costretto a dedicarsi, contrariamente a suoi coetanei francesi. Infatti, Dostoevskij nasce povero, infelice e perseguitato dalla sfortuna. Eppure, ha la capacità dei mascalzoni dickensiani di salvarsi sempre in calcio d’angolo. E così come scansa la condanna a morte nel dicembre 1849, così mantiene il diritto d’autore sui suoi romanzi che, altrimenti, avrebbero portato il nome dell’editore Fëdor Stellovskij. 

Un uomo non poco furbo, che aveva ben compreso la natura di Dostoevskij. Quest’ultimo, infatti, come Balzac, scriveva per vivere e, una volta intascata la ricompensa, se ne andava giocando alla roulette o spendeva tutto in qualche locanda, ritrovandosi con tantissimi creditori alle calcagna. Allora, il nostro Stellovskij fece firmare un contratto a Dostoevskij, nel quale, tra le clausole, era riportato che se non avesse consegnato un romanzo di 12 fogli di stampa, corrispondenti a circa 190 pagine, entro il primo novembre 1866, l’editore si sarebbe appropriato di tutte le sue opere. 

Erano i primi di ottobre quando, senza soldi e speranze, Dostoevskij si ricordò di quella spiacevole clausola. Gli amici si offrirono di aiutarlo, scrivendo al suo posto la storia, ma il nostro orgoglioso scrittore si oppose: non poteva mettere la firma su roba scritta da altri. La soluzione era trovare una dattilografa che, sotto dettatura, scrivesse. Si dà il caso che questa stenografa, la ventenne Anna Grigor’evna Snitkina, diverrà la sua seconda moglie.

I due si misero a lavorare come pazzi e, non potendo permettersi pause, la dattilografa si stabilì a casa del quarantenne. Lui dettava e lei scriveva velocemente sulla macchina da scrivere e, mentre lei correggeva o trascriveva qualche pagina scritta a mano, Dostoevskij si dedicava al suo Delitto e Castigo, che veniva pubblicato a puntate sul “Messaggero Russo”, giornale assai in voga a quei tempi. Il Giocatore era proprio il misterioso romanzo di 12 fogli di stampa, dettato in fretta e furia, tra una pagina e l’altra di un romanzo più autorevole. 

Il lavoro terminò la sera del 29 ottobre e il 30 Dostoevskij lo rilesse e corresse qua e là, dirigendosi l’indomani a casa di Stellovskij. L’editore non era nella sua sontuosa villa, a causa di un viaggio di lavoro. Fëdor si diresse, allora, in casa editrice ma nessuno volle accettargli il romanzo. Dostoevskij, allora, consegnò tutto al commissariato di polizia, che provvide a inviare il pacco all’editore, giusto in tempo e a rilasciare allo scrittore una ricevuta di consegna. Il diritto d’autore era salvo e Anna e Fëdor si sposarono felicemente meno di un anno dopo. 

Il successo de Il Giocatore fu straordinario e insperato, tanto che vi fu un esponenziale aumento dei giocatori di azzardo, rapiti dalle prodezze di Aleksej Ivanovic, dal suo amore destabilizzante per l’altezzosa Paolina e da quei fatti autobiografici, inseriti nel romanzo, forse il più rivelatore della personalità di Dostoevskij. Una storia incredibile, legata ad una di quelle famiglie nobili sull’orlo del tracollo finanziario, che si aggrappano all’eredità di un’anziana signora che non vuole proprio morire. Una storia piena di ironia, divertente come tutta la corsa che c’è dietro la sua creazione e, inoltre, con uno dei finali più belli della storia della letteratura: l’invito alla speranza che, da un momento all’altro, le cose possano cambiare e che “domani, domani finirà tutto!”. Un augurio di cui non possiamo non essere grati, in questi giorni difficili, all’immortale Dostoevskij.