La culla di Luigino ci interroga tutti

Il sostegno delle istituzioni e della comunità alle famiglie con disagio sono lo strumento per combattere fenomeni così complessi e dolorosi come l'abbandono

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Una mamma culla il suo bambino ondeggiando il corpo sulla riva del mare; un papà segue con un attento e amorevole sguardo suo figlio che, meravigliato, vive i suoi primi contatti con l’acqua. Come un rapido brivido dietro la schiena, dovuto agli schizzi dell’acqua, queste due immagini, estratte dalla routin quotidiana, assumono una particolare valenza, dopo la drammatica e commovente storia di Luigino.

Quelle scene sono pennellate d’arte da custodire con la loro disarmante semplicità e autenticità. Non scontate. Niente deve essere scontato; nessun giudizio può dire se sia o meno amore il gesto dei due genitori che hanno lasciato il loro figlio nella culla messa a disposizione – come accadeva in altre epoche – da don Antonio Ruccia presso la chiesa di San Giovanni Battista di Bari. Il parroco ha accolto il bambino, affidandolo alle cure del reparto di neonatologia del Policlinico, dove il dott. Laforgia ha confermato le condizioni di buona salute, sottolineando il gesto d’amore dei due genitori che hanno lasciato il figlio in un posto in cui avrebbe ricevuto ogni attenzione.

Anche così si dimostra l’amore, con i suoi strappi; e, spesso, si ricuce partendo proprio da queste toppe. Vicino la culla parrocchiale i genitori hanno lasciato un bigliettino, che ha fatto il giro dei social: “Mamma e papà ti ameranno per sempre”, oltre a far conoscere le generalità di Luigino, nato dieci giorni prima, e rassicurando sulle sue condizioni di salute.

“Una culla termica racconta una storia di dolore ed allo stesso tempo di ultima, e dolorosa cura. Un dolore così intimo, profondo e forte che non si può giudicare, nessuno può permettersi di entrare nelle dinamiche che portano due genitori ad un gesto così estremo”, spiega Marzia Lillo, mediatrice famigliare e pedagogista del sud-est barese. E prosegue: “Ho molto riflettuto su due dei molti piani di questa vicenda: il primo, quello della genitorialità consapevole, e l’altro, quello un po’ più ampio, della capacità da parte della comunità di farsi prossima alle fragilità sempre più presenti nelle pieghe della quotidiana superficialità”.

Famiglia e comunità dovrebbero rappresentare le basi di una società, ma senza una rete questi due mattoni sociali tendono a sfaldarsi. Famiglia e comunità devono essere una possibilità per ogni vita, lo “strumento” per affrontare ogni strappo. E quindi un “rimedio”  al dolore che, in alcuni casi, anziché togliere si dovrebbe provare a comprendere come cerca di chiarire la dott.ssa Lillo: “Se penso alla gravidanza, ai calci che senti, al profumo del bambino che già immagini da prima del parto, comprendo che le motivazioni di un gesto così straziante devono essere davvero gravi. Penso alla paura di un periodo così precario e difficile come quello attuale, in cui l’incertezza economica destabilizza. Il primo sostegno deve giungere da amici e parenti”.

Perciò, la storia di Luigino, porta ad una riflessione profonda e silenziosa del nostro agire all’interno di una comunità, a tutti i livelli, da contrapporre alle parole violente profuse sui social. “Rifletterei su come il bigliettino lasciato dai genitori sia stato commentato con la consueta violenza dai social. Non possiamo assolutamente giudicare ma possiamo farci provocare da una storia del genere, lasciandoci mettere in discussione, ognuno per la propria storia, su quanto siamo capaci di essere una comunità educante”, riflette la mediatrice famigliare.

Il senso di abbandono, in realtà, è quello dell’intero nucleo familiare e non dei genitori verso il piccolo Luigino. Il loro gesto ha suscitato la commozione di molti cittadini: tante sono state le richieste di affido, il sindaco Decaro ha promesso il sostegno necessario al neonato e si è tentato di rivolgersi ai suoi genitori, nel tentativo di convincere questi ultimi ad aprirsi a una soluzione che preveda la ricomposizione della famiglia. Come spesso accade e come la pandemia ha messo in evidenza con l’esplosione di richieste di infermieri e figure professionali per “combattere” l’emergenza, perchè sia ascoltato il grido (soffocato) d’aiuto è necessario compiere gesti estremi, che qualcosa di eclatante sconvolga le vite delle persone. Chiedere attenzione per sentirsi meno soli nel cammino della vita a volte conduce ad un bivio.

In tempi in cui si parla molto di distanziamento sociale, la storia del piccolo Luigino continua a far riflettere sul senso del distacco. Anche “lasciare” è amare: a volte ci si lascia nel tentativo di liberare il bene.

