Leggere tra le righe fatti, concetti e libri è un esercizio prezioso di discernimento, un invito alla comprensione profonda del mondo che ci circonda. Riconoscere le sfumature, sviluppare uno spirito critico che non sia mai distruttivo, ma sempre riflessivo, è una responsabilità che appartiene a ciascuno di noi, in quanto individui e cittadini. Porsi domande è l’inizio di ogni comprensione, l’atto fondativo di un pensiero consapevole.
Tutto questo, però, diventa sempre più difficile in un contesto dominato da una bulimia comunicativa fatta di slogan, visibilità a tutti i costi, e – per usare una metafora del gergo giornalistico – di “copertine”. Viviamo un’epoca in cui la superficie conta più della profondità, e cercare di orientarsi, di interrogarsi, può diventare faticoso, perfino scomodo.
Il consenso, il successo, il seguito mediatico rischiano a volte di essere illusioni che oscurano, talvolta volutamente, le contraddizioni nascoste dietro organizzazioni e buoni propositi. Eppure, in tempi come questi, in cui le polarizzazioni ritornano prepotentemente a segnare la storia, forse è giunto il momento di tornare a scegliere da che parte stare. O quanto meno, di riaprire un dibattito serio, a partire da noi stessi.
La pace, intesa come obiettivo collettivo e cammino individuale, è un percorso lento, a volte utopico. Ma non per questo rinunciabile. I cittadini possono contribuire dissentendo, praticando la non violenza, facendo piccole scelte quotidiane capaci di tenere vivi i grandi ideali. Anche gli artisti hanno un ruolo in questo, trasmettendo messaggi attraverso le loro opere e i loro eventi. Dopo due guerre mondiali nel cosiddetto “secolo breve”, sentire di nuovo il lessico bellico nei notiziari è un segno tangibile di regressione della civiltà. In questo scenario, l’unica risposta possibile è restare fedeli ai propri valori e controbattere con gesti e parole che esprimano dissenso. A ciascuno la responsabilità di capire come farlo.
È la solita, eterna, battaglia tra Davide e Golia. Già il semplice sforzo di essere in pace con se stessi meriterebbe un Nobel, e invece oggi a quel premio ambiscono soggetti che, insieme ad altri folli e potenti della Terra, contribuiscono al disordine globale.
Mi accorgo, mentre scrivo, che la parola “possibile” è emersa qualche riga sopra. E allora, da pugliese, è immediato associarla – specie in estate – a Il libro possibile, l’evento letterario di Polignano a Mare. Un appuntamento che da anni è diventato imperdibile, non solo per la Puglia ma per tutta l’Italia. Merito, senza dubbio, degli organizzatori, capaci di creare una vera e propria macchina culturale, tanto solida da esportare il format persino a Londra.
Ogni estate, la manifestazione si conferma tra le più seguite. Richiama scrittori, politici, cantanti, imprenditori, personaggi noti del panorama nazionale, e fa nascere una domanda: possibile che in Puglia si sia davvero riusciti a costruire un così grande interesse attorno al libro? Per chi vive nel Mezzogiorno, assistere alle piazze gremite per ascoltare dibattiti e presentazioni di libri (!) è stato, soprattutto nelle prime edizioni, un piccolo miracolo culturale. Il Libro Possibile è diventato un modello, ispirando decine di altri festival letterari sparsi nei borghi storici della regione. Festival che, integrando promozione editoriale, marketing territoriale e bellezza paesaggistica, hanno favorito turismo e sviluppo imprenditoriale locale. Un successo da prima pagina, che ha conquistato anche l’attenzione delle istituzioni.
Attorno a questo motore culturale orbitano anche importanti brand industriali. È la dimostrazione concreta che la circolazione delle idee e il dibattito continuano a rappresentare strumenti fondamentali per la crescita delle coscienze. L’appeal del festival resta invidiabile, anche se passeggiare per le vie di Polignano durante la manifestazione ricorda ormai un red carpet veneziano: ogni passo somiglia a uno zapping tra volti noti e titoli di successo. Centinaia di presentazioni, molte trasmesse in diretta, in un formato che ricorda le notti letterarie di “Milleunlibro” di Marzullo.
