Io non so se abbia ragione Freud nel dire che le pulsioni distruttive sono parte della natura umana. Non so neppure quanto sia grande questo impulso rispetto a tutti gli altri che agitano l’animo umano. Di certo aveva ragione Freud nel sottolineare che la cultura, l’educazione e il linguaggio possono sublimarle le pulsioni distruttive. Possono, appunto, non c’è nulla di automatico, come la storia ci ha insegnato; si fa per dire, giacché la storia non insegna mai o, meglio, siamo noi che siamo incapaci di farne tesoro (Hegel); da ultimo nel Novecento, in quel secolo breve che ha contato milioni di morti. In guerra, non in tempo di pace.
Non molti anni fa, due studiosi europei hanno osservato che negli ultimi cinquecento anni di storia ci sono stati soltanto un pugno di anni di pace: cinque o sei. Non più di sette. Per i restanti, nel mondo, c’è sempre stato acceso qualche focolare cruento. Conflitti per lo più lontani, che non hanno fatto e non fanno notizia. Ma c’erano. E ci sono. Mentre scrivo, non meno di un centinaio, oltre a quelli sotto gli occhi di tutti perché più vicini e più emblematici, rispetto a possibili drammatici risvolti: il conflitto russo-ucranico e quello tra Istraele e Palestina o, forse più precisamente, tra Israele e Hamas.

Se l’umanità è da sempre in guerra, parlare di pace, tuttavia, non è un mero esercizio di stile, ma un dato di fatto a cui prestare la massima attenzione. A maggior ragione quando le parole di pace provengono dal tetto del mondo cattolico. Il nuovo Papa, sin da subito, l’ha fatto, e l’ha fatto in modo singolare, forse sorprendente, di certo con nobile acutezza, partendo dalla necessità di “disarmare le parole”.
Forse Leone XIV è partito dalla parola perché per gli Agostiniani è centrale la preghiera e la meditazione della Parola: il rapporto personale con Dio nella preghiera. O forse perché semplicemente stanco di ascoltare chi da sempre sostiene che parlare di guerra può servire alla pace. O forse perché il Papa conosce a menadito il carteggio tra Freud ed Einstein (Perché la guerra?, 1932), allorché il primo risponde al secondo – che l’aveva interrogato sul perché gli uomini sembrano così irresistibilmente attratti dalla guerra e se lui fosse a conoscenza di una modalità per liberarli da questa tragica fatalità – che no, non esiste alcuna modalità, giacché la guerra, in qualche misura, fa parte del nostro DNA. La guerra, prima di tutto, è dentro di noi, esprime una pulsione distruttiva presente nella nostra psiche: la pulsione di morte. Una pulsione tutta tinta di nero.
Eppure, scrive Miguel Benasayag (Funzionare o esistere?, 2019): “Da un punto di vista biologico, la morte è un comportamento apparso molto tardi nell’evoluzione della specie. I primi organismi unicellulari non morivano. La morte fa la sua comparsa nello sviluppo della complessità del vivente come un meccanismo molto positivo, che consente una regolazione, una trasmissione (…) Concretamente, la morte è ciò che consente che arrivino degli altri”. E questi nuovi arrivi sono necessari, perché le risorse a disposizione sono limitate. In questo senso, la morte si presenta, dunque, come un processo indispensabile acciocché l’umana esistenza possa continuare il suo cammino.

Azzardo che Luigi XIV non sia, diciamo con ogni probabilità, affatto in sintonia con il padre della psicoanalisi. O magari sì, da uomo colto e al passo dei tempi qual è; ma che, nonostante tutto, si rifiuta di accettare una simile asserzione, che, qualora assunta in modo categorico, non lascerebbe via di scampo; aprirebbe una strada senza ritorno, un vicolo cieco, dove gli esseri umani si rappresentano come creature viventi davanti allo specchio intente a divorare sé stesse. L’autocannibalismo patologico come comportamento normale. E mi viene da dire – ma azzardo di nuovo – che il nuovo Papa sia, invece, in piena sintonia con quanto osservato da Benasayag. La morte fa parte del ciclo naturale della vita: solo noi moderni non riusciamo ad accettarlo.
