Sentire universale e ripiegamento interiore. Due totalità vissute nella loro assoluta parzialità. Costante del lavoro di una delle artiste più eclettiche e “intimamente sepolte” dal peso di un ascolto tanto fondo quanto terribilmente lirico. Come fare a bilanciare il cedevole squilibrio che alimenta le nostre ombre? Come restituire al brivido quel sussurro che si alimenta negli strascichi della nostra anima? I bisbigli che sfiorano, stridono, vibrano dietro quel diaframma che tutti ci portiamo dentro sono gli attori inconsapevoli di una delle installazioni più intensamente poetiche di Ezia Mitolo, allieva pugliese dei maestri Francesco Somaini e Nicola Carrino, in grado di ingentilire anche un cimelio post bellico con le sue gocce di ceramica.
Il giardino dei bisbigli, il suo lavoro ongoing dal 2021, senza fissa dimora, che si alimenta di relazioni quanto di assoluto silenzio, di euforia quanto di agghiacciante tormento, continua ad ammaliare il pubblico. Nonostante maldestri tentativi di clonazione (il mondo dell’arte non differisce tanto dalla pochezza che spesso ci accompagna nel quotidiano andirivieni), il suo progetto, autentico nell’idea e nell’esecuzione, resiste nella sua purezza. Il lavoro di Ezia è perpetuo, si innesta a volte, interferisce e discretamente disturba, ma la sua tempra è talmente solida da restare pacatamente riconoscibile. Sempre, in ogni caso.

Lavorare con le mani, amabilmente carezzevoli, diventa una terapia auto-imposta, quasi ricetta di ciò che necessita al corpo e allo spirito. Sento il sentimento – Esperienze di Arteterapia è, infatti, il titolo del libro la cui seconda edizione è in via di pubblicazione da parte dell’artista-artigiana che tesse la materia come fosse un abito. Con Ezia vogliamo riflettere proprio sulle prospettive dell’arte contemporanea, partendo da una delle tematiche affrontate nei suoi ultimi lavori, a partire da quel bisogno tanto ripetuto dallo stesso Papa Leone XIV, l’urgenza di pace che strilla ovunque intorno a noi.
Ezia, nei tuoi lavori riponi un’attenzione particolare al mondo interiore, alla dimensione psichica. Un motivo costante che pervade tutta la tua opera…
La ricerca psicologica è sempre stata la spinta propulsiva della mia arte, seguita da un interesse affine, antropologico e sociale. Tutta la mia poetica si radica nel complesso e affascinante dinamismo dell’animo umano, nei conflitti silenziosi della psiche, nei passaggi intimi e nelle metamorfosi interiori, spesso dolorose ma indispensabili: morti e rinascite laceranti ma necessarie. Con le mie opere e i miei progetti soprattutto partecipati, cerco di stimolare un dialogo con la complessità del nostro mondo interiore attraverso una sorta di “visualizzazione“ dei processi psichici (che si materializzano in corpo-forma estetica) e la conseguente immedesimazione/proiezione in essi, invitando a un confronto costante con l’ombra, in un processo continuo di trasformazione. Solo identificando e affrontando i nostri mostri di dentro si possono conquistare consapevolezze ed equilibri per vivere una dimensione di intima pace, un equilibrio autentico capace di restituire ordine e senso alle cose.

