Non c’è dubbio che il concerto dei Massive Attack, che ha chiuso a Taranto una fantastica edizione del Medimex, sia stato uno degli eventi culturali più rilevanti tra quelli organizzati in Puglia negli ultimi anni. Più che un semplice live, quello della leggendaria band di Bristol è stato un atto politico di abbagliante lucidità e trasparenza. Un’esperienza immersiva, “disturbante”, in cui suoni, immagini e fischi (giunti dal pubblico ogni volta che sul ledwall compariva l’immagine di Netanyahu o di Trump) hanno avuto il senso di una denuncia radicale del nostro presente: Gaza devastata dalle bombe di Israele, la Palestina evocata continuamente sul maxischermo e salutata dal pubblico con bandiere che sventolavano e cori che ne invocavano la “liberazione”. E ancora, attacchi frontali ai leader occidentali, specialmente al “loro” primo ministro Starmer, e momenti di riflessione, a volte ironici a volte feroci, sulla distorsione dell’informazione ai tempi dei social, sull’avidità del capitalismo, sull’inazione climatica, sulla sorveglianza digitale diventata ormai continua e pervasiva.

Un “bombardamento” sonoro, ma anche visivo, con dati e numeri che pulsavano incessanti sugli schermi, fondamentali per avvalorare il messaggio della band. Quanti ospedali sono stati bombardati nella Striscia di Gaza dall’ottobre del 2023, quanti bambini palestinesi sono stati uccisi e quante scuole sono state distrutte nelle offensive volute da Netanyahu, quanti soldi sono stati versati a Israele dal governo britannico dalla nascita del suo stato. L’incredibile quantità di denaro che la Gran Bretagna ha investito per fornire armi a Israele, insieme all’ammontare degli aiuti statunitensi tra il 1946 e il 2025. Un numero troppo grande per essere calcolato. Pensare che tutto questo sia avvenuto a poche ore dagli attacchi americani (concordati con Israele) ai siti nucleari iraniani assume quasi il sapore della beffa. Ma se il mondo precipita rapidamente nell’abisso, almeno esiste ancora una band come i Massive Attack che da trent’anni ci invita a utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione per agire e reagire a questa deriva, a questa sconfitta clamorosa della ragione e della coscienza.
Non a caso, ancora prima che la band salisse sul palco di Taranto, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che ha deciso qualche settimana fa di interrompere tutte le relazioni ufficiali con il governo di Netanyahu, ha voluto mettere “il cappello” sull’esibizione della band: “Voglio che giunga ai Massive Attack la mia gratitudine per quello che hanno fatto poche settimane fa, cioè di spingere in maniera molto intensa e richiamare l’attenzione sul genocidio che è in corso nella striscia di Gaza avendo cura, come ha fatto l’intera regione Puglia, di precisare questa posizione, che non è contro il popolo israeliano. Anche loro, come band, hanno condannato l’attacco del 7 ottobre 2023 e tutte le attività terroristiche”.

L’impegno politico dei Massive Attack non si “riduce” però solo a slogan e visual, ma è una missione che i musicisti seguono con coerenza e rigore ovunque nel mondo. Ha fatto discutere, solo qualche settimana fa, l’intemerata della band contro la location che gli avrebbe ospitati a Manchester. L’arena, tra le più grandi del Regno Unito, aveva siglato poco prima un accordo di sponsorizzazione con la banca Barclays, accusata dalla band di “finanziare su larga scala l’estrazione di combustibili fossili” e di investire miliardi di dollari in aziende di armi “che riforniscono Israele nel suo assalto genocida a Gaza e lo aiutano nel perpetrare i suoi crimini di guerra in Cisgiordania”. Hanno quindi lanciato un ultimatum: ci esibiamo, ma solo se l’arena rimuove ogni traccia del nome di Barclays nei materiali legati allo show e ci assicurano che nessun biglietto – in vendita o in omaggio – finisca nelle mani di dipendenti o dirigenti della banca. Battaglia anche in questo caso vinta.
Le pop star più famose volano continuamente su jet privati e trasportano tonnellate di strumentazioni da un palco all’altro del mondo, con i loro fan che generano collettivamente emissioni significative per viaggiare e seguirli in tour? Anche su questo, i Massive Attack hanno cercato di invertire la rotta. Il leader Robert Del Naja, per sensibilizzare sul danno ambientale causato dalla musica dal vivo, ha organizzato uno spettacolo nella sua città natale di Bristol, intitolato Act 1.5: un riferimento al trattato sul clima delle Nazioni Unite del 2015 che ha chiesto ai paesi di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di una soglia di 1.5°C. Un concerto alimentato al 100% da energia rinnovabile: una prima volta storica per un evento di tali dimensioni. Da quel momento, la band ha cercato di replicare comportamenti virtuosi in ogni concerto, ad esempio prevedendo – all’interno delle varie location, laddove possibile – solo la vendita di cibo “plant based”, escludendo quindi carne e derivati animali.