Anche Freud, però, ritiene che parlare di guerra può essere utile alla pace, una valvola di sfogo o una presa di coscienza utile a prevenirla (una sorta di brusco ritorno alla realtà). Del resto, il lungo processo di civilizzazione cos’altro è – nella visione di Freud, ma, in fondo, anche in quella di Norbert Elias – se non il tentativo di contenere e deviare le pulsioni distruttive che albergano solide nell’animo degli esseri umani? Freud, pur non essendo un utopista, certo com’era che la guerra non sia possibile eliminarla del tutto, perché in qualche modo è dentro di noi, però sa che la cultura e l’educazione possono rendere la guerra meno probabile, e che le parole possono sostituire le armi. La parola, se usata in modo responsabile, diviene un sostituto civilizzato dell’aggressività.
Einstein, dal canto suo, è più ottimista, convinto, quantomeno auspicando, che un giorno l’umanità potrà conquistare una condizione dove regneranno sovrane la ragione e la pace. Una condizione umana dove le parole non potranno che essere di pace. Dove la guerra sia un lontano ricordo. Dove la sua evocazione riempirà, senza alcun rimpianto, le pagine dei libri di storia. Nulla di più. Guerre di carta, non più reali.

Non so chi abbia ragione tra i due colossi del Novecento. Spero Einstein, ma temo che l’abbia Freud. Non so neppure cosa pensi effettivamente Leone XIV, nel segreto del suo cuore, so però che il suo richiamo a iniziare dalle parole per disarmare le menti e le azioni, è la cosa più sensata che io abbia sentito in questi ultimi anni. Forse tanti. Forse troppi. Forse ci sento poco, il che è assolutamente possibile. Resta il fatto che quello del Papa è un invito forte a utilizzare un linguaggio portatore di pace, tale da facilitare il dialogo e la comprensione reciproca, che allontani, e non invece alimenti, i conflitti, l’odio e le contrapposizioni. In un mondo segnato da guerre, sia fisiche che verbali, “disarmare le parole” significa renderle strumenti per costruire e riconciliare, non per distruggere. Non si tratta di nascondere la realtà, d’annebbiare le menti, d’immaginare o presentare un mondo incantato abitato da fate, elfi e unicorni; e neppure smettere di parlare con franchezza e, se del caso, con la necessaria risolutezza. Si tratta di prediligere parole che edificano e consolidano ponti, e non che li demoliscono. Una parola può scoraggiare senza umiliare, può resistere, ribellarsi senza devastare. Disarmare le parole non significa indebolirle, al contrario, le rende più forti come baluardo della pace.
Insomma, il Papa sta chiedendo di usare le parole in modo responsabile, evitando toni, inutilmente e sconsiderevolmente, aggressivi, vocaboli violenti, argomentazioni offensive che possono ferire o esasperare le tensioni. È una questione, prima di tutto, di rispetto e di ascolto reciproco. È una questione di civiltà. Non è poi passato così tanto tempo dacché, nel secolo breve, qualcuno ha usato le parole come armi, incantando milioni di persone, con effetti devastanti. Si sa, le parole uccidono più delle spade. Lo sapeva Confucio e Gesù Cristo, Shakespeare e Umberto Eco (A passo di gambero, 2006): “Le parole sono armi potentissime: si può uccidere con una parola, si può ferire, si può umiliare”. Lo sapeva anche l’Ayatollah Khomeini che, pur non avendo mai pronunciato il detto che le parole uccidono più delle spade, conosceva bene il potere della parola quale mezzo di rivoluzione, persuasione e dominio.
È anche vero che la parola dovrebbe essere il fulcro del potere, se considerata – come dovrebbe essere – strumento di dialogo, di condivisione, di ricerca pacata del consenso, in questo in netta contrapposizione con l’uso della forza e il ricorso alla sopraffazione. Scrive Hannah Arendt (Sulla violenza, 1970): “Quando le parole falliscono, si ricorre alla violenza – ma la violenza è segno di debolezza politica”. Quando le parole vengono meno, si spalancano le porte della brutalità, in politica come nella vita di tutti giorni. Quanti efferati delitti nascono da un uso sconsiderato delle parole o dalla loro colpevole assenza?