Nulla da eccepire: il nome importante, il volto famoso, i follower portano pubblico, e ciò vale anche nel settore editoriale. E va bene così. Il festival, va detto, non dimentica di riservare spazio anche ad autori locali e talenti pugliesi. Tuttavia – e non sempre giustamente – la vetrina più ampia resta appannaggio dei soliti noti. È un dato di fatto, un fenomeno da osservare e registrare. La vera questione, quella che interpella il senso di coerenza e la responsabilità culturale, riguarda i partner commerciali del festival. Tra i più visibili, McDonald’s. Ma desta perplessità la presenza di Leonardo, colosso italiano del settore della difesa, noto per la fornitura di tecnologie militari a Israele. In un tempo segnato da massacri e conflitti, come non soffermarsi su questa evidente contraddizione, proprio in un evento che si propone come spazio di pluralità, dialogo e cultura?
A sollevare il tema sono stati alcuni autori “fuori dal coro”, lontani dai circuiti editoriali mainstream, che hanno evidenziato con rispetto – ma con decisione – questa incongruenza. Tra loro Francesca Palumbo, scrittrice barese, che ha scelto di rinunciare alla presentazione del suo ultimo libro, Le ore invisibili (Besa Muci), prevista in tarda serata dopo una variazione di programma causata dal maltempo, quando le piazze erano ormai quasi deserte.
Il vento le ha impedito di presentare il suo lavoro, ma le ha anche offerto l’occasione per riflettere. Scorrendo il programma del festival, ha notato la presenza di Leonardo tra gli sponsor e, poco più in là, la presentazione del libro Il ragazzo con la kefiah arancione dell’attivista palestinese Alae Al Said. Un testo che, come scrive Palumbo, è “coraggioso, umano, toccante”. E allora l’autrice pone pubblicamente una domanda limpida, che non può essere ignorata: “Come possiamo non vedere la contraddizione? Com’è possibile dire ‘Palestina libera’ su un palco sostenuto da chi contribuisce all’occupazione militare e alla violenza contro i civili palestinesi? Lo chiedo con rispetto, ma anche con urgenza, a tutte e tutti coloro che hanno già partecipato e parteciperanno”.
La riflessione di Palumbo è seria e necessaria. Lei stessa la definisce “un atto d’amore per la cultura, per la Palestina, per la coerenza tra parole e azioni. E’ importante che venga compreso! Non è una polemica, ma un invito alla riflessione e alla coerenza”. Non è una polemica sterile, ma un invito: a interrogarsi, a scegliere. Perché, come afferma ancora, “la cultura ha una responsabilità, anche (e soprattutto) economica, e non può restare indifferente alle logiche che ne condizionano i mezzi e i messaggi”.
Forse proprio dietro la bellezza – indiscutibile – della copertina del festival si nasconde la necessità di un dibattito più profondo sui principi che guidano le scelte culturali. Perché il libro non è solo un prodotto commerciale, ma un contenitore di idee e valori, difficilmente misurabili in termini economici. Forse il vento che ha cancellato la presentazione di Francesca Palumbo è stato, simbolicamente, propizio. La scrittrice sarebbe potuta comunque salire sul palco e sollevare il tema? Forse sì, forse no. Ma ciò che resta, oggi, sono le sue domande: “Possiamo accettare che il sostegno alla Palestina sia solo retorica, se poi non siamo disposti a fare scelte coerenti? Possiamo dire ancora ‘Palestina libera’ sui palchi, senza interrogarci su chi quei palchi li paga? Possiamo parlare di cultura impegnata, di diritti umani, di pace, se non ci interroghiamo su chi paga i nostri spazi culturali?”
Domande che non si rivolgono solo agli organizzatori del festival, ma a tutti coloro che, con una penna in mano, provano a essere coerenti e a impegnarsi per i diritti. Come le Donne in Nero, che manifestano nel centro di Bari in sostegno alla Palestina e che hanno per prime denunciato la presenza di Leonardo tra i partner del Libro Possibile. O come il sindaco di Bari, Vito Leccese, che durante l’evento con il giornalista Nicola Porro al Petruzzelli ha annunciato l’intenzione di consegnare le chiavi della città a Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi, sanzionata dagli Stati Uniti per le sue posizioni.
E ci sono le librerie indipendenti, come Prinz Zaum a Bari, che diventano presìdi di pensiero, creando spazi di riflessione sul conflitto israelo-palestinese. E che, insieme ad altre realtà del territorio, sostengono la distribuzione della Gaza Cola: un’iniziativa che mira a ricostruire le comunità palestinesi, generando lavoro, sostenendo imprese locali e reinvestendo i profitti in progetti come l’ospedale di Al Karama, nel nord della Striscia. Alla faccia di chi continua a investire in armamenti.
Nella foto in alto, il progetto “La cultura vincerà la guerra” di Lorenzo Perrone