I due genitori avranno sbattuto contro il muro di indifferenza e menefreghismo; avranno provato un senso di vergogna e di impotenza, quel senso di invisibilità che paradossalmente, nell’era della visibilità, è comune a tante persone. Quella culla vuota racchiude tutti gli ostacoli che rendono l’impresa di creare una famiglia qualcosa di eccessivamente alto, quando, invece, dovrebbero esserci mille aiuti alla sua costituzione, che rappresenta la base della società. C’è tutto un fastidioso senso di competizione che preclude a troppe persone l’accesso ad una vita dignitosa. C’è quella fame di egoismo che rende un’avventura tortuosa e fin troppo lungo anche il percorso di adozione e di affido di un bambino, oltre a tutte quelle famiglie che davvero riescono a “mandare avanti la baracca” da sole e che con qualche appoggio dello stato vivrebbero più dignitosamente.

Gigi De Palo, presidente del Forum delle famiglie, si concentra proprio sulla solitudine in cui lo stato tende a lasciare gli individui. I temi della politica familiare lo impegnano molto soprattutto nella capitale. Più volte si è battuto per richiedere misure e sostegni alle famiglie dal parlamento: “Mi permetto di dire che se fosse stato istituito l’assegno unico di 250 euro al mese per le famiglie, forse questi genitori, avrebbero avuto duencentocinquanta motivi al mese per non sentirsi soli. Il tema dell’assegno unico non è limitato all’aspetto economico. Rappresenta anche una questione culturale perché farebbe sentire la vicinanza dello stato alla famiglia, prendendo a cuore la sorte dei figli”. “Con questa somma, prima di tutto, una famiglia non partirebbe da zero. Le politiche familiari incidono tantissimo su questi temi, ma devo dire che durante la pandemia sono state assegnate risorse in base alla tipologia di lavoro non in ottica di sostegno alla famiglia”.

Romano e papà di cinque figli, dalla storia di Luigino, pensa: “Questa storia in un certo senso è a lieto fine, in quanto esiste una comunità che si fa carico. Ma è importante interrogarci tutti quanti su tutte le situazioni analoghe, ma che non sono andate a lieto fine. Il tema centrale è questo: una mamma ha portato avanti le nausee, le sofferenze e tutte le difficoltà di un parto, ha messo al mondo una vita, ma se ci fossero state possibilità diverse e se l’Italia non fosse tra i paesi con i tassi di natalità tra i più bassi al mondo (è ultima in Europa con 7 nati ogni 1000 abitanti), forse quel bambino sarebbe potuto stare tra le braccia dei genitori. Ben venga la solidarietà, che la parrocchia abbia accolto il neonato affidato poi alle cure, ma occorre ammettere che si tratta di un fallimento per tutti perché non si riesce a permettere a una giovane coppia di vivere dignitosamente, soprattutto quando nasce un figlio. Nel 2020 è una bestemmia vedere che una famiglia non riesce a tenere un bambino per questioni economiche”.

“Se la questione fosse soltanto economica -prosegue De Palo- penso si possa far qualcosa per riunire questa famiglia: in fondo è necessario che il bambino cresca tra le braccia del papà e della mamma. E quindi occorrerebbe adottare l’intera famiglia”. A proposito delle adozioni, in Italia si registra un calo di richieste: dalle 1130 del 2018 alle 969 del 2019. Sul ruolo fondamentale che può giocare la comunità aiutante e collaborativa, il presidente del forum e dell’associazione Ol3 sui temi della bellezza, politica e giovani lancia un segnale da cui ripartire raccontando un’esperienza vissuta durante il covid: “Durante il lockdown ho ricevuto numerose mail da parte di famiglie che svolgono lavori a tempo indeterminato, quindi con uno stipendio assicurato, disposte a dare metà del loro stipendio alle famiglie con soggetti a partite iva. Sono testimone oculare di questa cosa eccezionale e perciò si dovrebbe ripartire da questo senso di comunità”.

Forse la crisi legata al covid ha inciso nella scelta dei genitori di affidare ad altri Luigino (adesso il tribunale dei minori ha in carico un fascicolo); forse i genitori avranno avuto solo molta paura del futuro, forse speravano altro da quella nascita, forse le pretese della società rispetto al desiderio di creare famiglia sono veri e propri ostacoli. Eppure pur aggiungendo condizionali su condizionali, forse l’insegnamento principale arriva proprio dalla comunità e dalla tradizione africana, dove la vita di un bambino è preziosa al di sopra di valori, redditi, prospettive, poiché esistono le persone attorno che sostengono genitori e figli quasi in modo naturale. Possono mancare molti aspetti della cura e della crescita (forse) ma non c’è solitudine. Come recita il proverbio: “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio intero”.