In epoche passate la guerra era all’ordine del giorno. I Greci e i Romani la consideravano un elemento naturale, ma non come destino inevitabile dell’umana esistenza, no, molto di più: la ponevano al centro della loro narrazione quale fattore necessario e nobilitante. La guerra come strumento di difesa e conquista, certo, ma anche come evento glorioso, come momento topico di affermazione identitaria. Tutto sommato, considerati i tempi e le mentalità, una visione aurea della guerra. Tanto che in tempo di pace si preparavano alla guerra, sicuri che prima o poi sarebbe arrivata. Noi moderni, salvo taluni tragici casi che ancora scuotono le nostre membra come fuscelli al vento, non lo facciamo, non ci prepariamo alla guerra in tempo di pace, ci prepariamo alla guerra in tempo di guerra, ma cambia qualcosa? Rimane ferma al suo posto l’idea che la guerra è possibile, non certo auspicabile, ma possibile, ed è questo il punto: fino a che l’opzione guerra farà parte del nostro corredo psicologico e antropologico, guerra ci sarà. È come comprarsi una pistola: prima o poi la useremo. Non sarà oggi, e neppure domani, ma il momento arriverà.
Dobbiamo estirparla dal nostro DNA, la guerra, questo dovremmo tentare di fare, altrimenti non potrà esserci pace in Terra, anche se non so davvero come. Se non lo sapeva il padre della psicoanalisi, figuriamoci io. Ma è grave che il problema non sia nell’orizzonte, vicino o lontano che sia, di chi governa il mondo. Ed è forse ancora più grave che non sia, al di là della forma, neppure nell’orizzonte della maggioranza di noi, sempre pronti a maledire lo sconosciuto che ci ha appena rubato il posteggio. Se ha ragione Freud, non c’è futuro per l’umanità. Siamo condannati, è solo una questione di tempo.
Ecco, forse è proprio questo il linguaggio che Leone XIV si auspica di non dover più sentire, insieme agli inni espliciti allo scontro; un linguaggio senza speranza, che toglie energie a chi pensa che, al contrario, l’uomo possa migliorare, rendersi conto che esistono altre possibili modalità di convivenza, basate sulla convivialità, sul sentimento di fraternità, sull’idea che esiste un bene comune, in primis la vita stessa, che va salvaguardata a ogni costo, come un bene supremo e irrinunciabile, e che non esiste un potere o una finalità che possa offuscarla, che possa relegarla in qualche angolo buio. Non sarà facile. Ma come un amico non mancava di ripetermi ad ogni occasione: caro, ricorda che nella vita non c’è nulla di facile.

Magari sbaglio. Il che è ancora del tutto possibile. Magari parlare di guerra serve sul serio alla pace, e dovrei rendermene conto, ed accettarlo, perché è un dato di fatto che il mondo degli uomini è spaccato in due: da un lato, chi è forte, spavaldo, violento e, dall’altro, chi è debole, timoroso, pacifico. E da entrambi i lati si sa cosa si può fare, dove si può arrivare, quali siano le possibilità e i ruoli degli uni e degli altri. Come afferma Tucidite: “I forti fanno ciò che possono, i deboli soffrono ciò che devono (dialogo dei Meli)”. E se è questa la dura realtà, praticamente una lezione di realpolitik ante litteram, allora sì che forse funziona parlare di guerra; usare parole dure, per evitare l’escalation che, come avvoltoio sopra un capretto morente, non aspetta altro che l’ultimo respiro per strappargli il cuore.