In realtà, con la mostra Pace d’Orbi d’Orbis, allargando l’orizzonte della tua ricerca ad un universo più ampio e complesso, tu leggi anche le drammatiche vicende della guerra come l’assenza di una pace interiore.
Nella primavera del 2022 allo scoppio della guerra in Ucraina, suggestionata dall’incalzare improvviso di avvenimenti drammatici a noi così vicini, avevo cominciato ad approfondire e sviluppare in ulteriori direzioni questo mio concetto intimo di pace sfuggente e spesso inafferrabile, estendendolo ad una dimensione più ampia, universale in relazione alla contingenza della guerra che sentivo arrivarmi addosso minacciosa. Ne era nato un progetto che arricchitosi nel tempo di sculture, video, disegni, era rimasto inedito per due anni. L’occasione per presentarlo si è finalmente presentata con l’incontro con il Museo Civico di Manduria dove il progetto museale Pace d’Orbi d’Orbis ha trovato la sua casa: una mostra sulla pace in un museo della guerra. Nel titolo c’è tutto il concetto di pace che scappa, di pace che non si vede: pace degli orbi del pianeta, la pace cieca, titolo dal suono musicale che risuona come una nenia di ammonizione. Tutta la mostra è incentrata sulla volontà di risvegliare un sentimento universale di pace, sollecitando un’indagine e una riflessione su una condizione di pace personale e intima, attraverso opere che dialogano in stretta relazione con le preziose testimonianze custodite nel museo. Non può esserci pace, armonia nel pianeta senza la conquista, in primis, dell’equilibrio interiore dell’uomo, della sua pace di dentro. Se l’individuo è perversamente attratto e appagato dal conflitto con se stesso, sarà sempre sedotto dal conflitto, si compiacerà in esso. La prima sala espositiva del museo era inondata dall’audio di un video realizzato nel 2022 dal titolo “Tutto Pace”. Mi piace giocare con i titoli: tutto pace risuona come tutto tace. In quel video c’era una bocca sfuocata che tenta, attraverso drammatici e anche provocatori vocalizzi, di pronunciare e comporre la parola pace senza riuscirci. La pace universale, dunque, è raggiungibile solo attraverso la conquista di una pace interiore soggettiva. Può sembrare scontato ma non lo è affatto; si tratta di un meccanismo alla base del mondo. Basti osservare i comportamenti e le azioni surreali dei “grandi” del pianeta che in questo momento storico agiscono come ciechi, ciechi verso il futuro e ciechi verso il passato che pare dimenticato.

Ma tu dove trovi la tua pace?
Pace per me è equilibrio tra le parti. E’ ciò che avviene quando la bilancia, dopo il suo oscillare, si ferma e resta immobile e tutto si appiana. Non è semplice, ma alle volte può succedere di provarla questa pace di dentro, di trovarla davvero e farne buon uso. Ma se non succede, già provare a cercarla e tendersi per afferrarla è un esercizio promettente, perché anche in quel mentre ci si sta evolvendo, animati dalla consapevolezza dell’impegno del cercare. E’ già in atto una trasformazione interiore. Al museo ho presentato uno dei miei progetti partecipati, ongoing dal 2012: Inaffer/Labile, che tratta proprio dell’inafferrabilità di ogni cosa che non sia materia e del mistero che circonda la dimensione psichica e anche spirituale. In questa grande installazione, che ha occupato tutta la parete della seconda sala del museo, ho nascosto delle sculture sotto teli bianchi elastici in tensione. Il pubblico è stato invitato ad esplorare le forme nascoste al di sotto del telo, dopo aver cosparso i polpastrelli delle dita con pigmenti colorati. La stoffa, elastica e molto tesa impediva di afferrare le sculture che sfuggivano inevitabilmente alla presa, e come in un frottage lo sfregamento della polvere sui volumi durante l’esplorazione tattile, rivelava le superfici dei rilievi, lasciando la traccia di un passaggio: il tentativo vano di afferrare quello che non si potrà mai comprendere del tutto. In realtà, io la mia pace la trovo nel mio studio, mentre “faccio” con le mani, nella fase più tecnica di un progetto, alla fine del tumulto dell’ideazione e prima esecuzione di un’opera dove lascio tutte le mie forze. La dolcezza della quiete e il gusto del compimento mi placano, riappacificandomi col mondo. La pace data dal mondo fuori, riesce a regalarmela invece l’immersione sensoriale nella natura, che amo e rispetto profondamente. Le forme, i suoni, le luci, i colori e i sapori di un luogo naturale e selvaggio mi offrono una pace immediata. E poi viaggiare lontano, alle volte fuggendo da me stessa. Trovo la pace quando riesco a perdonarmi.

