La morte di papa Francesco, lo scorso 21 aprile, ha segnato la fine di un pontificato che ha profondamente trasformato il volto della chiesa cattolica. Nei giorni successivi, Roma e il mondo intero sono stati attraversati da una straordinaria ondata di commozione per la scomparsa di un pontefice che, per oltre un decennio, ha portato avanti una visione pastorale incentrata sulla misericordia, la giustizia sociale e il primato delle periferie.
Mercoledì 7 maggio l’apertura del conclave. Tra i cardinali riuniti nella Cappella Sistina, molti osservatori indicavano i nomi di porporati noti per la loro esperienza curiale o per l’influenza nei grandi episcopati occidentali. Nessuno, tuttavia, sembrava puntare con decisione sul cardinale Robert Francis Prevost, agostiniano, ex missionario in Perù e prefetto della Congregazione per i Vescovi.

Eppure, già dalle prime votazioni è emersa con chiarezza la volontà del collegio cardinalizio di dare continuità al cammino aperto da Francesco, scegliendo un pontefice in grado di coniugare esperienza pastorale, apertura al mondo e rigore spirituale. L’elezione del cardinale Prevost, avvenuta al quinto scrutinio, ha suscitato sorpresa tra i media e nelle cancellerie internazionali, ma è stata accolta con entusiasmo da molte realtà ecclesiali e sociali vicine ai valori della giustizia e dell’inclusione. Il nome di Leone XIV assunto dal papa – un chiaro riferimento a Leone XIII, che nel 1891 firmò la Rerum Novarum, un’enciclica destinata a cambiare per sempre la visione della Chiesa sul mondo del lavoro, ha lasciato intendere, d’altra parte, da subito la volontà del nuovo pontefice di voler proseguire nel solco dei temi sociali più cari a Bergoglio.
Nel coro di felicitazioni espresso da ogni parte del mondo, anche quelle, ovviamente, di Trump e Vance, anche se Robert Francis Prevost non è certo un sostenitore della loro agenda politica, e neppure è stato, fino a ieri, uno spettatore neutrale. Com’è noto, Leone XIV è un agostiniano, primo pontefice appartenente all’ordine di sant’Agostino, nonché già priore generale, ma è prima di tutto un cristiano, e sui temi della povertà e dell’immigrazione è fermamente in linea con il suo predecessore.

Negli ultimi tre mesi, infatti, il cardinale Robert Francis Prevost ha più volte preso posizione pubblicamente condannando le parole e l’azione politica di Trump e del suo vice. Poco dopo la cerimonia d’insediamento della nuova amministrazione americana, in un’intervista al canale filo trumpiano Fox News, il vicepresidente Vance aveva detto che “esiste un concetto cristiano secondo cui si ama la propria famiglia, poi si ama il prossimo, poi si ama la propria comunità, poi si amano i propri concittadini e, infine, si dà priorità al resto del mondo”. Riferendosi al concetto medievale di ordo amoris (ordine dell’amore) attribuito a Tommaso d’Aquino, aveva quindi condannato “la sinistra radicale” per aver ribaltato i valori della tradizione.
Queste parole suscitarono l’indignazione di molti gruppi cristiani negli Stati Uniti, per la visione considerata gerarchica e utilitaristica dell’amore di Cristo. E il 3 febbraio, l’allora cardinale Prevost condivise sul suo profilo X la seguente frase di un editoriale del National Catholic Reporter: “JD Vance si sbaglia: Gesù non ci chiede di classificare il nostro amore per gli altri”.

In un post successivo, Prevost rilanciava un articolo in cui veniva citata una lettera di Papa Francesco ai vescovi degli Stati Uniti: “Il vero ordo amoris che deve essere promosso – scriveva Bergoglio – è quello che scopriamo meditando costantemente sulla parabola del buon samaritano, ossia meditando sull’amore che costruisce una fraternità aperta a tutti, senza eccezione”.
Mentre nel mese di aprile, in due diverse occasioni, ha preso posizione contro le deportazioni forzate in El Salvador: in un post condivideva il commento dello scrittore e commentatore cattolico Rocco Palmo il quale si era rivolto a Trump e al presidente di El Salvador Nayib Bukele denunciando le sofferenze causate dalle loro politiche anti migranti: “Come può la vostra coscienza rimanere tranquilla?” concludeva. In un altro post riproponeva la condanna di Trump e del presidente salvadoregno espressa dal vescovo ausiliare di Washington, Evelio Menjivar, per aver riso durante il loro incontro nello Studio Ovale commentando il caso del residente statunitense deportato per errore, e ammoniva i cattolici a non rimanere in silenzio di fronte alla sofferenza.

I conservatori che, all’interno della stessa Chiesa, avevano apertamente o subdolamente osteggiato Francesco, si dovranno rassegnare. Nella diocesi di Chicago, anche dopo essere stato eletto priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, Prevost continuò ad essere chiamato affettuosamente “Father Bob”. Giovedì sera il democratico afroamericano Brandon Johnson, sindaco della metropoli sul Lago Michigan, ha celebrato la sua elezione al soglio pontificio affermando che Papa Leone XIV sarà “un paladino dei lavoratori di tutto il mondo”, che “la Chiesa cattolica ha una forte tradizione di difesa dei poveri e dei vulnerabili”, e che il nuovo papa continuerà a lavorare nel solco tracciato dal suo predecessore.
In un momento in cui l’amministrazione statunitense sta tagliando vari programmi d’assistenza sociale, in America e nel mondo, l’elezione di un ex missionario che ha vissuto il suo voto di povertà tra gli emarginati dell’America Latina, da dove provengono molti migranti diretti negli Stati Uniti, potrebbe apparire come una critica implicita al trumpismo. Certo è che i potenziali disaccordi tra Trump e Papa Leone XIV sono destinati ad emergere nel futuro prossimo, e che più di un qualsiasi altro papa, l’ex Padre Bob potrà “condizionare” in positivo la politica americana.
Nelle foto, tratte da Vatican News, il vesovo Prevost tra i suoi fedeli nella diocesi di Chiclayo in Perù