Ma quindi tanto fumo e niente arrosto? O meglio, troppa politica e niente musica? Smentiamo categoricamente. I Massive Attack hanno utilizzato il concerto di Taranto come piattaforma politica, usando lo show come atto di protesta, ma hanno confermato, ancora una volta, l’immenso genio musicale, rendendo omaggio ad un capolavoro intramontabile come Mezzanine, pubblicato il 20 aprile 1998 e destinato a cambiare le sorti della musica mondiale. Già dalla cover di quell’album si poteva intuire il percorso che poi avrebbe seguito la band. L’iconico guscio dello scarabeo che si vede in copertina è in realtà composto da frammenti di metallo, ricavati distruggendo automobili in attesa di essere rottamate. “Poter aggredire un veicolo inquinante, spesso simbolo di uno status sociale elevato, con un’ascia è stato un atto davvero liberatorio e catartico”, avevano dichiarato i musicisti, mettendo già all’epoca in chiaro quale sarebbe stato il loro approccio su determinate questioni.
Il concerto di Taranto è stato quindi un modo per riscoprire un album visionario, tra luci sfolgoranti e oscurità suggestive, in un viaggio indimenticabile sotto il guscio dello scarabeo. Ma anche per sperimentare dal vivo quello speciale utilizzo dello spazio che ha sempre affascinato ad esempio Jean-Michel Jarre, grande estimatore della band. Si ha l’impressione che gli elementi musicali siano separati fisicamente l’uno dall’altro, creando uno spazio che diventa quasi palpabile. Ad accompagnare la band sul palco, alcuni ospiti d’eccezione: Deborah Miller per le pietre miliari Safe From Harm e Unfinished Sympathy, ma soprattutto Elizabeth Fraser per Black Milk, Song To The Siren di Tim Buckley e naturalmente per Teardrop. L’ex cantante dei Cocteau Twins ha dimostrato di non aver perso nulla della sua estensione vocale celestiale, regalando al pubblico dei momenti di pura grazia che rimarranno a lunghi impressi nella memoria di chi era lì.È lei a chiudere la serata con Group Four, in un crescendo al tempo stesso graffiante e carezzevole, di una bellezza travolgente.

Un tributo straordinario a uno degli album più innovativi degli anni ’90, che ha lasciato il segno nel movimento trip-hop e, più in generale, nella storia della musica moderna. Un album che ha ridefinito l’identità della band, ma anche tutti gli anni ’90, insieme a Dummy dei Portishead, Endtroducing di DJ Shadow e Debut di Björk. La musica elettronica in senso lato è stata arricchita da tutte queste opere, ma quella dei Massive Attack spiccava già allora per intelligenza e ambizione, abbattendo i confini tra stili e sviluppando nuovi modi di utilizzare il campionamento sonoro. I loro brani, corrispettivi musicali dei collage, sorprendevano perché estremamente cerebrali, soprattutto considerando la giovane età che avevano i musicisti in quegli anni.
C’è un mistero, però che accompagna da tempo la leggenda dei Massive Attack, contribuendo al mito della band. Si dice che uno di loro (Del Naja, appunto) potrebbe essere Banksy… Se mai questa indiscrezione venisse confermata, il pubblico del Medimex potrà dire di aver visto, dal vivo, a Taranto, anche il genio indiscusso della street art.
Le foto sono tratte dalla pagina Facebook del Medimex




