La scrittura non è un’attitudine, ma una necessità dell’anima. E se è vero che “diciott’anni sono pochi per promettersi il futuro”, come cantava Venditti, è impossibile restare fermi ad aspettare, perché il mosaico del domani si costruisce dai tasselli dell’oggi. Mente fervida, spirito intraprendente e una spiccata sensibilità poetica fanno di Livia Goffredo, giovane ragazza di Corato, un concentrato autentico di spontaneità e freschezza.
Come ha dimostrato a fine anno scolastico, quando – ancora liceale – ha conquistato il primo posto nella Sezione Poesia-Scuole Superiori di Secondo Grado della tredicesima edizione del concorso letterario Cataldo Leone, con la poesia 10 luglio.

La scuola è finita da diverse settimane, ma alcuni traguardi meritano di essere ricordati anche a distanza di tempo. E dunque, ecco dalla viva voce di Livia alcune originali riflessioni sulla sua innata e profonda passione per l’arte di comporre versi.
“La scrittura è il mio modo per dare forma al caos interiore – confida con voce sincera – è come raccogliere frammenti di me stessa, degli altri, del mondo: è parte di me come il respiro, la memoria dei momenti quotidiani e di quelli che devo ancora vivere”, continua. Nella gara poetica, dedicata quest’anno alla memoria del prof. Aldo Tommasicchio, la diciottenne – diplomatasi all’I.I.S.S. “A.Oriani – L. Tandoi” di Corato – non ha perso l’occasione di mettere in luce il suo talento nel comporre, ideare e intrecciare parole, guidata dal filo invisibile delle emozioni. “Ricevere quel riconoscimento è stato un invito ad uscire dal silenzio e donare al mondo ciò che, fino a quel momento, avevo custodito con pudore. Ho sempre scritto, ma non avevo mai provato la gioia della condivisione. Questa vittoria è diventata la prova che anche ciò che nasce in silenzio, con il tempo può fiorire”, spiega.

10 luglio non è solo un titolo, ma una data simbolica che porta con sé una vicenda intima e familiare, che Livia è riuscita a rivivere attraverso le parole di una persona cara. A ispirarle i versi è stato il ricordo di un professore che, ogni anno, all’alba del 10 luglio era solito telefonare alla madre della giovane per porgerle gli auguri. Un gesto cadenzato, interrotto solo dalla scure della malattia, ma che la memoria ha continuato a custodire con struggente tenerezza: “Ho amato ascoltare la sua storia e gli aneddoti di vita vissuta dalla voce di mia madre; ciò che mi ha davvero colpita è stato il tipo di legame che li ha uniti”, spiega; “non un rapporto qualunque, ma nato tra i banchi di scuola, tra docente e allieva, che si è nutrito di rispetto e stima reciproca”. Dal baluginio delle memorie emerge un ordito poetico che la giovane tesse con raffinata dovizia di particolari, unendo l’acume descrittivo a una trama espositiva limpida, dove la naturalezza del gesto si fonde con le riflessioni dell’io narrante.
“Quel racconto mi ha attraversata. Ho sentito il bisogno di trasformare quelle lacrime in parole, di eternare un piccolo grande gesto; è stato un modo per conoscere quell’uomo senza averlo mai incontrato e di farlo rivivere attraverso lo sguardo di mia madre”, afferma commossa. È lui «l’uomo di passi lontani», quella presenza discreta ma costante, che torna con il vento, senza farsi notare troppo, sempre al momento giusto. In un mondo che spesso tende a dimenticare la bellezza dei rapporti umani, Livia ha desiderato onorare non solo la memoria, ma riflettere sul valore dell’insegnamento inteso come relazione umana, che oggi troppo spesso resta in ombra: “noto troppa distanza tra studenti e docenti. È triste pensare che qualcosa si sia perso, che quel rapporto autentico sia stato sostituito dalla paura. Scrivere questa poesia è stata un’occasione per dire che possiamo tornare a quella bellezza lì, a un’educazione che insegni prima di tutto ad ascoltare”, precisa.

