C’è una Puglia che spesso proviamo a raccontare. Una Puglia che non si vede dalle spiagge e non si trova nelle brochure patinate. È la Puglia dei paesi dell’interno, nascosti tra colline selvatiche e antichi silenzi. È lì che si trova il paese di cui vogliamo parlarvi: Casalvecchio di Puglia, piccolo borgo del Subappennino Dauno, non molto distante da San Severo. Un paese sospeso tra querce e ulivi ma anche tra due identità: quella della sua terra pugliese e quella della sua anima arbëreshe.
I primordi del centro risalgono, come area abitativa, al XII-XIII secolo ma è nel XV secolo che nasce effettivamente Casalvecchio, quando gruppi di profughi albanesi in fuga dall’avanzata ottomana si stanziarono in questa zona portando con sé lingua, riti e memoria. Il paese fu prima distrutto e poi ricostituito dagli albanesi stessi. Protagonista della prima distruzione fu il celeberrimo Giorgio Castriota Skandeberg, mentre poi il borgo fu rifondato da profughi greco-albanesi inizialmente insediatisi nel vicino comune di Castelnuovo della Daunia, paese quest’ultimo che comandava giurisdizionalmente su Casalvecchio. Oggi gli abitanti sono di ascendenza arbëreshë, e pur avendo perso il rito bizantino, mantengono il più possibile la lingua arbëreshe e le tradizioni dei padri greco-albanesi.

Ecco che Casalvecchio è diventato un crocevia singolare: non tanto di traffici quanto di culture. Il paese sorge a 460 metri sul livello del mare, su una collina dalla quale lo sguardo si apre fino ai primi rilievi irpini e al Tavoliere. Ai margini del centro, i boschi di leccio e roverella si diradano tra uliveti secolari e piccoli appezzamenti di grano, mentre i muretti a secco segnano ancora i confini delle proprietà come in un tempo immobile. Tra questi paesaggi, la voce della natura si intreccia con quella di una comunità che ha conservato intatto un senso di appartenenza profondo.
Non è facile trovare, a Casalecchio, cittadini che parlino di questa antica storia, a meno che non ci si avvicini a quelli più consapevoli o colti. «Noi qui ormai siamo italianissimi però amiamo ricordare questa doppia cultura, pur se col cuore nel Tavoliere», racconta un anziano seduto su una panca. All’improvviso comincia a parlare un misto di italiano e arbëreshë, la lingua ancestrale che ancora si tramanda nelle famiglie. E noi ci capiamo poco. Anzi, niente. «Quando ero piccolo, si diceva la messa in greco e le nonne ci insegnavano le ninne nanne albanesi. Era un modo per dire: siamo qui, ma veniamo da lontano.»
Stupendo! Il centro storico è fatto prevalentemente di case in pietra, basse, semplici. Qui si trovano ancora elementi architettonici che raccontano un’epoca non facile, di migrazioni forzate. Oggi il paese ha scarsi mille abitanti. La chiesa parrocchiale, intitolata ai santi Pietro e Paolo, fu eretta nel XVI secolo. Ma viva qui è la devozione anche a san Nicola, patrono non a caso condiviso da molte comunità orientali.

A Casalvecchio di Puglia si celebra ogni anno, con sempre maggiore orgoglio, una vera e propria festa dell’eredità arbëreshe, durante la quale giovani e anziani si vestono con abiti tradizionali: le donne con i lunghi veli ricamati in oro, gli uomini con gilet neri e pantaloni ampi. La musica è quella dei canti epici, le vjershë, tramandate oralmente come veri archivi viventi di una storia lontana.
La festa è chiamata Vëllazëria, Festa della Fratellanza, evento che celebra ormai tutte le comunità arbëreshë che si trovano nel sud Italia. Giunto alla settima edizione, l’evento – tra i più interessanti ed identitari di tutta Italia – si tiene a fine luglio e vede la partecipazione di gruppi provenienti da diverse regioni italiane. «I canti tramandati dalla tradizione parlano di amore, di campagna, di fatica. Sono poesie contadine», dice un barista ben conscio del valore culturale del piccolo centro in cui vive e lavora.

Qui, in questo piccolo angolo nascosto della Puglia interna, hai la sensazione che la storia non sia certo chiusa nei libri: cammina ancora tra i vicoli, si canta chissà sottovoce ancora nelle case, cresce e resiste, orgogliosa, nelle parole di una lingua che il tempo stesso non ha saputo piegare. Almeno non completamente, perché è chiara la sempre più residuale presenza e persistenza di questa tradizione linguistica. Ma gli eventi, le ricerche aiutano. Qualcosa si muove. E poi, camminando tra gli ulivi e i sentieri che si snodano attorno al paese, il paesaggio si carica di un’energia silenziosa. I tronchi degli alberi sembrano scolpiti dal vento, così come le rocce affioranti. Molto è selvaggio, non curato persino, arbusti un po’ così.
Ma questo paesaggio semplice racconta l’antica fatica della pastorizia e dell’agricoltura di sussistenza. Qui ogni elemento naturale sembra partecipe di una storia più grande. Che è stata una storia non facile, faticosissima anzi, quando non di mero sfruttamento. Venendo qui, capisci che Casalvecchio non è un paese “da scoprire”: è un luogo da capire. Serve tempo, silenzio, ascolto. Serve sedersi su una panca in pietra, parlare con chi ha visto cambiare tutto, ma che resta ancorato a ciò che conta. Serve assaggiare una fetta di pane e olio, mentre una vecchia donna ti dice, in lingua arbëreshë: «Grazie per essere venuto. Qui, non arrivano in molti.»
Nella foto in alto un momento della Vëllazëria (foto da Borghi Autentici)