Il tema dell’assenza ricorre spesso nel tuo lavoro. Cosa rappresenta per te e perché senti il bisogno di raccontarlo?
L’assenza per sé è mancanza; è quel pezzo mancante senza il quale non c’è completezza, non avviene quel pieno che può dare appagamento. L’assenza provoca smarrimento, è dolore e sospensione, paura del vuoto; vuoto che fa parte della vita perché niente è mai perfetto, completo, niente inizia e finisce per davvero. “Il finale è che non finisce” è una delle mie frasi che ho scelto per la quarta di copertina del catalogo monografico di quest’ultima mostra. Manca sempre qualcosa; per questo bisogna tenersi stretto ciò che abbiamo e cercare di curarlo e migliorarlo, per quanto sia possibile.
Nel museo di Manduria, dove è stato emozionante interagire direttamente con i cimeli della guerra all’interno delle teche, ho collocato lì dove era esposto un “puntatore di bombe” della Seconda Guerra Mondiale, un calco vuoto in gesso di una bambina dal titolo “C’era e non c’è”, un progetto installativo del 2014 sviluppato sul tema dell’assenza.
Cosa manca a questo nostro mondo per risanare i suoi conflitti, per rimarginare le sue ferite?
In questo momento storico, complesso e incredibile, che è il risultato di tutti di tumultuosi cambiamenti buoni e cattivi, del progresso e dei valori, verificatisi negli ultimi decenni, avverto forte la percezione di un grande caos incontrollato che cresce a dismisura. E avverto soprattutto inedia e passività; non c’è più empatia. Governa sovrana la denuncia isterica di un malcontento generale, che rimane nello spazio di uno schermo, e la rassegnazione di chi subisce, delegando a chissà chi la salvezza di sé e del mondo. È una sana lucidità ciò che soprattutto manca. La consapevolezza delle azioni dettata da un approfondimento che non c’è più. Non c’è più il tempo per ricucire riflessioni, creare spessore di conoscenza. Si galleggia sulla superficie degli accadimenti sorvolando ogni questione con una velocità agghiacciante ed egoista. Da questa distanza ci sembra tutto confuso; tutto assume lo stesso peso non permettendoci di distinguere le priorità. Superficialità, approssimazione, omologazione; l’aspirazione è diventare tutti uguali, seguendo modelli spaventosi dettati soprattutto dalla rete, dai social. Ciò crea spaventose dipendenze emotive, legate al bisogno di approvazioni continue. E’ spaventosa la solitudine profonda che si cela dietro a tutto questo; l’immensa e irrisolta fragilità umana che ne deriva. In realtà avremmo bisogno di amarci dentro per quello che siamo, restando autentici, veri. Volersi bene è imparare a volere bene, e quindi stare bene nel mondo, e renderlo sano. Direi che siamo al grande sonno della ragione. Eppure, abbiamo potenzialità infinite.

Le tue opere a volte possono apparire docili creature, altre inquietanti presenze. In cosa collochi la possibilità di un equilibrio?
Sì, le mie opere sono ambivalenti perché hanno in sé la morte e la vita. Quando si è in lotta con la nostra parte oscura, in preda ad un agguato, e si vive il conflitto, quel pezzo che si muove nel suo dramma vitale, non può apparire docile perchè è pieno di forza che inquieta; e mentre muore intanto un’altra parte sboccia, germoglia, rinasce. Le mie opere hanno in sé tutti e due gli aspetti perché sono il centro di una trasformazione, di una metamorfosi esistenziale che sta avvenendo in quel preciso istante. L’equilibrio è il bilanciamento tra le parti, dal punto di vista formale ed emotivo, è ciò che dà forza nella sua democratica ripartizione. Raggiungo il mio equilibrio quando le sculture respirano e i disegni si alzano dal foglio: questo è il momento in cui so che posso mantenermi in piedi. Le forze che bilanciano il mio equilibrio sono il dubbio e la certezza. A proposito di equilibrio e cura del sé, voglio citare un’altra grande installazione anche sonora, che ho ricreato al Museo di Manduria in una grande stanza: “Il Giardino dei Bisbigli”, ongoing project dal 2021. I bisbigli, innestati su un tessuto sonoro di musica ambient, sono quelli pronunciati da sculture cinetiche, realizzate con carta e materiali di recupero, cellophane, luci, audio, dispositivi elettrici, intente a dialogare poeticamente tra loro sulla bellezza e sulla cura, all’interno del “giardino interiore”. Un dialogo che si basa sulla vicinanza, la comunicazione autentica, la relazione e l’ascolto reciproco. Il Giardino dei Bisbigli rappresenta un ideale ecosistema che rimette tutto in equilibrio, interpretando la complessità delle dinamiche relazionali tra uomo-natura, uomo-uomo, uomo-città. Il grande telo trasparente, sul quale sono proiettate le ombre ondeggianti, mutevoli e rarefatte delle sculture in movimento, rappresenta il filtro tra “il dentro e il fuori di noi”, in un gioco dei limiti che disvela i meccanismi interiori della psychè, attraverso il dialogo interiore e la relazione con l’alterità. Dunque, come esorta il Candido di Voltaire: “Il faut cultiver notre jardin”, “bisogna coltivare il nostro giardino”, riprende Cecilia Pavone.
In che modo, secondo te, l’arte può tutelare il nostro pianeta? Può costituire la leva dirimente dei tanti “conflitti” in atto?
L’arte, in tutte le sue forme e i suoi linguaggi potrebbe tutelare il pianeta intanto tutelando l’uomo, facendosi lente di ingrandimento su questioni essenziali della vita e rivelandogli altri punti di vista inaspettati, stimolando il pensiero creativo in un sistema tendente al conformismo. Promuovendo lo spirito critico che sembra sia andato perso, avvalorando la forza della relazione dei corpi tra corpi, stimolando il rapporto con la natura. Siamo sopraffatti da un’emotività incontrollata così intensa da offuscare la capacità di individuare punti di riferimento, valori. E questa perdita di stabilità non può che renderci sempre più vulnerabili. Una condizione che si potrebbe superare attraverso una maggiore partecipazione attiva del fruitore ai fatti dell’arte. Sulla rete e sui social ci si consuma parlando di condivisione ma restando seduti sulla sedia e postando l’effimero spacciato per sostanza. La vera condivisione è stare vicino alla carne che ci è a fianco, gomito a gomito, occhi negli occhi, incontrare persone e passare del tempo insieme scambiando esperienze.