Livia si racconta con semplicità. Ama spendere il suo tempo in piccoli gesti quotidiani mai banali: un caffè condiviso, l’ascolto di una canzone, una frase annotata nel silenzio. Quel silenzio che non ha imparato a temere come segno di solitudine imminente, ma che ha scelto di attraversare e di esserne pervasa assecondando il sussurro costante della scrittura, sua sponda e rifugio, e altresì forza ordinatrice del caos interiore che la accarezza nei momenti in cui tutto sembra sfuggire. La giovane coratina assapora anche l’entusiasmo della convivialità: adora conoscere persone, immedesimarsi nel loro vissuto, scambiare energie. Crede nella potenza dell’incontro, nello scambio reciproco, nei pensieri dibattuti e condivisi. Quiete ed espansività sono per lei i due ingredienti fondamentali di quel pasto pantagruelico che è la poesia: “non ho mai seguito un filone preciso. Scrivo quando i pensieri diventano troppo densi per restare chiusi nello scrigno della mente. Le parole arrivano così, in modo libero, come acqua che trova la sua strada tra le crepe. Molte delle mie poesie sono nate nei momenti più fragili, quando non trovavo altri modi per dire ciò che provavo. Spesso erano pensieri che non potevo, o non riuscivo, a rivolgere ai loro veri destinatari, allora la poesia diventava un rifugio, una confessione, una verità. Ogni verso è stato, ed è tuttora, uno specchio: senza filtri, senza finzioni, capace di riflettere le mie paure più profonde, i miei silenzi più densi, gli amori che forse non avranno mai il tempo o il coraggio di appartenere a questa vita”.
Livia crede che il miracolo della poesia scaturisca dall’ineffabile, da quel momento esatto in cui le parole cessano di essere solo strumenti per divenire carne, respiro, verità. “Per me la poesia è il tentativo di dare un nome a ciò che non si riesce a dire, è la voce delle nostre profondità, tutto ciò che rimane quando il resto si consuma: una frase, un’immagine, un’emozione che ci attraversa senza chiedere il permesso”, chiarisce. Anche la dimensione del ricordo gioca un ruolo fondamentale nel processo di autoconoscenza e consapevolezza di sé, ponendosi in relazione profonda con il mondo esterno: “l’arte, la scrittura, il ricordo sono forme diverse di un’unica tensione, quella di restare, di fermare il tempo anche solo per un istante. Scrivere è come raccogliere frammenti di me stessa, degli altri, del mondo. L’arte in tutte le sue forme, è un modo per resistere al rumore, per affermare qualcosa che vale la pena di essere sentito. E il ricordo è materia viva con cui tutto ciò prende forma, non come nostalgia, ma come memoria attiva, che plasma il presente e ci guida, anche quando non ce ne accorgiamo. In fondo credo che scrivere, o creare, sia un modo per dire al tempo: «io c’ero; ho sentito, ho amato, ho capito qualcosa”.

Tra il libero fluire dei pensieri, in balia delle oscillazioni dell’animo, la giovane coratina trova il tempo per guardare al domani. La sua visione del futuro si orienta verso una crescita personale consapevole radicata, però, nello stupore dell’infanzia: “Mi piacerebbe maturare pur restando una studentessa della mia stessa infanzia: portare con me quello stupore, quella gioia pura che solo da bambini si prova davvero. Voglio continuare a cercare, anche da adulta, quelle stesse scintille che un tempo mi rendevano felice”, confessa. Un messaggio chiaro, che mette al centro la spontaneità come scelta di vita e la scrittura come ottima palestra di progresso interiore. In un’epoca che corre veloce, Livia abbraccia quel valore che i latini riassumevano nel paradosso del “festina lente”, dell’affrettarsi lentamente, dell’avanzare con cura, perché ogni passo porta ad un ascolto di sé più profondo e consapevole. L’eco della scuola non si esaurisce tra le sue mura: si propaga nei percorsi di chi la vive indirettamente, attraverso i figli o le persone care. E la poesia di Livia, così leggiadra e nostalgica, gode pienamente di quel riverbero.
10 Luglio
Era sempre il primo, il dieci luglio / a spezzare l’alba col suo dire lieve.
Un augurio ma non era solo un gesto, / non solo parole: era un nodo nel tempo, /un incastro di vite sospese.
Lui, che pareva non appartenere al giorno, / che portava con sé il respiro dei deserti / e il suono lontano degli alberi erranti.
Un uomo con il passo dei viandanti, / le mani asciutte di chi conosce / il peso esatto della solitudine.
Ogni anno l’ora ancora sgombra del mattino, / prima che il cielo si sciogliesse / in luce piena, / mi giungeva la sua voce, / un filo che legava silenziosamente / le mie date ai suoi pensieri
Non c’era mai fretta in quel dono.
Ogni volta, la sensazione di essere visti, / come un’eco riconosce la sua valle.
Ed era lui che mi riportava il vento / che io avevo dimenticato.
Lo ricordo così: un uomo che non stava mai fermo, anche quando era immobile.
Il suo sguardo non si posava mai davvero / sul presente: sembrava andare / oltre, seguire invisibili sentieri, / come se cercasse il luogo esatto / dove nasce ogni cosa.
Non era padre, non era amico.
Era l’idea del padre, del vento, della distanza.
Una presenza che non tratteneva, / che lasciava andare, che sapeva amare / senza piegare nulla.
E ora che non c’è, / ogni dieci luglio aspetto ancora la sua voce.
Nel vuoto del mattino provo a riempire / quel silenzio con il ricordo / del modo in cui piegava il tempo.
E non posso che ringraziare / quell’uomo di passi lontani / che ogni anno tornava,
come il vento, / solo per essere il primo.
In alto e nelle altre foto, alcune opere di Marc Chagall




