L’anno scolastico è ormai agli sgoccioli: in questi primi giorni di luglio si stanno concludendo gli orali della maturità, che segnano ufficialmente la chiusura del sipario su un altro anno tra cattedre, banchi e corridoi. Per i docenti ciò significa vacanze e meritato riposo. Per gli educatori, invece, si apre un’altra stagione fatta di attese, sospensioni, silenzi e retribuzioni a zero. Già, perché anche quest’estate per migliaia di educatori in tutta Italia – in Puglia in particolare – si ripropone lo stesso scenario: nessuno stipendio, contratti sospesi o congelati, ferie imposte, totale incertezza. Il tutto figlio di un impianto contrattuale fragile e di un’organizzazione dei servizi educativi scolastici ancora troppo frammentaria e diseguale.
Alcune settimane fa un gruppo di educatori è tornato a manifestare davanti alla sede della Regione Puglia. Con loro c’erano l’Unione Sindacale di Base (USB) e il MISAAC, l’associazione che riunisce esperti del settore educativo. L’intento è chiaro: rimettere al centro del dibattito una categoria professionale fondamentale per l’inclusione scolastica di bambini e ragazzi con disabilità, ma che continua a essere trattata come marginale, quasi accessoria.

I numeri sono eloquenti: in Puglia lavorano nel settore dell’assistenza specialistica scolastica circa 8.000 persone, che diventano oltre 70.000 a livello nazionale. Professionisti con titoli di studio, master, esperienza. Eppure, pagati spesso a ore, con contratti atipici e condizioni poco dignitose. Alcuni – quelli con contratto a tempo determinato – possono accedere alla NASpI nei mesi estivi: una indennità mensile di disoccupazione per lavoratori con rapporto di lavoro subordinato, erogata in relazione a eventi di disoccupazione involontaria. La NASpI ha sostituito le precedenti prestazioni di disoccupazione ASpI e MiniASpI. Altri, assunti con contratto a tempo indeterminato ma “part-time ciclico verticale”, si ritrovano ogni estate con la busta paga vuota, senza possibilità di reimpiego e senza protezioni adeguate.
Durante l’incontro con Leo Caroli, referente della task force regionale sul lavoro, USB e MISAAC hanno posto sul tavolo tutte le contraddizioni del sistema. Ma quello che è emerso è ancora più preoccupante: un cortocircuito istituzionale tra gli assessorati, dove la mancanza di comunicazione ha prodotto una totale disconnessione. Alcuni funzionari, a quanto pare, non erano nemmeno informati della protesta né delle richieste già avanzate nei mesi precedenti. “Parlarne come fosse la prima volta è surreale”, ha detto un portavoce USB.

Il nodo di fondo sta nella gestione del servizio, definito dalla normativa come “assistenza educativa per l’autonomia e la comunicazione”. Un servizio essenziale, ma affidato tramite appalti pubblici a cooperative sociali, che spesso si trovano a dover fare i conti con bilanci tirati e regole poco flessibili. Il risultato? Educatori a cottimo, regolamenti applicati in modo disomogeneo, sostituzioni non garantite, ore perse se l’alunno è assente, e poca o nessuna tutela nei mesi estivi.
Tutto ciò non si traduce solo in precarietà per i lavoratori, ma anche in disservizi per le famiglie e gli studenti: chi dovrebbe ricevere continuità e supporto educativo, spesso si ritrova senza riferimenti. È un corto circuito sistemico, che produce fragilità anziché colmarle. USB e MISAAC chiedono una riforma radicale: internalizzazione del servizio da parte degli enti locali, aumento dei fondi per l’assistenza scolastica, vincolo dei finanziamenti solo al personale direttamente assunto dagli enti pubblici, maggiore attenzione alla progettazione dei PEI (i piani educativi individualizzati), formazione professionale obbligatoria e garantita, partecipazione attiva degli educatori alla progettazione educativa. Tra le proposte anche la creazione di consorzi pubblici per gestire il servizio in modo stabile e non più affidato al mercato del massimo ribasso.

Intanto, nella categoria cresce la consapevolezza. A gennaio 2025 è scattato l’obbligo di iscrizione all’Albo professionale degli Educatori e dei Pedagogisti, previsto dalla Legge Iori del 2017. Ma la norma – pensata per regolamentare e tutelare la professione – resta monca: non ci sono linee guida chiare e informazioni sull’operatività concreta dell’Albo, alimentando l’incertezza tra chi si è adeguato faticosamente con percorsi universitari integrativi per non perdere il diritto a lavorare.
In un contesto dove l’emergenza educativa è sulla bocca di tutti, soprattutto dopo gli anni oscuri della pandemia, sembra assurdo che chi opera quotidianamente a fianco dei più fragili sia ancora invisibile. Bambini, adolescenti, migranti, anziani soli: gli educatori sono il presidio umano di un welfare che si vuole di prossimità, ma vengono trattati come un costo da comprimere, e non come un investimento sociale.
Il tempo delle mezze risposte è finito. Servono azioni concrete. Regione, Comuni e Stato devono agire, uscire dalla logica dell’appalto al ribasso e riconoscere dignità a una figura professionale chiave. L’educazione, quella vera, si fa con le persone. E le persone, per lavorare bene, vanno ascoltate, tutelate, valorizzate. Gli educatori, questa volta, non hanno intenzione di restare in silenzio.





