Dalla vita e dall’arte di Nazariantz il nuovo romanzo di Fabris

Tra registri stilistici e narrativi diversi, "La Compagnia del Melograno", edito da Radici Future, è un omaggio insolito e sincero al geniale intellettuale armeno

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Non è facile seguire la scrittura di Puglia e dei pugliesi: forse, tanti, troppi libri. Urge saper scegliere, intuire. Ecco, Piero Fabris è un autore molto particolare tra gli scrittori di Puglia, come conferma il suo romanzo freschissimo di stampa, La Compagnia del Melograno, edito da Radici Future, un testo che sembra abbattere ogni frontiera.

Al centro aleggia la figura del grande scrittore armeno Hrand Nazariantz (1880-1962), straordinario intellettuale e poeta, di assoluto livello internazionale, vissuto negli ultimi tempi nel barese, tra Conversano e Casamassima. Una grande storia su cui, del resto, non mancano più che apprezzabili approfondimenti.

Restiamo al libro, giacché merita. I registri compositivi qui si abbracciano e si coagulano attorno ad una scrittura estremamente viva anche nei differenti piani narrativi, briosi e brillanti. Esiste una storia e Nazariantz vi sorvola, entra anche nei particolari, appare come ragione istitutiva del romanzo, pur non essendo il diretto protagonista della trama ma un po’ la sua premessa ed il suo obiettivo.

Il poeta armeno è cioè al centro degli interessi dei protagonisti della vicenda. Emerge, motiva i movimenti, esiste. La storia si risolve in un descrittivismo acuto, munito di suadente aria investigativa, tensione aperta alle conseguenze dello stesso intreccio, un filo che tanto deve alla personalità del suo facitore ed inventore, ossia di chi scrive, vede, sente, sa. Un autore, Fabris, appassionatissimo di Nazariantz. Un narratore, quindi, perfettamente consapevole.

Lo scrittore Piero Fabris

Diversi i registri di stile nella scrittura, così felicemente incontratisi in queste pagine e però distinti nelle loro specificità di approccio. L’opera ha una sua piena dimensione narrativa e gli stilemi classici del genere sono rispettati, con coerente capacità attrattiva cagionata nel lettore. Un lavoro filtrato da cifre di studio e profondità attorno all’oggetto della storia (il poeta armeno) e al ‘come’ dell’impianto diegetico, con curiosa mistione tra i generi. Ma è, questo, anche un libro, se si vuole, di storia della letteratura, certo passata dallo strumento affabulatorio. Il tutto grazie alla dirompente presenza di Hrand Nazariantz, spunto focale e ‘direzionale’ del libro e della storia.

Come lasciato già intuire, pretesti biografici legati alle esperienze di vita del grande autore si intersecano alla trama, come pure altre fertili trovate narrative. E il poeta armeno si fa soluzione anche per espedienti di tipo autenticamente culturale: non solo scrittura, non solo letteratura, anche lo ‘spirito’ armeno vive nel libro, nella sua essenza più vera e suggestiva, del resto così ben incarnato già dallo stesso Nazariantz.

La storia, dunque, non è solo la storia della narrazione al centro del romanzo. La storia è anche storia della poesia o comunque di un suo ambito particolare, con riferimenti precisi ad un percorso storico e letterario: quello, appunto, di Nazariantz. Il tutto all’interno di un costrutto evolutivo che risulta, alla fine, più che positivamente legato a tutti questi aspetti. Ma l’armeno è presente anche nei suoi contesti puramente biografici: del poeta e ‘dal’ poeta si apprende mediante chi lo ha conosciuto, tutte vicende intervallate dalle storie dell’attualità effetto della narrazione, naturalmente coi rispettivi personaggi ed intrecci. 

Questo ‘appuntamento’ tra i linguaggi e le varie dimensioni scelte conferisce al testo indubbia originalità e piacevolezza nella lettura, anche quando – diremmo soprattutto quando- forse, il descrittivismo – dei luoghi e delle circostanze ma anche delle interiorità dei personaggi- sembrerebbe abbondare, pur se mai, occorre specificarlo, estremamente soverchio o baroccheggiante.

Altro incrocio possibile e rintracciabile nel testo è quello tra poesia e prosa. Qui per il lettore si aprono due strade. La prima è la prosa poetica di Fabris, nota del resto a chi già conosce l’autore. Egli insegue uno stile assolutamente denso di sapiente (sapienziale?) poeticità. Parole sagaci e profondo contenuto; nutrimento dell’anima e dell’intelletto attraverso l’oculata scelta dei termini stessi; fortissima identità di senso; corposa attenzione all’uso di un ‘logos’ che, in quanto tale, è vividamente pensante. Un lirismo consapevole: definiremmo così, in sintesi, lo stile dell’autore.

Hrand Nazariantz

Ecco che il romanzo di Fabris abbraccia i linguaggi e i codici, come detto, ma pure gli strumenti percettivi attraverso cui penetrare, essenzialmente, due ambiti: la storia, con quel che ossia si vede e si legge nella pronta immediatezza della fruizione; il ‘significato’, in una possibilità di ‘lettura’ che trascende ogni apparente superficie.

Gli inserti descrittivi, dunque, anch’essi, sembrano direzionarsi secondo queste efficaci traiettorie di senso. Le ‘trovate’ thriller o di avventura e ‘sorpresa’ (specie alla fine) sono pure funzionali, almeno alla vivacità della cifra eminentemente stretta al racconto, insomma al suo svolgersi, ai ‘fatti’. Alcune immagini e situazioni sembrano vere e proprie ‘scene’, quasi filmiche, tale e tanta è la maestria veridica dell’autore.

Altro punto di forza: il legame col territorio e coi territori. Nel libro, se si respira la possanza identitaria della cultura armena, lo stesso può dirsi di altri luoghi: Bari e la Puglia, in primis; Venezia poi ed altri luoghi e spazi-momenti, fortemente identitari anch’essi. Il luogo assume, allora, una sua precisa dignità, non solo in chiave di ambientazione ma anche come presentissimo e potente ‘ingrediente’, diremmo più che attivo. Il luogo, in questa specifica ‘visione’, non è la cornice: il luogo è protagonista. La storia escogitata da Fabris ospita il luogo ma il luogo stesso, a sua volta, la accoglie, ancora una volta in una felicemente produttiva sintesi. Il luogo ha un ruolo, il luogo ha la capacità e l’attributo del soggetto. E la vicenda raccontata è accolta dallo spazio secondo storia, cultura e peculiarità intrinseche al luogo medesimo.

A suggellare gli incontri la figura determinante, dirimente, centrale di Hrand Nazariantz. I luoghi sono influenti alleati in queste identificazioni di senso, con il loro portato antico e profondamente antropologico. Fabris, in definitiva, ci accompagna in pagine densamente munite di senso. E il lettore, a nostro parere, ne sarà entusiasta perché, oltre al senso della storia, andrà sicuramente a cercare il significato di questo senso.