Più che Regina a dominare la scena è il padre

Il raffinato scandaglio psicologico è il punto di forza del film di Alessandro Grande, che con quest'opera intensa e particolare punta al podio del Sudestival di Monopoli

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Nella programmazione del Sudestival di Monopoli, molti sono i film e tante le emozioni, specie se si prendono due treni diversi per raggiungere il Cineteatro Radar e poter assistere alla proiezione di uno dei lungometraggi in concorso. Si arriva inevitabilmente presto, parecchio prima delle proiezioni, e si attende, passeggiando per le strade di Monopoli, prima di prendere posto in sala. Un teatro preziosissimo e di recente costruzione, con un ingresso in marmo e legno, che conduce ad una saletta gremita di poltroncine rosse. Ad occuparle sono studenti da poco usciti da scuola e qualche solitario cinefilo, giornalisti e addetti ai lavori. Tutti in attesa del lungometraggio favorito della competizione, un film che ha fatto molto discutere e che è stato particolarmente divisivo per i critici.

La giovanissima Ginevra Francesconi nel ruolo di Regina

 In questo Festival del lungo inverno (15 giorni fitti fitti) sono 39 le proiezioni previste (tra corti, lungometraggi e documentari) più una interessante e importante retrospettiva dedicata a Nino Manfredi. Ma ora qualche parola su Regina (guarda il trailer) di Alessandro Grande, il film che viene dato già come vincitore. Il regista calabrese non è un novizio del festival, ma ha già vinto l’edizione del 2019 con il cortometraggio Bismillah. Nello stesso anno ha trionfato ai David di Donatello, vincendo la statuetta d’oro per il miglior corto. Molti temi di questo documentario tornano in questo suo primo film, come la riflessione sul rapporto padre-figlia. Con Regina, Grande ha vinto parecchi premi; il più importante è di certo il Ciak Movie, per il miglior film esordiente.

È un bel film, ma parecchio approssimativo in alcuni punti e inverosimile in altri. Questioni importanti non sono volutamente approfondite, per non distogliere lo sguardo dalla storia personale della protagonista. Ma ciò crea dei buchi nella trama che, a lungo andare, complicano la visione. Regina è una quindicenne, interpretata da Ginevra Francesconi, una giovanissima attrice con molti anni di teatro alle spalle. E questo è evidente, perché è davvero difficile reggere la scena per tutto il film. Presuppone un talento, nonché un’esperienza, non indifferente.

Gli studenti al Cineteatro Radar di Monopoli

La ragazzina vive con il padre, l’attore Francesco Montanari, che è una testa calda, un ex musicista che tenta di inserire la figlia in un ambiente così esclusivo. Vuole dare a Regina una possibilità che lui in primis non è mai riuscito ad ottenere e non per mancanza di talento, ma per il suo carattere impetuoso e collerico. Regina ha solo suo padre, che più che un genitore si presenta spesso come un compagno di giochi. La questione della morte della madre resta nell’ombra, ma è in qualche modo sempre presente.

La regia, in queste primissime scene, è luminosa, piacevole, come lo stesso rapporto tra padre e figlia. I problemi subentrano quando, durante una gita al lago, i due travolgono un sub con la barca. Regina vorrebbe che il padre andasse alla polizia e confessare l’accaduto, ma l’uomo si rifiuta di farlo: vende la barca, si comporta da vigliacco deludendo la figlia che viene assalita dai sensi di colpa e da frequenti attacchi di panico. La storia ambientata in Calabria prende una piega inverosimile quando appaiono sullo sfondo questi personaggi, mai analizzati, ma piuttosto macchie di colore, e tra questi un’amica di Regina che fa la babysitter proprio al figlio del sub travolto dalla barca. E la ragazzina non solo prende il posto della sua amica, ma riesce ad introdursi liberamente nella casa e a restarvi tutto il tempo che vuole senza che nessuno lo sappia e senza destare sospetti. Si aggira nell’abitazione con la stessa abilità del protagonista di Ferro 3 – la casa vuota del regista coreano Kim Ki-duk.

Il regista Alessandro Grande con Ginevra Francesconi sulla ribalta del Sudestival con Michele Suma, direttore artistico della rassegna cinematografica

Ripreso sempre di profilo e mai frontalmente, qualunque personaggio, al di fuori di Regina e del padre, è destinato a non godere della minima caratterizzazione; neppure coloro che la meriterebbero. Per esempio, l’uomo ucciso è implicato in loschi affari con la mafia, tanto che la sua famiglia viene sterminata tutta di fronte a Regina. E non si spiega nulla di tutto questo, nonostante si tratti di un passaggio chiave.

Il problema è proprio nel modo in cui è stato concepito il film, perché è Regina-centrico: la telecamera è fissa su di lei. Il personaggio, però, per quanto interessante è finito; non cresce nel corso del film, non si realizza compiutamente. E’ lo stesso da sempre, contrariamente a quello del padre, perché già sa cosa sia giusto fare contrariamente al genitore. Basare un film su un personaggio fatto e finito può pure andar bene, se non è affiancato da qualcuno decisamente più interessante, come il padre, così pieno di difetti ma anche così affascinante nel suo essere antieroico. È uno che sembra badare alla figlia ma che in verità viene costantemente aiutato dalla ragazza (che gli fa pure le punture per un problema alla schiena) o da una donna con cui si vede di nascosto dalla figlia. Alla fine, diviene autosufficiente e fa la cosa giusta.

È una bella riflessione sul ruolo del padre, ispirato dal saggio di Massimo Recalcati sul Complesso di Telemaco e sulla mancanza della figura paterna. Tutto ciò che riguarda l’uomo è motivo di interesse, perché vi è un’evoluzione nel corso del film, proprio grazie all’amore per sua figlia. Tanto che sarebbe stato assai più interessante un film incentrato su di lui, piuttosto che sulla figlia: mancano le ragioni vere per legarsi emotivamente alla storia di quest’ultima. Al di là di questo e di qualche altra contraddizione, è un film che merita di essere visto: Alessandro Grande è un regista da tenere sottocchio e, certo, è tra i più favoriti del festival.

Nella foto in alto, Ginevra Francesconi con Francesco Montanari in un frame di “Regina”