È tremendo doverlo ammettere, almeno per me, che faccio fatica a dare credito a ciò che talvolta, se non sempre, si presenta come un’inequivocabile evidenza. Accettare che il mondo è grande e ci sono persone forti e persone deboli, tradizioni forti e tradizioni deboli, storie forti e storie deboli, paesi forti e paesi deboli, e che ciascuna persona, ciascuna tradizione, ciascuna storia, ciascun paese fanno ciò che possono, ciò che gli è possibile, ciò che la Storia con la esse maiuscola gli concede. Un modo di accettare l’umana pochezza, giacché ciascuna delle due parti, al contrario di quanto possa sembrare a prima vista, è fondata sull’umana fragilità. Dovremmo forse accettare che esiste la notte e il giorno, giorni scuri e giorni chiari, che dopo i primi, prima o poi, arriveranno i secondi, e dopo i secondi, di nuovo i primi, in una sorta di grandiosa rappresentazione dove l’uomo non può sfuggire al suo destino, quello di essere, non attore, ma comparsa. Gli uni come gli altri. I forti come i deboli, stretti, appunto, sotto un’unica stella.
Mi sovviene la Lucille-Némirovsky di Suite francese: “A scuola, l’allievo più debole preferisce l’oppressione di un solo individuo all’indipendenza; il tiranno lo tartassa ma impedisce agli altri di rubargli le biglie, di picchiarlo. Se sfugge al tiranno, si ritrova solo, piantato in asso in mezzo alla mischia”. La Lucille-Némirovsky che, con la Francia avvolta nel sordido e crudele mantello del regime nazista, dice: “Passerà. L’occupazione finirà! La guerra e la disfatta del 1940 saranno solo un ricordo, una pagina di storia, nomi di battaglie e di trattati che gli studenti elencheranno faticosamente a scuola”. Ci saranno tempi migliori, tanto vale, dunque, accettare quelli presenti per terribili che siano se si presentano sotto l’egida dell’ineluttabilità. È, in fondo, l’antico adagio pseudo-filosofico che più o meno suona così: Se una cosa è inevitabile, allora perché preoccuparsene? O il vecchio detto popolare indiano, ripreso più volte in veste occidentale: Se c’è una soluzione al problema, perché preoccuparsi? Se non c’è soluzione, perché preoccuparsi? Gia…

Facile a dirsi, difficile a farsi, almeno per me, giacché, a seguirlo pedissequamente, quell’adagio nega la mia idea di essere umano, capace di costruire il proprio futuro, contro tutto e tutti. Una visione ingenua, certo, forse anche un poco bambinesca, tutta moderna, segnatamente arrogante, proprio perché moderna, ma a cui idealmente mi sento legato. Di sicuro sbagliando. Dovrei accettare, se non a cuor leggero, quantomeno con la dovuta serenità, che ci sono cose nella vita sulle quali nulla possiamo, che non dipendono da noi, rispetto alle quali nulla valgono i nostri intendimenti e i nostri capricci. Ma esiste qualcosa sulla quale non possiamo intervenire? Sulla morte? Ma i comportamenti esistenziali quotidiani incidono non poco sull’esito finale. Sulla guerra, decisa da altri? Ma chi ci impedisce di scendere in piazza per dire no?
Forse dovrei fidarmi di più del prossimo, perché, in fondo, per dirla ancora con le parole di Lucille-Némirovsky: “Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna esiste una sorta di Eden dove non ci sono né morte né guerre, dove bestie feroci e cerbiatti giocano pacificamente insieme”. Ma non so se ne sono capace. Di crederci, dico. Mi piace pensare che Luigi XIV concordi con queste parole di Lucille-Némirovsky e allora mi rivolgo direttamente. A Lei, Santità, a Lei che è a capo di una comunità che conta ben oltre un miliardo di persone che – mi piace ancora pensare – la pensano al suo stesso modo. Chieda, Santità, che tutti insieme, un dato giorno, a una determinata ora, alzino le braccia al cielo e ripetano a voce alta: Basta con la guerra! Pace! Vogliamo pace!
Disarmare le parole in luogo delle parole armate. Questo grida il nuovo Papa. Ascoltiamolo! Credenti e non credenti. Ascoltiamolo! È importante, perché è mai possibile che un pugno di uomini, più o meno politici, più o meno dotati di senno, più o meno intelligenti e capaci, decidano le sorti di tutti noi? Le sorti del mondo?




