Le donne di “Reactive” stanno in scena per riprendere in mano la propria vita

Lo spettacolo di Cecilia Maggio, proposto da Attore Matto al Traetta di Bitonto, è un omaggio a quattro donne speciali che hanno reagito alla violenza e al pregiudizio

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Parlare del binomio donne-violenza è molto difficile, perché si diventa facilmente vittime di cliché e di quegli odiosi stereotipi che purtroppo sono sempre dietro l’angolo. La dura verità è che quando un problema sociale è sempre sulla bocca di tutti – e probabilmente questo è un tema deteriorato dall’uso – si ripetono sempre gli stessi concetti e, talvolta, anche con le medesime parole. Ne risulta, quindi, che trattare un tema così complesso e spinoso richiede sensibilità particolari e, specie in ambito artistico, una grande originalità.

Lo spettacolo di Cecilia Maggio, in scena al Traetta di Bitonto, si è impegnato a trattare questo delicatissimo tema, cercando di farlo con grande varietà e originalità, mettendo su un’impalcatura complessa che, senza la pluriennale esperienza della regista, non sarebbe stata possibile. Il pubblico ha assistito a brani cantati da due professionisti dalle voci eccezionali (Namille e Nino Schettini), a parti corali recitate dalle giovanissime ragazze di Attore Matto (Giada Annese, Valeria Baldassarre, Giada Finamore, Chiara Mitolo, Flavia Noviello, Mariangela Vitone) e alle storie delle protagoniste, quattro racconti di donne che hanno reagito alla violenza, donne che hanno saputo riprendere in mano la loro vita, sfidare un sistema che mirava a devitalizzarle, a privarle della forza che le caratterizza. Lo spettacolo non a caso si chiama proprio Reactive: e reazione fu. Uno spettacolo che è andato già in scena al Traetta alcuni anni fa ma con un cast leggermente diverso.

Sul palco, da subito, sono apparse delle camicie bianche, che svolazzavano sulla scena, conferendo un bell’effetto visivo, che purtroppo è stato deleterio (almeno inizialmente) per gli spettatori al secondo e terz’ordine, che spesso non sono riusciti a vedere i volti degli attori. Al di là di questo, la scena si è presto riempita di dettagli e oggetti, molti di colore rosso, simbolo della violenza perpetrata ai danni delle donne. Non si sono mai viste delle scarpette rosse, “perché – come ha chiarito la regista al termine dello spettacolo – siamo stufi e volevamo declinare in altri modi questo colore così pieno di significati”. E, infatti, così è stato: collane, una bambola, vesti rosse e tanti altri oggetti che hanno arricchito il palco con la loro valenza.

Lo spettacolo si è aperto con il monologo di Francesco Mitolo e con un altro monologo di Simone Delvino. I due interventi hanno fatto da cornice alle storie femminili portate in scena: Artemisia Gentileschi, interpretata da Gabriella Perrini), Eva Fahidi (impersonata da Fausta Finetti), Alda Merini (Milena Achille) e Frida Kahlo, nei cui panni si è ritrovata Marzia Colucci.

Tre anni fa queste storie sono state interpretate da altre attrici, con la sola eccezione di Frida, personalmente quella che trovo maggiormente riuscita. Conosco Marzia da qualche anno e sono sempre stata colpita dalla sua vitalità, da quanto riesca a trasmettere quando recita. Ha interpretato in maniera davvero convincente questa nota e complessa pittrice messicana, mettendo in luce lati del suo carattere che passano spesso in secondo piano, come l’amore passionale nei confronti del suo carnefice e la sua straordinaria capacità di ripresa dopo il terribile incidente che l’ha resa paralitica.

Anche la storia di Artemisia Gentileschi è davvero interessante, impreziosita dal coro e dalla riproduzione del bellissimo dipinto della pittrice romana, Giuditta che decapita Oloferne, impersonato dal coro stesso. Un dipinto fondamentale che ha contribuito alla fama della pittrice e che spesso viene paragonato alla famosa versione del Caravaggio, che mostra una Giuditta spaventata dal terribile atto che sta compiendo. Nel dipinto della Gentileschi, la donna, invece, è animata da un forte desiderio di rivalsa; non esprime debolezza o ripensamento. Caratteristiche della stessa pittrice, stuprata dal suo stesso insegnante di pittura e poi salvaguardata da un matrimonio riparatore.

Ogni storia mostra le brutture di una società, contro cui queste figure femminili si scagliano. Società che si approfitta delle loro fragilità, della loro debolezza, prima togliendo loro la dignità e poi privandole della femminilità, come succede a Eva Fahidi, la ballerina deportata nei campi di concentramento. La sua storia viene messa quasi in secondo piano rispetto alla vicenda generale, diversamente dalla vicenda di Alda Merini, fatta rinchiudere in manicomio dal marito. Qui molti preti stupravano donne inermi, incapaci di difendersi e ribellarsi, portando la donna ad un allontanamento dalla chiesa e a domandarsi come un dio possa permettere che i suoi apostoli si comportino così.

Il monologo di Alda Merini è tratto da “Diario di una diversa”. E infatti tutte le donne portate in scena dalla compagnia sono figure femminili diverse, isolate, considerate matte, troppo avanti per i tempi. Dotate più di un uomo, e per questo oggetto di vessazione e violenza da parte della controparte maschile. Non è un caso che questo spettacolo sia promosso dalla Fidapa, associazione da sempre impegnata per il riconoscimento dei talenti femminili in tutte le arti e i mestieri.

Lo spettacolo mette in luce le fragilità e la forza femminile, ma i troppi elementi rischiano di distogliere l’attenzione del pubblico dalla tematica principale. Tanto che forse era meglio riproporre lo spettacolo del 2018, che aveva meno carne a cuocere. Il risultato è comunque assai apprezzato dal pubblico, in piedi per una lunga standing ovation. E quanto è bello vedere il teatro finalmente gremito, con tutte quelle persone in piedi, visibilmente commosse. Questa serata così emozionante difficilmente potrà essere dimenticata.

Le foto dello spettacolo “Reactive” sono di Francesco Paolo Cosola