Se la rete e i social non sono una possibilità di condivisione autentica e sana, qual è il medium, il percorso attraverso cui trasferire l’emozione dell’arte?
L’arte deve essere per tutti anche con la partecipazione e la presenza viva dell’artista che racconta il suo lavoro, fa fare esperienza dell’arte stimolando una riflessione anche attraverso il coinvolgimento diretto nei progetti partecipati con il pubblico. Il fare, l’immersione senso-percettiva permette infatti di sperimentare, conoscere, riflettere, interiorizzare, esprimere e rielaborare concettualmente tutto ciò che si è vissuto dentro di sé attraverso l’esperienza. Tutto ciò che si è visto, toccato, annusato, ascoltato. Dal 2003 propongo progetti interattivi partecipativi e il più delle volte in spazi pubblici, liberando il processo creativo da una condizione elitaria verso una situazione ‘popolare’ per arrivare il più possibile a tutti e non solo agli “addetti ai lavori”: sono i miei progetti “ongoing”, sempre in divenire, perché ogni volta è un “viaggio” diverso. Cambiano i luoghi, le persone, le reazioni, la traccia che lascio è sempre differente e così, quello che mi torna, l’esperienza che accumulo. L’impulso in questa modalità espressiva credo sia legato anche ad una mia curiosità sociologica e antropologica, oltre ad essere un mio bisogno ciclico, personale di espandermi all’esterno superando solitudini. Noi artisti possiamo dare grande nutrimento al pubblico quando alla base c’è autenticità di intenti; se immersi nella vera sostanza delle cose, nutrendo, e innestando fiducia nell’uomo e nelle sue altissime potenzialità. L’arte può contribuire a smuovere coscienze; l’ha sempre fatto come continuo a credere fermamente.
A cosa stai lavorando in questo momento? Hai qualche progetto futuro che ti va di condividere?
Dopo l’impegnativo progetto editoriale del catalogo della mostra al Museo civico di Manduria ho ripreso a lavorare sulla seconda edizione del mio secondo libro “Sento il sentimento – Esperienze di Arteterapia” che sarà pubblicato nei prossimi mesi. Ho numerosi progetti in cantiere, relativi a personali e collettive all’interno di rassegne ed eventi museali. Tutti nuovi progetti partecipati. Spero, inoltre, di tornare presto a presentare qualche progetto all’estero.

Le foto sono tratte dal progetto Pace d’Orbi d’Orbis realizzata da Ezia Mitolo al Museo Civico di Manduria




